Bankitalia inchioda il Pil a +0,5%: “Crescita 2025 più incerta”
di Filippo SantelliIl ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti sul palco di Atreju
(fotogramma)Nelle ore in cui la terza legge di Bilancio del governo Meloni attende gli ultimi emendamenti, anche la Banca d’Italia rivede al ribasso le stime di crescita per l’Italia, certificando un inizio di 2025 all’insegna della debolezza. Nelle proiezioni diffuse ieri gli economisti di Via Nazionale anticipano una chiusura d’anno ad appena +0,5%, che diventa +0,7% escludendo la correzione per il numero di giornate lavorative e rendendo così il dato confrontabile con quelli del governo. Siamo tre decimi sotto al punto tondo a cui il ministro del Tesoro Giancarlo Giorgetti è rimasto ancorato fino a giovedì, salvo poi arrendersi all’evidenza. Ma le stime di Bankitalia proiettano nubi anche sul 2025, per il quale ci si aspetta un +0,8%, o +0,7% senza correzione per le giornate lavorative, cioè tra quattro e cinque decimi meno del governo. Un’accelerazione dovrebbe arrivare nella seconda parte dell’anno, si legge nell’analisi, ma in un contesto di «elevata incertezza», a cominciare da Trump e l’i…
Nelle ore in cui la terza legge di Bilancio del governo Meloni attende gli ultimi emendamenti, anche la Banca d’Italia rivede al ribasso le stime di crescita per l’Italia, certificando un inizio di 2025 all’insegna della debolezza. Nelle proiezioni diffuse ieri gli economisti di Via Nazionale anticipano una chiusura d’anno ad appena +0,5%, che diventa +0,7% escludendo la correzione per il numero di giornate lavorative e rendendo così il dato confrontabile con quelli del governo. Siamo tre decimi sotto al punto tondo a cui il ministro del Tesoro Giancarlo Giorgetti è rimasto ancorato fino a giovedì, salvo poi arrendersi all’evidenza. Ma le stime di Bankitalia proiettano nubi anche sul 2025, per il quale ci si aspetta un +0,8%, o +0,7% senza correzione per le giornate lavorative, cioè tra quattro e cinque decimi meno del governo. Un’accelerazione dovrebbe arrivare nella seconda parte dell’anno, si legge nell’analisi, ma in un contesto di «elevata incertezza», a cominciare da Trump e l’impatto dei suoi dazi. Non a caso tra le varie componenti del Pil sono gli investimenti, quella che più risente dell’umore delle imprese, a subire il taglio maggiore.
Una spintarella alle imprese
È con questa stagnazione, e quasi due anni di calo della produzione industriale, che si spiegano i ritocchi alla legge di Bilancio maturati negli ultimi giorni. Dopo aver rinunciato, per mancanza di risorse, a tagliare le tasse ai cittadini, il governo ha cercato di dare una spintarella alle aziende. Conti alla mano, però, anche qui si tratta di interventi minimi, a cominciare dai 400 milioni di euro con cui ridurre l’Ires e “premiare” le imprese che reimpiegano gli utili per investire. La proposta originaria di Confindustria, un taglio di cinque punti dell’aliquota dal 24 al 19%, sarebbe costata circa 5 miliardi.
Ires premiale per le imprese, platea molto ristretta
Gli industriali si aspettavano che quei 400 milioni - prelevati alle banche - si sommassero ad altre poste, salvo scoprire con apprensione che si tratta del totale: il taglio dovrebbe essere di quattro punti, ma per una platea ristretta da requisiti stringenti come il fatto che l’impresa non abbia fatto cassa integrazione (anche ordinaria) nel 2024 e nel 2025. Il leader degli industriali Orsini continua a trattare con Giorgetti, ma le speranze di strappare qualcosa in più sono ridotte.
Transizione 5.0, non c’è la proroga dei tempi (per ora)
Negli emendamenti dell’ultima ora spuntano 400 milioni al ministero delle Imprese per le crisi industriali di automotive a altri settori, somma divisa tra 2026 e 2027, oltre alla proroga del fondo di garanzia per le Piccole imprese. Ma la partita industriale più ricca della manovra è in realtà una correzione, quella con cui il ministero di Urso prova a sbloccare i 6,3 miliardi degli incentivi di Transizione 5.0, partita del Pnrr finora ferma al palo – solo 200 milioni di euro – per le enormi complessità burocratiche. Il pacchetto di modifiche negoziato con Bruxelles è arrivato ieri e conferma le anticipazioni, con incentivi maggiorati e qualche snellimento (non radicale) dei processi. Rispetto a quello che il governo aveva assicurato manca però un elemento chiave: la proroga dei tempi per gli investimenti da dicembre 2025, ormai troppo vicino, ad aprile del 2026. Il ministero dice che la trattativa non è chiusa, punta ad ottenere da Bruxelles un allungamento maggiore. Nel frattempo resta l’incertezza, per una misura che proprio le incertezze hanno reso un buco nell’acqua.