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Sindacati e Confindustria: ritorno al dialogo sui contratti pirata e contro il governo

(agf)
I segretari di Cgil e Uil, Landini e Bombardieri, aprono alla proposta degli industriali di una legge sulla rappresentanza con criteri diversi da quelli proposti dalla premier e da Salvini
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ROMA – Sindacati e imprese uniti contro il governo che sta riscrivendo, in modo silenzioso, le regole sulla rappresentanza: chi rappresenta chi. Aprendo di fatto, negli appalti pubblici (una torta da 285 miliardi), ai contratti “pirata” e con meno tutele. Un’alleanza inedita, ma non di tutti i sindacati: solo Cgil e Uil. E di sei associazioni di impresa: Confindustria, Abi, Ania, Confcommercio, Confcooperative, Legacoop. Ma emblematica di una nuova stagione delle relazioni industriali.

Cgil e Uil aprono al dialogo

Ieri i segretari generali di Cgil e Uil, Maurizio Landini e Pierpaolo Bombardieri, reduci dal quarto sciopero generale congiunto contro la legge di bilancio, hanno definito la “lettera dei sei”, critica nei confronti del governo, «una novità importante». Definendosi «disponibili a un confronto nel merito». Un modo per dire che sono pronti a ridiscutere i criteri della rappresentanza, a contarsi. Nello stesso tempo, Landini e Bombardieri chiedono al governo Meloni di fermarsi e «cancellare le attuali proposte» contenute nel decreto correttivo del Codice degli appalti, approvato il 21 ottobre dal Cdm «su proposta» della premier Giorgia Meloni e del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini.

La lettera dei sei

La “lettera dei sei”, inviata alle commissioni parlamentari che stanno esaminando quel decreto correttivo, dice in buona sostanza che i criteri individuati dal governo per definire i contratti collettivi nazionali di lavoro maggiormente rappresentativi sono sbagliati e favoriscono il “dumping” contrattuale negli appalti. Ovvero imprese che fanno concorrenza sleale alle aziende serie, comprimendo le tutele economiche e normative dei lavoratori. Salari bassi, diritti ridotti o azzerati.

I criteri del governo

Il governo di fatto introduce quattro criteri «comparati» per definire la “maggiore rappresentatività dei contratti”: non solo il numero di lavoratori e imprese a cui si applicano, ma anche la diffusione territoriale dei firmatari (le sedi legali), il numero dei contratti collettivi sottoscritti. E poi un quinto criterio eventuale: la presenza dei firmatari nel consiglio del Cnel.

Le obiezioni di Confindustria

L’obiezione dei “sei”, ma anche di Cgil e Uil, è sulla pericolosa «equivalenza d’ufficio» che si verrebbe a creare tra sindacati e datori che non rappresentano nessuno o pochi, ma che hanno molte sedi legali (ad esempio appoggiandosi a commercialisti o consulenti del lavoro) e firmano tanti contratti vuoti che pochi applicano. Su 1.100 contratti collettivi depositati al Cnel, solo 250 sono firmati da Cgil, Cisl e Uil e dalle maggiori organizzazioni datoriali. Rappresentano però il 95% dei lavoratori. Gli altri, molto numerosi, sono “pirata” e fanno concorrenza al ribasso su salari e diritti. Le nomine a consiglieri del Cnel poi sono anche in parte di scelta politica. Un pericoloso cortocircuito.

I criteri alternativi

Confindustria (e le altre) suggerisce quattro criteri alternativi: seniority (presenza storica nelle relazioni industriali), la diffusione dei contratti firmati, l’appartenenza a organismi europei, la presenza nei contratti di forme di welfare. Cgil e Uil dicono: parliamone, ma no alla «liberalizzazione selvaggia».

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