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Il “reset” di Starmer passa dall’Ue

 Keir Starmer 

 

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Londra vuole ammorbidire l’accordo di libero scambio con Bruxelles e fare fronte comune davanti alle minacce rappresentate da Trump
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Sir Keir Starmer lo chiama “reset”. Ossia, secondo il primo ministro britannico, “resettare” i rapporti tra Regno Unito e Unione Europea. In altre parole, migliorarli. E riavvicinare sensibilmente i due blocchi, dopo il ferale scisma della Brexit nel 2016. Ma quanto è realistico questo “reset”, dopo le tormentate relazioni degli ultimi anni? E qual è il vero traguardo di questo “rinascimento” tra i due blocchi?

I danni della Brexit

La Brexit, almeno per ora, ha fatto male all’economia britannica. Un oramai celebre studio dell’Office of Budget Responsability (Obr), una sorta di Corte dei Conti britannica, ha quantificato i danni al 4% del Pil nel giro di dieci anni. Un report di Bloomberg qualche mese fa aveva delineato uno scenario per certi versi peggiore: “L’econom…

Sir Keir Starmer lo chiama “reset”. Ossia, secondo il primo ministro britannico, “resettare” i rapporti tra Regno Unito e Unione Europea. In altre parole, migliorarli. E riavvicinare sensibilmente i due blocchi, dopo il ferale scisma della Brexit nel 2016. Ma quanto è realistico questo “reset”, dopo le tormentate relazioni degli ultimi anni? E qual è il vero traguardo di questo “rinascimento” tra i due blocchi?

I danni della Brexit

La Brexit, almeno per ora, ha fatto male all’economia britannica. Un oramai celebre studio dell’Office of Budget Responsability (Obr), una sorta di Corte dei Conti britannica, ha quantificato i danni al 4% del Pil nel giro di dieci anni. Un report di Bloomberg qualche mese fa aveva delineato uno scenario per certi versi peggiore: “L’economia della Ue cresce del 2,3% in più su base annuale rispetto al Regno Unito. E se si cumulano i dati dal 2016, il Pil medio dell’Unione è salito del 24% confrontato con il 6% di Londra. Nei dieci anni precedenti al referendum sulla Brexit, invece, il Prodotto interno lordo medio della Ue aveva arrancato di 12 punti rispetto a Uk”.

alcuni dei principali numeri dell’economia della Gran Bretagna

Oggi Londra, a causa dell’uscita dall’Ue nel 2016, è fuori sia dal mercato unico europeo che dall’unione doganale. E a parole non ci vuole tornare, come promesso da Starmer in campagna elettorale per rassicurare gli operai delle aree industriali “rosse” decadute. Le rimane un accordo di libero scambio con Bruxelles, firmato da Boris Johnson nel 2020, che comunque ha sensibilmente aumentato costi, burocrazia e ritardi alla frontiera rispetto al passato. Eppure, tra i due blocchi, scorre un mercato fondamentale: nel 2023 il 42% dell’export britannico è finito in Ue (per 356 miliardi di sterline), mentre l’import dall’Unione è al 52%, a sua volta suddiviso nel 55% di beni e nel 46% di servizi.

La futura review nel 2025

Per l’accordo di libero scambio di quattro anni fa è prevista una review nel 2025. A Bruxelles sono chiari: non si rinegozia la sua essenza. Ma Londra vuole renderlo più “smooth”, ossia rimuovere barriere, costi e balzelli doganali che permangono, soprattutto nei controlli fitosanitari e altri beni, oltre a rendere visti facili per le band musicali. Persino il governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey, qualche settimana fa ha sottolineato l’urgenza di migliorare i rapporti commerciali con la Ue, anche se il settore dei servizi finanziari britannici ha reagito meglio del previsto. Per il resto, l’esportazione di beni verso la Ue nel 2023 era ancora sotto l’11% rispetto ai livelli del 2019, ovvero prima del Covid e della effettiva uscita del Regno Unito dal mercato unico europeo, quando merci e beni circolavano senza intoppi. Altri studi, come quello del Centre for Economic Performance, parlano di 250 sterline in più all’anno di aggravio sulla spesa alimentare delle famiglie britanniche a causa della Brexit. La settimana scorsa, la cancelliera dello scacchiere Rachel Reeves è stata il primo ministro delle Finanze britannico, dopo la Brexit, a partecipare a un vertice di suoi omologhi della Ue: «Non c’è un momento migliore per essere qui a Bruxelles - ha detto - con fiducia, rispetto e pragmatismo, avremo tutti un futuro migliore». La parola chiave sarà “dynamic alignment”: Londra dovrà allineare i suoi parametri e standard di sicurezza a quelli della Ue, per favorire commercio e scambi nella maniera più fluida possibile. Il che, molto probabilmente, eliminerà qualsiasi tentazione di un complicatissimo accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, che hanno parametri ben diversi.

Gli effetti dell’arrivo di Trump

Proprio l’elezione di Donald Trump ha rinsaldato il nuovo filo diretto Londra-Bruxelles. Entrambi temono le minacce della Russia e dei dazi statunitensi, rispetto ai quali neanche il Regno Unito dovrebbe riuscire a rimanere immune. Inoltre, le dichiarazioni del nuovo presidente americano sulla Nato hanno allarmato Londra e gli alleati europei. L’idea non è quella di creare una alleanza atlantica parallela, ma di venirsi incontro sulla Difesa, sulla produzione di armi e sulla sicurezza, anche in termini di condivisione di intelligence, oltre che di lotta ai migranti, altro tema cruciale per Starmer dopo aver affondato le deportazioni di illegali in Ruanda. Non a caso, il Regno Unito sulla difesa ha già firmato accordi bilaterali, come con la Germania, mentre con l’Italia (e Giappone) ha lanciato il programma Gcap per il nuovo caccia Tempest, nonostante la fortissima opposizione, dietro le quinte, degli americani. Londra con l’Europa vuole fare sul serio. Starmer a inizio febbraio andrà a Bruxelles per un importante vertice sulla Difesa e Uk e Ue hanno concordato di vedersi regolarmente in vertici ufficiali. Non a caso, il primo ministro ha nominato due sottosegretari ad hoc, Nick Thomas-Symonds per i rapporti con la Ue, e Stephen Doughty per quelli bilaterali con i singoli Paesi. Ma, almeno a sentire alte fonti di Bruxelles, «i britannici spendono belle parole, ma sinora abbiamo visto pochi fatti». E, comprensibilmente, l’Europa ha anche le sue richieste nei confronti di Londra, non facili da digerire. Sulla pesca, per esempio, l’accordo sarebbe vicino, per rinnovare le quote ai francesi e altri “fishermen” europei in modo da operare al largo delle coste britanniche. Ma su altre questioni la strada è ancora lunga. Vedi sulla mobilità giovanile. La Ue sta pressando molto Londra per permettere ai giovani europei di poter liberamente studiare e lavorare nel Regno Unito (e viceversa) per un numero limitato di anni. Ma Starmer non ci sente: accettare un piano del genere è politicamente pericoloso e bollente. Perché i numeri di immigrazione, soprattutto quella legale, sono preoccupanti: un milione di arrivi nel 2023, come migrazione netta. La Brexit è stata votata soprattutto per riprendere il controllo delle frontiere anche se ciò sinora non ha generato l’effetto sperato. Secondo un sondaggio dell’European Council on Foreign Relations, addirittura sette britannici su dieci sarebbero favorevoli a riaccogliere i giovani europei in cambio di agevolazioni commerciali. Volere è potere. Giovedì scorso Antonio Costa è andato a trovare Starmer a Downing Street a neanche 12 giorni dalla sua nomina a nuovo presidente del Consiglio europeo. E si dice che la canzone preferita di Sir Keir sia l’Inno alla Gioia, quello della Ue.

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