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Moltrasio: “Tante scelte errate. Se lo Stato non investe gli imprenditori giocano in difesa”

Andrea Moltrasio 

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Parla l’imprenditore della Icro Coatings: “Bisognerebbe mettere sul tavolo risorse e tanto debito buono, come dice Draghi. Invece di centri per i migranti in Albania, dovrebbero aprire scuole di formazione”
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MILANO — Andrea Moltrasio è un imprenditore manifatturiero che con Icro Coatings a Bergamo fa vernici per auto, moto, navi e mobili di marca. In passato fu presidente di Ubi Banca e vicepresidente di Confindustria, delega all’Europa.

L’industria italiana si salverà dalla crisi 2024?
«I dati dell’export manifatturiero sono ancora molto buoni: ma è la foto di un aggregato, mancano un po’ i leader, i campioni. Le imprese italiane si difendono perché tanti riescono a infilarsi nelle nicchie di mercato. Ma si gioca in difesa, il piccolo cabotaggio non può bastare».

Qual è il cuore della crisi per lei?
«Questa crisi mette a nudo strategie e posizionamento della manifattura italiana, ma direi europea, nel mondo. Ha tante cause: una visione debole, per cui l’Europa ha fatto giuste politiche concorrenziali ma limitando la nascita di colossi nei settori innovativi come negli Usa; le difficoltà legate al green deal, trasformazione sacrosanta ma priva di strumenti politico-finanziari a sostenerla (…

MILANO — Andrea Moltrasio è un imprenditore manifatturiero che con Icro Coatings a Bergamo fa vernici per auto, moto, navi e mobili di marca. In passato fu presidente di Ubi Banca e vicepresidente di Confindustria, delega all’Europa.

L’industria italiana si salverà dalla crisi 2024?
«I dati dell’export manifatturiero sono ancora molto buoni: ma è la foto di un aggregato, mancano un po’ i leader, i campioni. Le imprese italiane si difendono perché tanti riescono a infilarsi nelle nicchie di mercato. Ma si gioca in difesa, il piccolo cabotaggio non può bastare».

Qual è il cuore della crisi per lei?
«Questa crisi mette a nudo strategie e posizionamento della manifattura italiana, ma direi europea, nel mondo. Ha tante cause: una visione debole, per cui l’Europa ha fatto giuste politiche concorrenziali ma limitando la nascita di colossi nei settori innovativi come negli Usa; le difficoltà legate al green deal, trasformazione sacrosanta ma priva di strumenti politico-finanziari a sostenerla (penso alle riforme miliardarie varate altrove); un approccio un po’ superficiale alla globalizzazione, per cui abbiamo scelto di terminare alcuni settori – penso alla chimica di base – poi finiti in Cina o in India, e oggi ci troviamo con le filiere ‘spezzate’ nella parte alta; gli scarsi investimenti nella ricerca di base».

È un punto di non ritorno?
«Bisognerebbe investire moltissimo per un ritorno, con priorità assoluta e mettendo sul tavolo risorse e molto ‘debito buono’, come dice Mario Draghi. E anche adottare una visione di meno corto respiro: non basta criticare il green deal o chiedere i dazi, va pensato il futuro dell’industria».

Il primo problema dell’Italia è la carenza di grande industria. Quella che c’era si è squagliata in maniera sorprendente: negli ultimi vent’anni pochissimi grandi marchi sono riusciti a fare il passaggio dalla gestione familiare a quella manageriale

E in Italia?
«Credo che il primo problema sia la carenza di grande industria. Quella che c’era si è squagliata in maniera sorprendente: negli ultimi vent’anni pochissimi grandi marchi sono riusciti a fare il passaggio dalla gestione familiare a quella manageriale. Poi c’è il problema della grande industria mai nata, per la mancanza di presupposti. Sia culturali, perché la mentalità italiana è più avversa di quella tedesca, francese o britannica. Sia per la diversa attenzione della politica, avara di riforme utili. Salvo rari casi come Industria 4.0, prevalgono misure cavillose e burocratiche».

Che cosa può fare il governo Meloni per difendere le aziende?
«Tante cose. Intanto inizi a dire se crede fino in fondo nell’impresa o no: sostenendo ricerca e investimenti in azienda, creando le infrastrutture materiali (penso ai guai della logistica in Italia) e immateriali, sostenga senza paura università e settori tecnologici dove l’Italia aveva e ha dei primati. Ci aggiungerei, invece dei centri per migranti in Albania, qualche scuola nei Paesi più vicini, dove i ragazzi locali studino per poi venire a lavorare qui».

Ci sono rischi per l’occupazione?
«Gli occupati non sono mai stati tanti, e in giro per l’Italia non ho mai visto tanta difficoltà a trovare lavoratori qualificati. Poi, se ci saranno crisi occupazionali, andranno utilizzati senza indugio gli strumenti che ci sono. Come la Cig, che funziona benissimo ed è pagata dalle imprese. Poi il governo deve anche trovare i segmenti che danno opportunità d’impiego e investirci».

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