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Le storie di chi vuole rimanere al lavoro e di chi sogna la pensione

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Dal ferroviere che ha bisogno di guadagnare all’ex Alitalia intrappolata in regole che le negano Opzione donna. Passando per il funzionario Inail che preferisce continuare
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ROMA – Storie di chi vuole restare al lavoro perché uno stipendio ancora fa comodo in famiglia. O perché il lavoro è bello e non si vuole staccare. Storie anche di chi guarda alla pensione, seppur penalizzata di Opzione donna, come un’ancora nel buio della disoccupazione che dura da un decennio e non finisce più. Ecco perché parlare di previdenza non è mai facile. E soprattutto perché non esiste una solo ricetta.

Da sinistra, Rosalba Guadagno, Pasquale Niola, Antonino Albanese 

Rosalba: “No a Opzione donna solo per un cavillo.
Ora sono un fantasma”

Dieci anni da «fantasma». Licenziata da Alitalia nel 2014, all’epoca gestione Etihad. Poi quattro anni in mobilità. E tanti no ai colloqui di lavoro, «perché a cinquant’anni non ti vuole più nessuno». Inizia così il calvario di Rosalba Guadagno, oggi 60 anni, una carriera «bella, piena di soddisfazione tra Milano, Roma e Amsterdam» da laureata in g…

ROMA – Storie di chi vuole restare al lavoro perché uno stipendio ancora fa comodo in famiglia. O perché il lavoro è bello e non si vuole staccare. Storie anche di chi guarda alla pensione, seppur penalizzata di Opzione donna, come un’ancora nel buio della disoccupazione che dura da un decennio e non finisce più. Ecco perché parlare di previdenza non è mai facile. E soprattutto perché non esiste una solo ricetta.

Da sinistra, Rosalba Guadagno, Pasquale Niola, Antonino Albanese 

Rosalba: “No a Opzione donna solo per un cavillo.
Ora sono un fantasma”

Dieci anni da «fantasma». Licenziata da Alitalia nel 2014, all’epoca gestione Etihad. Poi quattro anni in mobilità. E tanti no ai colloqui di lavoro, «perché a cinquant’anni non ti vuole più nessuno». Inizia così il calvario di Rosalba Guadagno, oggi 60 anni, una carriera «bella, piena di soddisfazione tra Milano, Roma e Amsterdam» da laureata in giurisprudenza, nella direzione vendita e marketing dell’ex compagnia di bandiera.

Quando nel 2022 raggiunge i 58 anni e 35 di contributi versati pensa di svoltare. Opzione donna è a un passo. Ma il governo Meloni interviene con una stretta inaspettata. Non solo alza il requisito anagrafico a 61 anni. Ma inserisce categorie di beneficiarie simili a quelle dell’Ape sociale: caregiver, invalide al 74%, licenziate da aziende con tavoli di crisi aperti al Mise, l’allora ministero dello Sviluppo economico. «Mi sono detta: ci siamo. Esco da un licenziamento collettivo, Alitalia è su quei tavoli», racconta Guadagno.

E invece no: «Al patronato mi dicono che Alitalia è stata spostata al gruppo dei “tavoli in monitoraggio”. E sul sito del ministero c’è scritto che queste crisi aziendali, vecchie ma non chiuse, “non sono da considerarsi ai fini delle misure Inps”. Mi informo e mi cade il mondo addosso. Mi negano Opzione donna, formula che mi avrebbe consentito una vita più serena anche se rinunciavo al 20% della pensione, solo perché Alitalia è nel tavolo sbagliato. Una violenza inaudita. Come può tutto questo essere costituzionale?», si chiede lei.

Se lo chiedono altre lavoratrici licenziate da Whirlpool, Wartsila, Menarini, Marelli, Electrolux, Termini Imerese e tante altre aziende in crisi “monitorate”. Non basta per avere Opzione donna. Basta per essere discriminate.

(valentina conte)

Pasquale: “Voglio rimanere utile. I giovani?
Non tolgo il posto a nessuno”

«Non mi va di stare in poltrona per il resto della mia vita. Mi voglio sentire utile, so che posso ancora dare un contributo». Pasquale Niola è un funzionario dell’Inail di Napoli. Il 21 febbraio prossimo compirà 67 anni. E a marzo 2025, con 42 anni e 10 mesi di servizio, potrà andare in pensione. Ma quando ha letto della chance per gli statali – prevista nella legge di bilancio – di restare fino a 70 anni, non ha creduto ai suoi occhi: «Che fortuna, stavo già pulendo la stanza, con i colleghi che mi chiedevano che regalo volessi per la pensione. Ma io voglio tanto continuare a lavorare, mi piace. Mi occupo di recupero crediti e ho rapporti con aziende, consulenti del lavoro. Può sembrare noioso, ma so di dare un servizio alla collettività. Sono vedovo, a 36 anni mia figlia ha la sua vita. Non lo faccio mica per i soldi, mi sento attivo».

Per Niola non funziona la narrazione per cui l’anziano che non va via finisce per togliere un posto a un giovane: «Non è vero che si assume così facilmente nella pubblica amministrazione. E poi i giovani preferiscono il privato, perché un laureato entra come funzionario in Inail con 1.700 euro al mese, ma se va in un’azienda guadagna di più. Non le dico poi se l’Inail lo manda a Milano: i genitori da Napoli devono mandargli i soldi per vivere, perché con quella busta paga non ce la fa». Niola ora è in attesa di conoscere i requisiti di chi potrà restare: «Mi hanno detto che sceglieranno determinate figure. Faranno un regolamento, speriamo di farcela visto che sono nato nel primo trimestre. Non vorrei essere condannato ad andare via per pochi mesi. Sono pronto a scrivere al presidente della Repubblica: “Fatemi lavorare, vi prego”. Ho chiamato al patronato e scherzando ho chiesto: “Devo farmi raccomandare per restare? E pensare che c’è chi fa di tutto per andare in pensione. Nella vita non si è mai contenti”.

(alessio gemma)

Antonino: “Resterò fino a 67 anni.
Il costo della vita non mi dà scelta”

«Potrei già andare in pensione, ma non me lo posso permettere. Con quello che costa la vita, qui al Nord, ho solo una scelta: continuare a lavorare». Ne fa una questione di conto in banca e geografia Antonino Albanese, 64 anni, capotecnico di Trenitalia e sindacalista Cgil nell’officina di Milano che si occupa dei treni ad alta velocità, in zona Martesana.

Antonino avrebbe infatti i requisiti per smettere di lavorare, ovvero 42 anni e 10 mesi di contributi versati. Ma in base alle simulazioni, corre il rischio di ritrovarsi con un assegno da 1.750 euro al mese: una cifra da non disprezzare, ma inferiore a quanto prende attualmente. «Come faccio a fine mese?», si chiede. «Anche fossero 100 euro in meno è un problema, soprattutto con la prospettiva di invecchiare e di dover spendere soldi per curarsi, visto che la sanità pubblica è sempre peggio».

E così ecco che quasi 40 anni dopo aver lasciato la Calabria per il concorso che l’ha portato in Lombardia, Albanese si ritrova nella situazione di tanti altri a Milano: dover decidere che cosa fare in base al luogo in cui si decide di invecchiare. «Alcuni colleghi, una volta in pensione, tornano a vivere nei loro paesi di origine», continua. «Ma magari hanno una famiglia agiata o delle proprietà a cui tornare: non è il mio caso».

Albanese, una moglie che lavora e due figli indipendenti, ha costruito la sua vita a Milano e rivendica la sua scelta. «Qui ci sono più opportunità per la vita culturale e per curarsi. Ma la pensione deve essere il più possibile simile allo stipendio. Per questo continuerò a lavorare sino a 67 anni».

(massimiliano salvo)

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