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Manovra, nessuna novità e tante cattive abitudini

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La peggior abitudine tornata in auge è quella della mancette. Il governo ha istituito due fondi, tutti in capo alla presidenza del Consiglio, per interventi a pioggia a favore degli amici
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L’anno si chiude con il voto di fiducia alla manovra di bilancio 2025, portandosi con sé tutte le cattive abitudini dei governi del passato e senza nemmeno una novità che possa far dire che l’esecutivo Meloni abbia scartato dai binari del tanto vituperato governo Draghi.

La difficoltà di cambiare corso alle finanze pubbliche

La principale misura che vale oltre 17 miliardi si pone in scia al taglio del cuneo fiscale e dell’Irpef per i redditi più bassi inaugurato con l’arrivo dell’ex banchiere centrale a Palazzo Chigi. Quando Sergio Mattarella lo designò a capo del governo, Meloni lo accolse definendolo un patriota che dopo aver salvato l’Europa, avrebbe provato a salvare anche l’Italia. Ma subito affondò la stoccata: «Ho dei dubbi, date le condizioni in cui lavorerà, che la cosa sarà così fantasmagorica». E in effetti il governo Draghi riuscì ad approvare una sola finanziaria per poi cadere. A raccogliere la campanella è stata proprio Meloni, dopo un anno e mezzo all’opposizione. M…

L’anno si chiude con il voto di fiducia alla manovra di bilancio 2025, portandosi con sé tutte le cattive abitudini dei governi del passato e senza nemmeno una novità che possa far dire che l’esecutivo Meloni abbia scartato dai binari del tanto vituperato governo Draghi.

La difficoltà di cambiare corso alle finanze pubbliche

La principale misura che vale oltre 17 miliardi si pone in scia al taglio del cuneo fiscale e dell’Irpef per i redditi più bassi inaugurato con l’arrivo dell’ex banchiere centrale a Palazzo Chigi. Quando Sergio Mattarella lo designò a capo del governo, Meloni lo accolse definendolo un patriota che dopo aver salvato l’Europa, avrebbe provato a salvare anche l’Italia. Ma subito affondò la stoccata: «Ho dei dubbi, date le condizioni in cui lavorerà, che la cosa sarà così fantasmagorica». E in effetti il governo Draghi riuscì ad approvare una sola finanziaria per poi cadere. A raccogliere la campanella è stata proprio Meloni, dopo un anno e mezzo all’opposizione. Ma anche lei, pur avendo una delle più solide maggioranze parlamentari di sempre, non è riuscita a imprimere un corso diverso alle finanze pubbliche. Le misure per la crescita, l’unica via che ci potrebbe permettere di reggere il debito monstre che sfiora il 140% del Pil, sono limitate a 3 miliardi per le imprese, di cui 1,6 per il credito di imposta per l’acquisto di beni strumentali. E se non sono state introdotte misure a sostegno del Pil, che se andrà bene il prossimo anno salirà dello 0,8%, non si è vista nemmeno una proposta per ridurre il debito che nel triennio rimarrà più o meno uguale in rapporto al Pil. Insieme alla mancanza di novità, nella finanziaria sono rimaste anche le peggiori abitudini. In un momento di massimo dirigismo, Meloni aveva chiesto ai suoi di evitare emendamenti se non quelli strettamente necessari. La maggioranza è invece scivolata arrivando a presentarne 600, una valanga che ha di fatto travolto i lavori. Tra l’altro alcuni non di poco conto, come la revisione delle concessioni delle reti di distribuzione elettrica o il finanziamento da due miliardi per il Ponte sullo Stretto.

Il ritorno delle mancette

Ma forse la peggior abitudine tornata in auge sono state le mancette. Il governo ha istituito due fondi, tutti in capo ovviamente alla presidenza del Consiglio per interventi a pioggia a favore di questo o quell’altro amico bisognoso di corroborare la presa sul proprio territorio. Il primo fondo, che peserà sulla spesa corrente, è di 58 milioni in tre anni (25-27) e sarà indirizzato da Meloni agli enti locali, scelti per realizzare interventi sociali, assistenziali, nello sport e nella cultura da parte di associazioni e fondazioni. L’altro (56,8 milioni sempre in tre anni) peserà sugli investimenti e servirà per gli amici che devono sistemare infrastrutture come strade, scuole, campi sportivi, ospedali o riqualificare o recuperare patrimoni storici e artistici. Per le novità, messo da parte il prossimo anno, aspettiamo il 2026.

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