Manovra impantanata. Le opposizioni al governo: “Impossibile votarla”
di Valentina ConteIl presidente della Camera Lorenzo Fontana
(fotogramma)ROMA — Si riparte stamattina alle 10.30. La manovra è ancora in commissione Bilancio alla Camera e si conta di chiudere nottetempo l’esame degli emendamenti. Meglio se entro le 9.45 di domani, un quarto d’ora prima che la premier Meloni in aula cominci le comunicazioni di rito in vista del Consiglio europeo di giovedì. Ma l’atmosfera ribolle.
Le opposizioni ieri, tranne Azione, hanno inviato una lettera al presidente di Montecitorio Lorenzo Fontana. Per fermare l’emendamento del governo, prima maxi poi spezzettato. Contiene tante di quelle norme «eterogenee e senza relazione tecnica» — tra cui il taglio dell’Ires che ancora non si sa quanto vale e come si copre — che così è «impossibile esaminarle ed esprimere una scelta libera e consapevole», scrivono i capigruppo di Pd, M5s, Iv e Avs.
ROMA — Si riparte stamattina alle 10.30. La manovra è ancora in commissione Bilancio alla Camera e si conta di chiudere nottetempo l’esame degli emendamenti. Meglio se entro le 9.45 di domani, un quarto d’ora prima che la premier Meloni in aula cominci le comunicazioni di rito in vista del Consiglio europeo di giovedì. Ma l’atmosfera ribolle.
Le opposizioni ieri, tranne Azione, hanno inviato una lettera al presidente di Montecitorio Lorenzo Fontana. Per fermare l’emendamento del governo, prima maxi poi spezzettato. Contiene tante di quelle norme «eterogenee e senza relazione tecnica» — tra cui il taglio dell’Ires che ancora non si sa quanto vale e come si copre — che così è «impossibile esaminarle ed esprimere una scelta libera e consapevole», scrivono i capigruppo di Pd, M5s, Iv e Avs.
Lo scontro con Fontana
Replica Fontana: «Ho già rappresentato al governo e ai relatori l’inammissibilità di un unico maxi emendamento. Di qui la presentazione di tre emendamenti dei relatori». Sull’assenza di relazioni tecniche: «Potete chiederle al governo». Sull’impossibilità di esprimersi con un voto solo su molte norme: «Potete fare subemendamenti o chiedere più voti separati». Insomma muro contro muro. Il Pd incalza: «Le coperture non tornano e aumentano le tasse». Il M5s freme per il tetto delle detrazioni legate alle spese per le scuole paritarie che sale da 800 a mille euro: «Ennesimo favore di Meloni ai privati».
Il caso della stretta sulla Naspi
Ancora brucia, tra i banchi dell’opposizione, l’aumento di stipendio ai ministri, viceministri, sottosegretari che non sono parlamentari: il governo non ha intenzione di fare marcia indietro. Nello stesso tempo però inserisce una nuova stretta sui disoccupati che si sono dimessi volontariamente e nel giro di un anno hanno trovato un nuovo lavoro e poi sono stati licenziati. Prenderanno la Naspi, il sussidio di disoccupazione, solo se hanno lavorato almeno 13 settimane tra i due contratti. «Un altro schiaffo ai lavoratori», dice Valentina Barzotto (M5s).
Il governo giustifica la norma con l’intento di colpire i “furbetti”. L’opportunismo, in questo caso delle imprese, di far dimettere in modo volontario il dipendente per non pagare il ticket licenziamento. Per poi riassumerlo e licenziarlo, così da versare un ticket più basso. Ma la norma, che scatta da gennaio, non si rivolge ai soli casi di “riassunzione” farlocca. Colpisce tutti, senza distinguere.
E fa il paio con l’altra stretta, contenuta nel collegato lavoro, appena diventato legge. Le assenze ingiustificate di 15 giorni non faranno più scattare il licenziamento disciplinare, ma equivalgono a dimissioni volontarie. I lavoratori così non ricevono la Naspi e le imprese risparmiano il ticket. Anche qui una sterzata generica, senza distinguere tra dolo e necessità.