MILANO — L’asticella delle previsioni di crescita italiana si allontana sempre più dall’obiettivo dell’un per cento scritto nei documenti del governo per il 2024: l’ultima ad abbassarla è l’Ocse che la fissa allo 0,5%, 0,3 punti meno di settembre, per poi salire allo 0,9% nel 2025 e all’1,2% nel 2026.
Certo, a guardare i mali dei nostri vicini ci sono margini di ottimismo (la Germania è vista ferma) e come dice il capoeconomista Alvaro Pereira andiamo ancora «piuttosto bene in diversi settori, in particolare nel turismo» (anche se ieri l’indicatore Pmi dei servizi ha dato segnali pericolosi di cedimento). In più i «consumi dovrebbero ripartire» con il recupero di potere d’acquisto delle famiglie.
Ma dopo le rassicurazioni arrivano i dubbi. «L’industria è ferma, gli incentivi all’edilizia sono terminati e di investimenti nel settore privato non se ne vedono», spiega il capo economista del Desk Italia dell’Organizzazione parigina, Cyrille Schwellnus, in occasione del Ceo Italian Summ…
MILANO — L’asticella delle previsioni di crescita italiana si allontana sempre più dall’obiettivo dell’un per cento scritto nei documenti del governo per il 2024: l’ultima ad abbassarla è l’Ocse che la fissa allo 0,5%, 0,3 punti meno di settembre, per poi salire allo 0,9% nel 2025 e all’1,2% nel 2026.
Certo, a guardare i mali dei nostri vicini ci sono margini di ottimismo (la Germania è vista ferma) e come dice il capoeconomista Alvaro Pereira andiamo ancora «piuttosto bene in diversi settori, in particolare nel turismo» (anche se ieri l’indicatore Pmi dei servizi ha dato segnali pericolosi di cedimento). In più i «consumi dovrebbero ripartire» con il recupero di potere d’acquisto delle famiglie.
Ma dopo le rassicurazioni arrivano i dubbi. «L’industria è ferma, gli incentivi all’edilizia sono terminati e di investimenti nel settore privato non se ne vedono», spiega il capo economista del Desk Italia dell’Organizzazione parigina, Cyrille Schwellnus, in occasione del Ceo Italian Summit organizzato da Fiera Milano. La politica fiscale del prossimo biennio passerà in territorio restrittivo, per assecondare il percorso di miglioramento dei saldi consegnato all’Europa con il Piano strutturale di medio termine. «La Manovra del governo è prudente e credibile», premette Schwellnus: il deficit scenderà sotto il 3% del Pil nel 2026. E non è un caso che il mercato premi il debito italiano (ieri lo spread ha chiuso a 115, minimi dal 2021) mentre vende quello della Francia, dove si viaggia con un deficit sopra il 6 per cento.
Ma parte del lavoro di consolidamento dei conti lo farà “il fiscal drag”, ovvero l’aumento del prelievo fiscale alla luce di salari in crescita e di scaglioni Irpef che non si muovono automaticamente con i prezzi, «a differenza di molti Paesi Ocse». Un effetto che incrementa le entrate fiscali ma impoverisce le famiglie.
Il problema è che sui sette anni di Psb «l’aggiustamento del deficit arriva al 3-3,5% del Pil» e «bisognerà chiarire chi paga questo consolidamento». I capitoli di riforma auspicati a Parigi sono i soliti noti: frenare la spesa pensionistica e l’evasione; tassare il patrimonio immobiliare e non il lavoro («ben venga la riduzione del cuneo della Manovra»); fare una seria spending review.
Per puntellare la crescita, poi, serve fare i compiti del Pnrr a casa: «Per raggiungere il pieno utilizzo dei fondi Ue, la spesa deve salire dall’1% circa del Pil del 2024 al 2,5% nel 2025-26. Serve un’accelerazione molto forte», ammonisce Schwellnus. Che riconosce il peso sulle filiere italiane («meccanica, chimica, moda») del rallentamento tedesco, ma non si sbilancia sulla minaccia Trump: «Il protezionismo è un rischio sul nostro scenario di crescita», che a livello globale indica +3,2% quest’anno e +3,3% il prossimo.
Timori, questi, condivisi dalla presidente della Bce, Christine Lagarde, che audita all’Europarlamento rimarca il predominio «dei rischi di peggioramento» che gravano sull’Eurozona per tensioni geopolitiche e «crescenti minacce al commercio internazionale». Sfide alle quali non si può non rispondere se non con gli investimenti delle ricette Letta-Draghi: «L’Europa è più grande delle sue parti costituenti - scandisce Lagarde - Investimenti congiunti stimolerebbero la crescita potenziale e contribuirebbero alla stabilità macroeconomica». Parole che arrivano dopo che il presidente della Buba, Joachim Nagel, parlando con il Financial Times, apre a riformare il “freno al debito” tedesco. «Sì», dice laconica Lagarde: la Germania ha bisogno di più investimenti. Forse il gelido vento delle crisi sta facendo crollare qualche dogma.