La nuova tornata di fusioni in Europa si basa su paradigmi e regole nuovi, incardinati sul rapporto tra banche e assicurazioni e alle connesse “fabbriche prodotto”, comuni a tutti i dossier. Di fatto è un ritorno alla banca universale, voluto dai regolatori e palese nelle nozze Bnp Paribas-Axa Im, nell’Opa Banco Bpm su Anima con replica di Crédit Agricole, nel negoziato Generali-Natixis, nelle mire paneuropee di Unicredit e di Intesa Sanpaolo.
Gli accordi di bancassurance
Vent’anni fa, al primo round, l’obiettivo erano gli sportelli: comandare la rete per accrescere la leva degli impieghi. Ma gli sportelli, su cui giravano attività e crediti, portavano i rischi, per cui il regolatore spesso alzava la dote di patrimonio nelle fusioni. La crisi finanziaria — nata proprio dai rischi creditizi — ha stravolto il settore, insieme alla rivoluzione tecnologica. La rete fisica è aggirata dai canali digitali, su cui passano tre …
La nuova tornata di fusioni in Europa si basa su paradigmi e regole nuovi, incardinati sul rapporto tra banche e assicurazioni e alle connesse “fabbriche prodotto”, comuni a tutti i dossier. Di fatto è un ritorno alla banca universale, voluto dai regolatori e palese nelle nozze Bnp Paribas-Axa Im, nell’Opa Banco Bpm su Anima con replica di Crédit Agricole, nel negoziato Generali-Natixis, nelle mire paneuropee di Unicredit e di Intesa Sanpaolo.
Gli accordi di bancassurance
Vent’anni fa, al primo round, l’obiettivo erano gli sportelli: comandare la rete per accrescere la leva degli impieghi. Ma gli sportelli, su cui giravano attività e crediti, portavano i rischi, per cui il regolatore spesso alzava la dote di patrimonio nelle fusioni. La crisi finanziaria — nata proprio dai rischi creditizi — ha stravolto il settore, insieme alla rivoluzione tecnologica. La rete fisica è aggirata dai canali digitali, su cui passano tre quarti delle operazioni.
Il controllo delle fabbriche
Oggi conta controllare le fabbriche — gestione del risparmio, credito al consumo, polizze vita, danni e salute — che fruttano commissioni pari a un terzo degli utili: e la quota salirà mentre ridiscendono i tassi. «Negli ultimi 20 anni, con la graduale digitalizzazione, l’importanza di avere fabbriche prodotto d’eccellenza è diventata imprescindibile per le banche», dice Flavio Valeri, presidente di Lazard che già nel 2017, quando era ad di Deutsche Bank Italia insisteva sulla centralità delle fabbriche digitalizzate. I prodotti, in più, sono molto meno rischiosi dei crediti. Il cliente che compra un fondo paga le commissioni, anche quando il fondo si deprezza (e i soldi li perde lui, non la banca). Chi sigla polizze paga subito un premio per coprirsi da rischi statistici facili da stimare. Su tali basi nel 2012 nacque il Danish compromise, con cui la presidenza danese Ue offrì temporanei abbuoni di capitale alle banche che compravano assicurazioni. Nell’aprile 2024 gli abbuoni, maggiorati, sono entrati nel pacchetto Basilea IV votato dal parlamento Ue. Così le banche “FiCo” (status di conglomerato finanziario per chi consolida attività assicurative) possono rilevare società del risparmio o delle polizze senza dedurre dal capitale l’avviamento pagato.
Per tipologia di prodotto
La lobby dei francesi
Dietro le quinte c’è la lobby magistrale dei francesi, che del resto la bancassurance l’hanno inventata e la vendono al mondo. Non a caso la prima “nuova” fusione, in agosto, riguardava Bnp Paribas, che offrì 5,4 miliardi per gli 850 miliardi di fondi di Axa Im. Grazie al “compromesso danese” l’impatto sul capitale Bnp è stato di soli 2 miliardi. Mediobanca Securities, che fatti i calcoli ha svelato l’arcano a tanti banchieri, il 3 settembre scrisse di «sogno bancario per arricchire il plutonio». E ipotizzò sette poli bancassicurativi che, ricalcando Bnl-Axa, avrebbero alzato l’utile per azione del 26% medio ai poli (ma il 9% senza lo sconto danese), con impatto sotto all’1% del loro capitale Cet1. Tra i sette schemi c’era l’Opa di Banco Bpm Vita su Anima. Chissà se Giuseppe Castagna, ad del Banco Bpm, si è letto la nota prima di lanciare l’Opa da 1,6 miliardi sul 77% di Anima, il 6 novembre. L’offerta, espressamente «non efficace» se la Bce boccerà l’abbuono, pesa per soli 30 punti base sul Cet1 di Banco Bpm; ma ha irritato tre interlocutori. Uno è l’ad di Mps Luigi Lovaglio, non socio ma secondo cliente di Anima e poco incline a vendere prodotti di una banca d’altri. L’altro è il Crédit Agricole primo socio di Castagna, non consultato e plausibilmente contrario a stringere i legami con la Sgr italiana, rivale di Amundi (il marchio di CA leader europeo nei fondi). Banco Bpm ha un accordo distributivo con Anima fino al 2037, che nel 2017 fruttò 950 milioni. Allora i francesi non c’erano e lo statuto “popolare” proteggeva Bpm. Nel 2022 Agricole salì al 9,2%, per tutelare i suoi interessi commerciali (la partnership con Agos nel credito al consumo). Poco dopo CA si è allargata, versando 260 milioni per vendere polizze danni sulle reti di Castagna. E ora, lanciata l’Ops di Unicredit su Banco Bpm, Agricole ha reagito salendo al 15,1%: sempre, ovvio, per tutelare i suoi interessi. Non tanto quelli in Banco Bpm: il contratto con Unicredit vale due terzi della distribuzione italiana di Amundi.
Le strutture azionarie ostacolanti
S&p ha definito simili intrecci «le strutture azionarie ostacolanti», che complicano il risiko: «Si prevedeva che l’operazione Ubi-Intesa Sanpaolo innescasse una serie di operazioni simili, ma non si è verificato, in parte a causa di partecipazioni strategicamente difensive in banche medie da parte di compagnie, e di accordi bancassicurativi». Il caso Banco Bpm non è isolato. Ci fu Creval, che vendeva prodotti di Agricole (che poi se la comprò), o Bper e Popolare di Sondrio, servite da Unipol che in seguito ne è diventato socio perno. Ora c’è Unicredit, che tratta per ricomprare le jv con Cnp e Allianz sulle polizze Vita, e così ottenere il pieno status di “FiCo”: che si stima valga abbuoni di capitale fino a 9 miliardi in caso di altre, future acquisizioni di tipo “danish”.
L’unica banca ad avere preservato e sviluppato fabbriche proprie è Intesa, ereditando la cultura dei manager Sanpaolo: e che difatti già prima del 2007 collaboravano coi banquiers francesi, contigui per geografia e cultura. Il gruppo guidato da Carlo Messina, che già nel 2018 rivendicava «la scelta di creare un’assicurazione all’interno anziché incorporarne una, per non pagare alcun avviamento», sta adottando il nuovo nome Intesa Sanpaolo Assicurazioni. La divisione, guidata da Virginia Borla, vale il 10% del risultato di gruppo, ed è terza nel Vita e sesta nei danni in Italia. Il segmento, si sa, ha ampi margini di crescita: tolta l’auto, l’italiano medio spende solo 371 euro di premi l’anno, contro 561 euro spagnoli e 1.274 euro francesi. E secondo una ricerca di Ey il 37% degli italiani ignora la vendita di polizze in banca, e metà dell’altro 63% la conosce superficialmente.