Nella morsa tra prezzi e rublo: l’inverno economico dei russi
di Rosalba Castelletti«Caro Babbo Natale, aiutaci a stabilizzare il tasso di cambio del rublo e ad abbassare il tasso d’inflazione nell’anno che verrà. Firmato Dima Pjanov del gruppo blu dell’asilo bancario». Dietro al mittente dall’ironico epiteto si nasconde nientemeno che Dmitrij Pjanov, primo vicepresidente di Vtb, una delle più grandi banche russe che vanta come azionista di maggioranza il governo. La sua insolita lettera a Ded Moroz e a Snegurochka, Nonno Gelo e sua nipote la Fanciulla di Neve, tradizionali portatori di doni nel folclore natalizio slavo, è apparsa una settimana fa sul quotidiano economico “Rbk”.
Gli obiettivi “molto ottimistici”
Pjanov esprime cinque desideri per rilanciare l’economa della Federazione, dalla revisione delle regole di bilancio all’eliminazione del rischio recessione. E prende ironicamente in giro gli obiettivi «molto ottimistici» fissati dalla Banca di Russia all’inizio del 2024, come il tasso d’inflazione intorno al 4-4,5% che invece a fine anno si è avvicinato al 9%. «E se la previsione d’inflazione al 4,5-5% non si avverasse neanche nel 2025? E se si scoprisse che nel 2025 tale inflazione non sarebbe un dono e che si dovrà pagare il suo desiderio a caro prezzo sotto forma di recessione? Cosa accadrebbe se una rapida riduzione dell’inflazione richiedesse un raffreddamento dell’economia tale da lasciare gli adulti senza lavoro?». La preoccupazione di Pjanov la dice lunga.
Le previsioni sul presente e futuro economico della Russia si sono incupite il 27 novembre quando il rublo, molto volatile da tre anni, è stato scambiato a 113 per dollaro, il minimo storico da inizio marzo 2022, subito dopo l’inizio dell’aggressione russa contro l’Ucraina. Una svalutazione dell’8,5% in un giorno, circa l’11% in una settimana, il 20% da settembre, parzialmente innescata dalle sanzioni statunitensi contro Gazprombank, il braccio finanziario del colosso statale del gas Gazprom, utilizzato per gestire il commercio dei prodotti energetici e una delle poche banche russe ad avere avuto ancora accesso ai mercati internazionali. Il presidente Vladimir Putin ha minimizzato: “Non c’è motivo di farsi prendere dal panico. La situazione è sotto controllo”. Il ministro delle Finanze Anton Siluanov ha invece sostenuto che il deprezzamento del rublo favorisse le esportazioni e dunque il bilancio. Ma è vero soltanto in parte, soprattutto in un Paese sotto embargo. Una moneta nazionale più debole non può che accelerare la galoppante inflazione.
L’economia russa
Il carovita al mercato
Secondo l’istituto Rosstat, dal 26 novembre al 2 dicembre, l’indice dei prezzi al consumo è aumentato dello 0,5% e l’inflazione annuale è accelerata a 9,07%, il livello più alto dal febbraio 2023. «È un completo disastro», osservano gli analisti di Mmi. Dall’inizio dell’anno le patate sono aumentate dell’81%, le cipolle del 40%, i cavoli del 34%. L’aumento del 33% dei prezzi del burro, record dal 2007, ha spinto alcuni negozi a venderlo in confezioni anti-taccheggio.
Per combattere il carovita alla Banca centrale sono rimasti pochi strumenti. All’indomani del crollo del rublo, la governatrice Elvira Nabiullina ha annunciato che avrebbe smesso di “acquistare valuta estera sul mercato interno” per le sue riserve “fino alla fine del 2024”, ma è improbabile che questa misura basti. Si teme che, durante la prossima riunione del cda della Banca centrale prevista il 20 dicembre, possa annunciare un ulteriore innalzamento dei tassi, già aumentati dal 16% al 21% negli ultimi sei mesi.
Aziende contro Banca centrale
I leader delle grandi aziende sono però sul piede di guerra da settimane. I tassi elevati sono un “freno” per lo sviluppo industriale, dicono ad esempio il proprietario del gruppo siderurgico Severstal, Aleksej Mordashov, e il capo del conglomerato statale della difesa Rostec, Sergej Chemezov. L’Unione russa degli industriali e degli imprenditori (Rspp) ha persino suggerito che la Banca centrale, che al momento risponde soltanto al Parlamento, coordini la sua politica monetaria con il governo. Ma il rischio è che la pressione politica per abbassare i tassi non porti crescita, ma soltanto un’iperinflazione.
Non ci sono strade miracolose. L’economia russa mostra sempre più segnali di rallentamento della crescita, tanto che gli economisti del Centro russo per l’analisi macroeconomica e le previsioni a breve termine (Tsmakp) nel loro ultimo rapporto hanno parlato apertamente del rischio stagflazione, una stagnazione dell’economia combinata con un’elevata inflazione. Il rallentamento non è dovuto solo alla contrazione della produzione nelle industrie di estrazione delle materie prime a causa del calo dei prezzi dell’export, ma anche a un settore manifatturiero anemico. Dati che hanno spinto gli economisti a ribassare le proiezioni sulla crescita del Pil per il 2025 sino allo 0.5-1,5% contro le previsioni di crescita per il 2024 del 5,4% scese al 3,1% nel terzo trimestre. Ciascuno ha i suoi capri espiatori. La Banca centrale incolpa “fattori esterni”, come sanzioni, calo del petrolio e carenza di manodopera. Gli industriali, invece, chiedono la testa di Nabiullina.
Un «dibattito piuttosto stupido tra due false narrazioni», lo ha definito Vladimir Milov, l’ex viceministro dell’Energia diventato stretto collaboratore del defunto oppositore Aleksej Navalny. «Entrambe le parti hanno ragione a modo loro». Allentare le rigide politiche monetarie e abbassare i tassi di interesse significa entrare nel territorio dell’iperinflazione, come sostiene la Banca centrale. Ma continuare ad aumentare i tassi significa uccidere la maggior parte delle aziende, come temono gli industriali. «Ciò che entrambe le parti preferiscono non notare e non menzionare, però, è ‘l’elefante nella stanza’, ossia la guerra contro l’Ucraina, che è la causa principale di tutti i problemi: di una spesa militare estrema che alimenta l’inflazione, del divario di produzione, di una carenza di manodopera senza precedenti», ha concluso Milov.
«La scelta tra le politiche della Banca centrale e le idee della lobby industriale è una falsa scelta. Non c’è una via d’uscita per l’economia russa se si segue una delle due strade: la Banca centrale congelerebbe l’economia con tassi di crescita proibitivi, ma allentarli porterebbe all’iperinflazione. Porre fine alla guerra rimane l’unica opzione praticabile, ma non è sul tavolo. Almeno, non ancora». L’ultima parola spetta a Putin. Per Milov il 2025 sarà «il momento della verità». E come ha scritto Pjanov nella sua letterina a Nonno Gelo, bisogna fare attenzione ai propri desideri perché potrebbero avverarsi.