ROMA - Doveva essere una delle spese ‘sicure’ del Pnrr, ben 6,3 miliardi di euro. Doveva dare una spinta a una manifattura italiana in frenata da due anni. E invece Industria 5.0, il piano di incentivi per gli investimenti delle aziende nella transizione verde, è diventata una enorme grana per il governo Meloni, visto che incertezze e complessità burocratiche per accedere al beneficio hanno scoraggiato anche le imprese più determinate. A quattro mesi dall’apertura dello sportello il contatore registra risorse “prenotate” per soli 200 milioni ed è per questo che - all’ultima spiaggia: tutto va speso e rendicontato entro la metà del 2026 - il ministero delle Imprese sta correndo per inserire una correzione in legge di Bilancio: più tempo, incentivi più ricchi e (un po’) meno burocrazia. Sperando basti.
ROMA - Doveva essere una delle spese ‘sicure’ del Pnrr, ben 6,3 miliardi di euro. Doveva dare una spinta a una manifattura italiana in frenata da due anni. E invece Industria 5.0, il piano di incentivi per gli investimenti delle aziende nella transizione verde, è diventata una enorme grana per il governo Meloni, visto che incertezze e complessità burocratiche per accedere al beneficio hanno scoraggiato anche le imprese più determinate. A quattro mesi dall’apertura dello sportello il contatore registra risorse “prenotate” per soli 200 milioni ed è per questo che - all’ultima spiaggia: tutto va speso e rendicontato entro la metà del 2026 - il ministero delle Imprese sta correndo per inserire una correzione in legge di Bilancio: più tempo, incentivi più ricchi e (un po’) meno burocrazia. Sperando basti.
Una serie di modifiche proposte dal ministero hanno appena ricevuto il via libera di massima della Commissione europea, dove da qualche giorno a gestire i Pnrr è Raffaele Fitto. La prima riguarda i tempi: il limite per chiudere i lavori e “accendere” i macchinari si allunga da fine 2025 ad aprile 2026. Le altre aumentano la convenienza: Industria 5.0 diventa cumulabile con altri incentivi Ue, come quelli per la Zes al Sud; si alza il beneficio per i pannelli solari ‘made in Europe’ da utilizzare, che costavano comunque più di quelli cinesi; le due soglie più basse degli interventi, fino a 10 milioni, vengono accorpate alzando lo sconto.
La convinzione del ministero di Adolfo Urso, un anno dopo aver inserito Industria 5.0 nella revisione del Pnrr e iniziato il biblico lavoro sui regolamenti, è che tutto questo possa finalmente rendere il piano competitivo con la vecchia Industria 4.0, che continua a tirare. Ma dalle imprese filtra scetticismo. Non molto infatti dovrebbe cambiare nelle procedure: uno degli ostacoli maggiori è la necessità di rendicontare i consumi energetici sia prima che dopo l’investimento, certificando un risparmio del 3% a livello aziendale e del 5% nel processo coinvolto.
Il Mimit sta lavorando con il Tesoro per rendere “automatica” questa certificazione in alcuni casi, come la sostituzione di vecchi macchinari, ma si tratta di un dettaglio. Mentre il paletto su cui - Fitto o non Fitto - l’Europa non ha fatto concessioni è quello che esclude dall’incentivo ogni lavorazione che arreca danno all’ambiente, anche se diventerebbe più efficiente. Paradossale, ma comunque noto fin dal primo momento, quando il governo decise che puntare sugli incentivi alle imprese era il modo per accelerare il Pnrr.
La realtà è che per le aziende italiane alle prese con una lunga stagnazione - e nessuna svolta in vista, testimonia la nota congiunturale diffusa ieri da Confindustria - Industria 5.0 ha solo aggiunto incertezze. E che per l’Italia la partita residua più ricca di tutto il Pnrr rischia di diventare anche la maggiore incompiuta, a meno che non si metta subito a marciare. Ultima chiamata in legge di Bilancio.