Nicolas Lamp: “I dazi americani sono illegittimi e dannosi, l’Europa fa bene a non bandire le auto cinesi”
di Filippo SantelliCi sono dazi e dazi, sostiene Nicolas Lamp: le maxi tariffe sulle auto elettriche cinesi imposte dagli Stati Uniti sono fuori dalle norme internazionali; quelle europee, calibrate, le rispettano. E per Lamp, che per anni ha lavorato alle risoluzione delle controversie nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e ora insegna alla Queen’s University in Canada, è quello europeo «l’approccio più efficace». Opinione controcorrente, come del resto l’idea al centro del libro che ha scritto insieme all’altra esperta di diritto commerciale Anthea Roberts, Le sei facce della globalizzazione, tradotto da FrancoAngeli: si può e si deve trovare una nuova narrazione condivisa sul futuro dell’economia globale. Lo incontriamo a Roma, ospite del Festival della Diplomazia.
Ci sono dazi e dazi, sostiene Nicolas Lamp: le maxi tariffe sulle auto elettriche cinesi imposte dagli Stati Uniti sono fuori dalle norme internazionali; quelle europee, calibrate, le rispettano. E per Lamp, che per anni ha lavorato alle risoluzione delle controversie nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e ora insegna alla Queen’s University in Canada, è quello europeo «l’approccio più efficace». Opinione controcorrente, come del resto l’idea al centro del libro che ha scritto insieme all’altra esperta di diritto commerciale Anthea Roberts, Le sei facce della globalizzazione, tradotto da FrancoAngeli: si può e si deve trovare una nuova narrazione condivisa sul futuro dell’economia globale. Lo incontriamo a Roma, ospite del Festival della Diplomazia.
La globalizzazione è finita?
«È finita la fede in una globalizzazione che beneficia tutti, in un mondo destinato a integrarsi e liberalizzarsi sempre più. Non significa che la globalizzazione sia finita, ma sta cambiando. I governi ora vogliono modellare filiere produttive e commerci per rispondere a un ventaglio più ampio di obiettivi: non solo efficienza, ma anche sostenibilità, sicurezza, resilienza».
Chi o cosa ha fatto tramontare la vecchia narrativa?
«Vari fattori. Politici come Trump hanno cambiato la narrazione sugli effetti negativi della globalizzazione per i lavoratori americani, supportati da studi accademici sullo “shock cinese”. Ma c’è anche il cambiamento climatico, dove l’Europa è in prima linea e adotta misure unilaterali come la tassa di frontiera sulla CO2 che avrà impatti profondi sui commerci».
La globalizzazione ha spinto l’ascesa della Cina e ora gli Stati Uniti vedono la loro egemonia in pericolo: non è questa la spiegazione più diretta?
«È gran parte della storia. A Washington domina questo punto di vista geopolitico ed è molto importante anche in Europa, dopo l’invasione dell’Ucraina. Nel libro però diagnostichiamo un senso di incertezza per una competizione tra narrative diverse, ancora irrisolta».
Vede il rischio che, in nome del nuovo imperativo della sicurezza, si sacrifichino i benefici che l’apertura internazionale ha portato?
«I governi devono considerare benefici e costi dei diversi imperativi. Negli Stati Uniti le ragioni della sicurezza danno al governo l’autorità per agire “a qualunque costo”, ma questo rischia di non essere sostenibile. Allo stesso modo, tariffe del 100% sulle elettriche cinesi non possono che ritardare la transizione energetica. Washington dice di voler proteggere “un piccolo giardino con un recinto molto alto”, cioè imporre restrizioni dure su una parte limitata dell’economia. Resta da capire se sarà vero in pratica».
Un Trump bis farebbe precipitare la spirale protezionistica?
«Trump ha annunciato un grande pacchetto di dazi, ma la logica è anche di competitività, non solo di sicurezza. D’altra parte molti accademici ora dicono che la Cina sta esportando nel resto del mondo i suoi squilibri interni, e finché non ribilancia la propria economia difendersi è corretto».
Secondo Draghi in questo nuovo paradigma l’Europa deve cambiare pensiero ed azioni, o sarà declino. Ha ragione?
«Sulle politiche commerciali verso la Cina penso che l’Europa segua una via più salutare degli Stati Uniti. Prendiamo l’auto elettrica: Usa e Canada, con tariffe del 100%, hanno tagliato fuori le aziende cinesi che oggi sono leader del settore. I produttori europei invece mantengono con loro una forte integrazione. In una prospettiva di vent’anni l’idea giusta è imparare dalla Cina e invertire il trasferimento tecnologico. Non significa che l’Europa sia in buona posizione, ma ha un senso più realistico dell’obiettivo da perseguire».
I dazi europei sono più efficaci?
«Prima di tutto sono legali. Con i loro dazi gli Stati Uniti stanno dicendo che a loro delle regole del Wto non interessa più, ma così si privano della possibilità di tenere imbrigliata la Cina attraverso le norme internazionali. Affrontare Pechino direttamente può forse funzionare per Washington, di certo non per gli altri. La decisione dell’Europa di restare nelle regole è quella che ha più chance di alterare, almeno in parte, il comportamento della Cina».
Che valore hanno regole e istituzioni del Wto quando gli Stati Uniti, che le hanno create, decidono di chiamarsi fuori?
«Ce l’hanno. Gli Stati Uniti hanno distrutto il meccanismo di risoluzione delle controversie danneggiando tutti, ma gran parte del commercio globale avviene ancora sotto regole del Wto».
Seconda obiezione: ma la Cina quelle regole le rispetta?
«Quando Europa e Canada hanno creato un meccanismo alternativo di risoluzione la Cina si è unita. È chiaro che l’accesso al Wto non l’ha trasformata in un’economia di mercato e che oggi il suo eccesso di produzione genera conseguenze distruttive. Ma quando ci sono dispute al Wto agisce secondo le regole, e alla fine si risolve. Con le norme otterremo cambiamenti strutturali nell’economia della Cina? No. Possiamo tenerne sotto controllo alcuni eccessi? Credo di sì».
Nel libro auspicate una nuova narrazione condivisa sulla globalizzazione. L’impressione è che manchino perfino i luoghi dove discuterne.
«Il G20 è il più promettente, l’Onu lo è già per il clima. Serve una nuova infrastruttura istituzionale che aiuti a cooperare dove siamo sulla stessa barca – l’ambiente – e scongiuri almeno le escalation dove invece gli interessi divergono».
Questa idea sopravviverebbe a un ritorno di Trump?
«Cosa farà è impossibile da dire, ma non credo si ritirerà dal Wto».