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Draghi contro l’austerità: non si vive di solo export, in Europa salari troppo bassi

Mario Draghi, ex presidente della Bce, ha redatto un rapporto sulla competitività europea che dovrebbe fare da copione per la nuova Commissione 

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Al Cepr di Parigi l’ex presidente della Bce critica le politiche che negli ultimi anni, in nome della competitività, hanno tollerato un basso aumento delle retribuzioni e depresso gli investimenti: “Applicando in modo flessibile il nuovo Patto di stabilità i Paesi possono liberare 700 miliardi”
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ROMA – Alcuni avevano obiettato a Mario Draghi di essersi concentrato nel suo Rapporto sul futuro dell’Europa sulla (bassa) produttività, senza parlare dei (bassi) salari. Ieri a Parigi, al simposio annuale dell’autorevole Centre for Economic Policy Research (Cepr), l’ex presidente della Bce ha spiegato che per lui le buste paga sono – eccome – parte del problema. Un problema più ampio però, cioè il modello di crescita che l’Europa ha seguito negli ultimi anni, dopo la doppia crisi finanziaria e dei debiti sovrani, molto basato sulle esportazioni e molto poco sulla domanda interna e gli investimenti. Un modello che i politici hanno perseguito “tollerando una bassa crescita dei salari come mezzo per aumentare la competitività internazionale”. Ma che, ora che la Cina non tira più e Donald Trump minaccia di colpire chiunque abbia un surplus commerciale con gli Stati Uniti, “non appare più sostenibile”.

ROMA – Alcuni avevano obiettato a Mario Draghi di essersi concentrato nel suo Rapporto sul futuro dell’Europa sulla (bassa) produttività, senza parlare dei (bassi) salari. Ieri a Parigi, al simposio annuale dell’autorevole Centre for Economic Policy Research (Cepr), l’ex presidente della Bce ha spiegato che per lui le buste paga sono – eccome – parte del problema. Un problema più ampio però, cioè il modello di crescita che l’Europa ha seguito negli ultimi anni, dopo la doppia crisi finanziaria e dei debiti sovrani, molto basato sulle esportazioni e molto poco sulla domanda interna e gli investimenti. Un modello che i politici hanno perseguito “tollerando una bassa crescita dei salari come mezzo per aumentare la competitività internazionale”. Ma che, ora che la Cina non tira più e Donald Trump minaccia di colpire chiunque abbia un surplus commerciale con gli Stati Uniti, “non appare più sostenibile”.

La Germania nel mirino

Tra le righe del discorso di Draghi, pur senza essere citato, si coglie soprattutto un bersaglio critico: la Germania. E’ Berlino che negli ultimi ha ha sbilanciato la sua economia tutta sulle esportazioni, è lei che ha imposto – a se stessa prima ancora che al resto d’Europa – una cieca austerità di bilancio: “Tutti i governi avevano lo spazio fiscale per bilanciare questa debolezza della domanda interna – ha detto Draghi – ma almeno fino alla pandemia hanno fatto la scelta deliberata di non usare questo spazio”, rafforzando il circolo vizioso tra bassi salari e bassi consumi.

“Riforme” non vuole dire “flessibilità”

Per l’Europa, dunque, l’assoluta priorità è riattivare il motore della crescita “endogena”, che non dipenda dagli altri. E questo può essere fatto solo combinando in maniera ottimale riforme strutturali e politiche fiscali. Le riforme, ha spiegato Draghi, non vanno più intese nel senso della flessibilità che all’inizio del millennio ha contribuito a comprimere i salari (anche qui la Germania ha fatto scuola), ma come “un aumento della produttività attraverso la riqualificazione dei lavoratori”. Ancora più alla base però si tratta di completare il mercato unico e l’unione dei capitali, missioni che i governi europei hanno dimenticato.

Usare al massimo i margini del Patto di stabilità

Draghi è tornato a parlare di debito europeo, una delle proposte più controverse e contestate del suo Rapporto, ribadendo però che dovrebbe essere discussa solo in un secondo tempo, dopo aver completato il mercato comune. E siccome ci vorrà tempo, nell’attesa si tratta anche di ridefinire il modo in cui ragioniamo sulle politiche fiscali, uscendo dalla dicotomia tra espansione e restrizione, e migliorando invece la composizione della spesa, “più investimenti pubblici”, e il coordinamento tra i Paesi membri. Il nuovo Patto di Stabilità, ha detto, offre dei margini e la raccomandazione è di sfruttarli al massimo: “Se tutti i Paesi facessero pieno uso degli spazi concessi dal periodo di aggiustamento di sette anni, sarebbero disponibili 700 miliardi extra per investimenti”.

Si tratta di una bella fetta delle enormi risorse di cui l’Europa ha bisogno per affrontare la duplice transizione verde e digitale. E provare così a competere con Stati Uniti e Cina. L’alternativa, ha ribadito Draghi, non è avviarsi verso un declino “comodo e gestibile”, ma precipitare in una crisi che metterà a rischio i valori stessi dell’Europa.

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