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Volkswagen, prima ondata di scioperi. “I vertici ci hanno rovinato la reputazione con il Dieselgate”

(afp)

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Il reportage da Hannover, dove i lavoratori iscritti al sindacato IgMetall hanno protestato contro il piano di tagli e chiusure dell’azienda
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HANNOVER – Alle nove e mezza gli operai soffiano già a pieni polmoni nei fischietti rossi, la loro lenta marcia dal cancello tre della fabbrica di Stöcken, nei sobborghi operai di Hannover, è scandita da colpi di tamburi e cori. In Germania le manifestazioni cominciano di buon mattino, e alle dieci sono previsti già i discorsi dei capi di IgMetall nella piazza del mercato. Anna Lotte Scheuermann precede la testa del corteo, si aggiusta la sciarpa rossa, scatta qualche foto. “La sensazione - ci racconta l’esponente del consiglio di fabbrica - è che stavolta i vertici dell’azienda puntino all’escalation”.

Le fabbriche tedesche della macchina del popolo da oggi sono permanentemente in lotta: in tutta la Germania la IgMetall incrocia le braccia pe…

HANNOVER – Alle nove e mezza gli operai soffiano già a pieni polmoni nei fischietti rossi, la loro lenta marcia dal cancello tre della fabbrica di Stöcken, nei sobborghi operai di Hannover, è scandita da colpi di tamburi e cori. In Germania le manifestazioni cominciano di buon mattino, e alle dieci sono previsti già i discorsi dei capi di IgMetall nella piazza del mercato. Anna Lotte Scheuermann precede la testa del corteo, si aggiusta la sciarpa rossa, scatta qualche foto. “La sensazione - ci racconta l’esponente del consiglio di fabbrica - è che stavolta i vertici dell’azienda puntino all’escalation”.

Le fabbriche tedesche della macchina del popolo da oggi sono permanentemente in lotta: in tutta la Germania la IgMetall incrocia le braccia per due ore e scende in piazza per scongiurare le decine di migliaia di esuberi, le sforbiciate agli stipendi, la chiusura annunciata di tre stabilimenti.

Alle spalle di Scheuermann spunta uno striscione con il disegno di un ‘Bulli’ celeste, il leggendario T9, il furgoncino dai fari tondi, il feticcio delle vacanze hippie. E la scritta è un grido di orgoglio disperato: “Il Bulli resta qua”.

Il corteo si snoda lento verso la piazza del mercato, una famiglia si affaccia dalle case-dormitorio e srotola uno striscione: “La Volkswagen siamo noi”. Dagli operai parte un boato e un lungo applauso.

Anna Lotte Scheuermann, componente del consiglio di sorveglianza Vw ad Hannover 

La piazza del mercato è delimitata dai tendoni che distribuiscono caffè e tè bollenti, gentile omaggio del più grande sindacato metalmeccanico d’Europa. Per questa vertenza bisogna “vestirsi caldi”, per citare un famoso detto tedesco.

Sarà lunga. Dal palco è uno dei leader di IgMetall, Sascha Duzik, a farlo capire: “L’azienda fa muro – grida – i vertici di Volkswagen hanno rovinato la nostra reputazione con il Dieselgate. E adesso siamo in crisi perché hanno dormito mentre in Cina si sviluppava l’elettrico. Nessuno di noi operai ha causato questa crisi: che paghino i milionari del consiglio di amministrazione che l’hanno causata”.

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La voce dei lavoratori

Per quasi un secolo, Volkswagen è stato molto più di un marchio, è stato anche il destino di decine di migliaia di immigrati, arrivati dagli anni ’50 dalla Grecia, dall’Italia o dalla Turchia. Tanti di loro hanno scalato i vertici del sindacato, come la leader del consiglio di fabbrica di Wolfsburg, Daniela Cavallo, figlia di emigrati calabresi. E come Stavros Christidis, figlio di un operaio emigrato nel 1970 da Igoumenitsa, in Grecia. Christidis è uno dei protagonisti di questa gelida giornata, è il capo del consiglio di fabbrica dello stabilimento di Hannover. Dal palco denuncia la “sfrontatezza” dei vertici, incita alla lotta.

Lo intercettiamo mentre scende dal palco, ammette scuotendo la testa di “non aver mai visto, in trent’anni, un confronto così duro con l’azienda”.

Daniela Cavallo, leader del consiglio di fabbrica Volkswagen a Wolfsburg 

Il sindacalista era in questa stessa piazza già nel 1993, da giovane apprendista: “Scioperai assieme a mio padre, che mi insegnò cosa significa la solidarietà”. Ma ora la crisi sembra la più grave di sempre, qui nel capoluogo della Bassa Sassonia hanno già annunciato 900 esuberi a giugno. E Christidis, come tanti colleghi, teme che lo stabilimento, dai 15mila operai di oggi, sia finito nella lotteria delle famose tre fabbriche che Vw vuole chiudere. “In famiglia siamo attaccatissimi all’azienda. Mio padre è pensionato ma abita ancora qua dietro. È preoccupato, come i miei figli. Come mio fratello e i suoi figli. Speravamo tutti di avere un futuro qui”.

Al centro, il capo del consiglio di fabbrica di Hannover, Stavros Christidis, con i genitori emigrati dalla Grecia nel 1970 

A un centinaio di chilometri, nell’assemblea a porte chiuse con le tute blu nel quartier generale di Wolfsburg, la ‘pasionaria’ Cavallo leva la pelle al consiglio di amministrazione: “Anche loro devono fare dei sacrifici. E anche gli azionisti”. Per guadagnare la somma dei dividendi distribuiti negli ultimi dieci anni alle due storiche famiglie proprietarie, Porsche e Piëch, “un operaio dovrebbe lavorare 100 mila anni”, scandisce. Volkswagen è stata “una gigantesca macchina da soldi. E ora che il motore si è inceppato, anche le famiglie che la posseggono devono stringere la cinghia”.

Il silenzio dell’azienda e della politica

Per ora dai vertici e dagli azionisti tutto tace, a parte qualche retorica disponibilità al “dialogo”. Il contro-piano da 1,5 miliardi di tagli proposto da IgMetall è stato respinto. L’unico a farsi sentire è stato il governatore della Bassa Sassonia, Stephan Weil: il land è secondo azionista di Vw con il 20%. "Il dividendo, per il land, non è una priorità”, ha detto alla Sueddeutsche Zeitung. "Peraltro dovrebbe dipendere dalla competitività dell’azienda”.

Ma tutti si chiedono, in piena campagna elettorale per le elezioni politiche, quando si muoverà Olaf Scholz. Il cancelliere, il suo segretario generale Matthias Miersch e il leader della Spd, Lars Klingbeil, sono tutti cresciuti qui, nella Bassa Sassonia, dove si concentra la stragrande maggioranza dei lavoratori tedeschi della più grande casa automobilistica d’Europa: quasi centomila. E il silenzio di Berlino comincia a essere assordante.

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