Censis, l’Italia intrappolata nella “sindrome da galleggiamento”. Redditi giù del 7% in 20 anni
di Rosaria AmatoROMA – Un Paese che non cresce, “galleggia”. È la trappola della “sindrome italiana”, dopo 20 anni in cui, per mancanza di spinte al cambiamento, i redditi sono calati del 7 per cento. E nell’ultimo decennio anche la ricchezza pro-capite è diminuita del 5,5%. Un processo che alla maggioranza degli italiani appare irreversibile: l’85,5% è convinto che ormai sia molto difficile risalire nella scala sociale. È la descrizione sconsolata dell’Italia nel 58° “Rapporto sulla situazione del Paese” del Censis, che stamattina viene presentato, come ogni anno, al Cnel, da Massimiliano Valerii e Giorgio De Rita, rispettivamente consigliere delegato e segretario generale del Censis.
Anche le varianti economiche positive, come la crescita dell’occupazione, che è andata avanti per buona parte d…
ROMA – Un Paese che non cresce, “galleggia”. È la trappola della “sindrome italiana”, dopo 20 anni in cui, per mancanza di spinte al cambiamento, i redditi sono calati del 7 per cento. E nell’ultimo decennio anche la ricchezza pro-capite è diminuita del 5,5%. Un processo che alla maggioranza degli italiani appare irreversibile: l’85,5% è convinto che ormai sia molto difficile risalire nella scala sociale. È la descrizione sconsolata dell’Italia nel 58° “Rapporto sulla situazione del Paese” del Censis, che stamattina viene presentato, come ogni anno, al Cnel, da Massimiliano Valerii e Giorgio De Rita, rispettivamente consigliere delegato e segretario generale del Censis.
Anche le varianti economiche positive, come la crescita dell’occupazione, che è andata avanti per buona parte del 2024, ha un impatto poco significativo sul benessere del Paese, dal momento che il Pil è cresciuto poco. I conti non tornano, sottolinea il Censis, ricordando come, comunque, la distanza tra il tasso di occupazione italiana e la media europea rimane di 8,9 punti: per raggiungere i livelli Ue servirebbero 3,3 milioni di occupati in più.
La paura degli immigrati
In una situazione di declino economico, gli italiani vedono più che mai gli immigrati come nemici: il 57,4% si sente minacciato da chi vuole radicare nel nostro Paese regole e abitudini contrastanti con il nostro stile di vita; il 38,3% si sente minacciato da chi vuole facilitare l’ingresso nel Paese dei migranti; il 29,3% vede come un nemico chi è portatore di una concezione della famiglia divergente da quella tradizionale; il 21,8% avverte ostilità nelle persone che professano un’altra religione. E c’è persino un 13,7% pensa che per essere italiani bisogna avere tratti somatici nostrani.
La fuga e la sofferenza dei giovani
Quando possono, i giovani fuggono: dal 2013 al 2022 sono espatriati circa 352 mila italiani tra i 25 e i 34 anni, tra i quali oltre 132 mila, il 37,7%, erano in possesso della laurea. L’emigrazione anzi si fa sempre più qualificata: nel 2013 i laureati erano il 30,5% dei giovani in fuga, nel 2022 erano già diventati il 50,6% del totale.
Tuttavia anche tra chi resta ci sono punte di eccellenza: in Italia gli occupati tra i 25 e i 34 anni di età sono 4.187.000 e tra loro 1.392.000 (il 31,7% del totale) sono laureati. Si tratta di una quota in crescita di anno in anno, aumentata del 14,0% dal 2019 a oggi. Inoltre il 19,3% dei dirigenti di aziende private e amministrazioni pubbliche ha meno di 40 anni.
Ma molti giovani manifestano uno stato di forte sofferenza: il 51,8% dichiara di soffrire di stati d’ansia o depressione, contro il 40,8% delle persone di età compresa tra i 35 e i 64 anni e il 19,0% degli ultrasessantacinquenni; il 32,7% dei 18-34enni afferma di soffrire di attacchi di panico, a fronte del 23,8% degli adulti e del 4,2% degli anziani; il 18,3% denuncia di soffrire di disturbi del comportamento alimentare, come anoressia e bulimia, mentre la quota scende al 12,8% tra gli adulti e all’8,2% tra gli anziani.
Patrimoni sempre più concentrati
In un Paese che impoverisce, e che non offre molte prospettive, per chi resta rimane la prospettiva di ereditare il patrimonio dei genitori e dei nonni. E poiché le nascite si riducono, il numero degli eredi cala, e i patrimoni si vanno concentrando sempre di più. Gli anziani nati prima della Seconda Guerra Mondiale e i baby boomers detengono il 58,3% della ricchezza delle famiglie, e sono pronti a trasmetterla alla parte più fortunata della “generazione X” e della “generazione Z”.
Mentre pensioni e welfare si indeboliscono
Il patrimonio delle generazioni passate è l’unico baluardo, per chi ha la fortuna di aggiudicarsene le fette più consistenti, nei confronti di un sistema che offre una protezione sempre meno importante nei confronti delle malattie e della vecchiaia. Tra il 2013 e il 2023 si è registrato un balzo del 23% in termini reali della spesa sanitaria privata pro-capite, che nell’ultimo anno ha superato complessivamente i 44 miliardi di euro.
Il 62,1% degli italiani ha dovuto rinviare almeno una volta un accertamento o una visita specialistica perché le liste di attesa erano troppo lunghe, e l’alternativa privata troppo costosa. Oltre la metà ha fatto ricorso ai propri risparmi per pagare le spese mediche, il 78,5% teme, in presenza di una malattia, di non poter contare sul servizio pubblico.
Il 49,4%, spiega il Censis, è convinto che occorra ricorrere a strumenti di autotutela, come polizze assicurative e fondi integrativi. E il 61,9% pensa che sia più importante usare i risparmi per proteggersi dai rischi sociali come sanità, vecchiaia e inabilità, piuttosto che per ottenere alti rendimenti da investimenti finanziari.
E il 75,7% pensa che non avrà una pensione adeguata, un tasso che tra i più giovani sale all’89,8%.
La povertà aumenta, e i sostegni pubblici non sono sufficienti: L'Italia presenta una percentuale di persone a rischio di povertà prima dei trasferimenti sociali pari al 27,2% e al 18,9% dopo di essi, mentre i dati della media Ue sono pari rispettivamente al 24,8% e al 16,2%.
Calano anche i lettori di giornali online
La crisi ormai storica dei giornali, a cominciare dai quotidiani cartacei venduti in edicola, che nel 2007 erano letti dal 67,0% degli italiani, crollari al 22,0% nel 2023, si estende agli utenti dei quotidiani online: sono il 30,5% degli italiani (-2,5% in un anno), mentre sono stabili quanti utilizzano i siti web d'informazione generici (il 58,1% come già nel 2022, ma cresciuti del 21,6% dal 2011).
Mentre nel 2023 si arresta l'emorragia di lettori di libri: gli italiani che leggono volumi cartacei sono il 45,8% del totale (+3,1% rispetto allo scorso anno, ma -13,6% rispetto al 2007) e il 5,3% utilizza gli audiolibri. I lettori di fumetti e graphic novel sono l'8,0%. La ripresa non riguarda i lettori di e-book, che rimangono stabili: li utilizza il 12,7% degli italiani (-0,6% in un anno).