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In fabbrica tira aria di crisi. Per 118 mila lavoro a rischio

Lo sciopero, a Siena, dei metalmeccanici di Fim, Fiom e Uilm per il rinnovo del contratto nazionale: i lavoratori della Beko

 

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Nel monitoraggio Cgil raddoppiano i dipendenti coinvolti nelle vertenze. Preoccupano in particolare metalmeccanica (auto su tutti), chimica di base, tessile. “Serve un ammortizzatore ad hoc”. Gelmetti (FdI): “
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Un po’ di serenità e qualche certezza. È facile immaginare che sia la richiesta depositata sotto l’albero di Natale in quelle 118.310 famiglie con lavoratori e lavoratrici alle prese con una crisi aziendale. Difficoltà che insistono su settori come il metalmeccanico e in particolare l’indotto auto, la chimica, il tessile. Uno stress certificato da una produzione industriale in calo da ventuno mesi filati, con una situazione occupazionale vista in peggioramento, ad esempio, dal 20% delle aziende della Federmeccanica.

La ripartenza della Cassa integrazione

Sul portale del Ministero delle Imprese e del Made in Italy ci sono 33 tavoli di crisi attivi, ai quali se ne sommano 22 in monitoraggio. Secondo l’analisi della Cgil il quadro si è però complicato, durante l’anno. Ai tavoli fanno capo 105.974 lavoratori, praticamente raddoppiati dai 58.026 censiti a gennaio. E poi ci sono, nel “diario della crisi” di Collettiva.it, a…

Un po’ di serenità e qualche certezza. È facile immaginare che sia la richiesta depositata sotto l’albero di Natale in quelle 118.310 famiglie con lavoratori e lavoratrici alle prese con una crisi aziendale. Difficoltà che insistono su settori come il metalmeccanico e in particolare l’indotto auto, la chimica, il tessile. Uno stress certificato da una produzione industriale in calo da ventuno mesi filati, con una situazione occupazionale vista in peggioramento, ad esempio, dal 20% delle aziende della Federmeccanica.

La ripartenza della Cassa integrazione

Sul portale del Ministero delle Imprese e del Made in Italy ci sono 33 tavoli di crisi attivi, ai quali se ne sommano 22 in monitoraggio. Secondo l’analisi della Cgil il quadro si è però complicato, durante l’anno. Ai tavoli fanno capo 105.974 lavoratori, praticamente raddoppiati dai 58.026 censiti a gennaio. E poi ci sono, nel “diario della crisi” di Collettiva.it, altri 12.336 addetti di Pmi che già l’han perso il lavoro, «vertenze che non sono neppure arrivate alle istituzioni». Ecco il totale di oltre 118mila famiglie.

La cronaca delle ultime settimane è densa di casi. Siena è diventata il teatro della vicenda Beko, simbolo dell’impasse del “bianco” made in Europe incapace di rispondere all’avanzata dei competitor cinesi, con il piano da 1.935 esuberi e oltre 4mila dipendenti coinvolti. C’è poi il biomedicale della ex Bellco con i suoi 500 lavoratori in attesa di potenziali cavalieri bianchi per il rilancio; la chimica di Versalis in attesa di riconversione, con l’incertezza che pende su 8mila lavoratori diretti e 24mila nell’indotto. Il tavolo Coin si è aggiornato con l’impegno dei vertici per un piano di rilancio per i 1.331 lavoratori del gruppo, che con l’indotto diventano duemila. C’è già la convocazione per il 15 gennaio per la vertenza della Meta System, specializzata nell’elettronica per le auto. Ma soffre anche l’industria della carta (alla Giano di Fabriano, gruppo Fedrigoni, sono stati stoppati 173 licenziamenti, ma i lavoratori sono da ricollocare) mentre nell’energia è da affrontare il phase-out del carbone delle centrali come Brindisi e Civitavecchia. E per una vicenda, come quella della Abramo Customer Care, in cui si va verso l’assorbimento dei lavoratori a rischio nella società che dematerializza le cartelle sanitarie della Calabria (Konecta), c’è l’ansia per i quasi cinquecento licenziamenti previsti in Almaviva, per fine anno.

Il segretario confederale Pino Gesmundo punta il dito contro «il totale disimpegno dell’Esecutivo sul tema della crisi dell’industria italiana, che ormai è al palo da quasi due anni». E se negli ultimi tre decenni a «guidare le scelte industriali sono state multinazionali e fondi speculativi», oggi «il nostro tessuto industriale è impreparato alle sfide globali dettate da geopolitica e transizione ambientale e produttiva: rischia di esser pagata solo da lavoratrici e lavoratori».

La filiera auto è come noto tra gli ambiti più in sofferenza. Nella fotografia del settore metalmeccanico scattata dalla Fiom pochi giorni fa c’è la denuncia di una mancata distribuzione della ricchezza ai lavoratori, con il calo del valore aggiunto loro attribuito a fronte di una crescita del profitto lordo. E di una latitanza di investimenti, con la quota di ammortamenti sul margine scesa di oltre dieci percentuali dal 2019 al 2023. Per ripartire il segretario generale Michele De Palma ha chiesto «tre fondi pubblici per investire nei settori strategici, aggregare le Pmi di filiera, dare vita a un’agenzia di ricerca e sviluppo». Le 38 crisi metalmeccaniche all’attenzione del Mimit (40mila dipendenti), dalla loro genesi hanno portato alla perdita di 11.452 posti di lavoro. Aziende in cui oltre il 44% degli addetti (oggi 18.055) è in esubero o sotto ammortizzatore sociale.

Ma l’aumento della pressione sul lavoro è ampio: la cassa integrazione è salita del 19% tra gennaio e settembre, come se 232mila lavoratori fossero spariti dalle linee produttive, con una perdita secca, in termini di lavoratori a zero ore, di 4.485 euro di reddito (dati Lavoro&Welfare). I sindacati sono preoccupati per l’estensione a macchia d’olio degli effetti delle crisi, dalle aziende-madri alle filiere. Nel caso di Beko, ad esempio, le ripercussioni si estendono ai fornitori della gomma plastica (guarnizioni, vaschette e cassetti), del vetro, dei cablaggi.

È vero, ragiona Vera Buonomo, segretaria confederale Uil con delega all’industria, che «il caso Stellantis-Trasnova (i licenziamenti nel fornitore del colosso auto sono stati sventati con il rinnovo di commesse, ndr) dimostra che finalmente c’è un po’ d’attenzione alle filiere». Ma d’altra parte un ulteriore elemento critico è individuato nel recente annuncio del ministro Urso di istituire una cabina di regia Mimit-Regioni per affrontare le crisi di aziende sotto i 250 dipendenti. Un nuovo modello di gestione che per il dicastero permette «dove necessario» di «riconvertire le aree industriali, garantendo l’occupazione e la valorizzazione dei territori». Ma che per la Cgil rischia di «scaricare» le patate bollenti su enti che, in alcuni casi, non hanno strutture organizzate per affrontare le crisi.

Il calo continuo della produzione industriale

A fronte di queste difficoltà, Corso d’Italia ritiene imprescindibili «politiche pubbliche di reindustrializzazione» unite a «un ammortizzatore dedicato alle crisi» e alla riqualificazione dei lavoratori espulsi dal mercato «in attività compatibili con la transizione». A «un nuovo strumento di supporto ai lavoratori, sul modello di Sure introdotto durante i lockdown, per la riconversione» guarda anche Buonomo. Che condanna i tagli al fondo automotive, solo parzialmente compensati: «La transizione della nostra manifattura - chiosa - va affrontata con un convinto supporto, se vogliamo restare la seconda potenza europea».

Gelmetti (Fdi): “Mimit a disposizione delle Regioni per assistenza gestione crisi”

«Le affermazioni della Cgil non conoscono vergogna: non è affatto vero che il Mimit intenda scaricare sulle Regioni le crisi di minore entità. Al contrario, il Mimit ha promosso una riunione con le Regioni, presieduta dal ministro Urso, per offrire loro l’assistenza tecnica del ministero sulle crisi industriali di competenza regionale. Questo per consentire anche alle Regioni prive di una struttura adeguata di affrontare le questioni di loro competenza, con il supporto del dicastero e delle sue strutture tecniche, in uno spirito di piena e leale collaborazione tra gli organi dello Stato», spiega il senatore Matteo Gelmetti in risposta alle accuse mosse dalla Cgil contro il Mimit.

«Va sottolineato che la direttiva ministeriale che stabilisce quali crisi siano di competenza regionale risale alla scorsa legislatura. Il fatto che la Cgil chieda al ministero di occuparsi anche delle crisi di competenza regionale rappresenta, da un lato, un implicito riconoscimento dell’efficienza raggiunta dal Mimit nella gestione delle crisi, come dimostrano i risultati ottenuti nei tavoli affrontati negli ultimi due anni; dall’altro – conclude Gelmetti – evidenzia quanto false e strumentali siano le posizioni espresse dalla Cgil. Questa, infatti, si dimostra ancora una volta più vicina a una corrente di partito che a un sindacato».

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