✕

Il 2025, anno dell’instabilità globale. L’equilibrio si gioca nelle sfide tra leader

(reuters)

Ascolta l'audio

Alle tensioni già note rischiano di aggiungersene di nuove. Così le crisi internazionali, dai conflitti armati alla scarsità di risorse, metteranno alla prova le democrazie
5 minuti di lettura

Il 2025 si presenta come un anno di sfide che combinano crisi geopolitiche, conflitti armati, scarsità di risorse idriche e l’instabilità delle criptovalute disegnando uno scenario che riflette l’interconnessione tra politica globale, ambiente ed economia digitale, con implicazioni destinate ad investire la vita di tutti noi. Le crisi geopolitiche sono la principale fonte di instabilità globale e le loro evoluzioni ruotano attorno ad un nuovo fattore legato all’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca: il ruolo dei leader, in prima persona, sul crinale che separa pace e guerra.

Bivio in Ucraina

Lo sviluppo della guerra in Ucraina, iniziata con l’invasione della Russia nel febbraio 2022, ruota attorno al rapporto fra Trump e il presidente russo Vladimir Putin: il primo è intenziona…

Il 2025 si presenta come un anno di sfide che combinano crisi geopolitiche, conflitti armati, scarsità di risorse idriche e l’instabilità delle criptovalute disegnando uno scenario che riflette l’interconnessione tra politica globale, ambiente ed economia digitale, con implicazioni destinate ad investire la vita di tutti noi. Le crisi geopolitiche sono la principale fonte di instabilità globale e le loro evoluzioni ruotano attorno ad un nuovo fattore legato all’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca: il ruolo dei leader, in prima persona, sul crinale che separa pace e guerra.

Bivio in Ucraina

Lo sviluppo della guerra in Ucraina, iniziata con l’invasione della Russia nel febbraio 2022, ruota attorno al rapporto fra Trump e il presidente russo Vladimir Putin: il primo è intenzionato ad offrire al secondo un cessate il fuoco basato sul controllo russo delle aree ucraine al momento occupate dall’esercito di Mosca — Donbass, Crimea e Mariupol — ma in cambio chiede la fine completa della guerra ovvero la decisione del Cremlino di rinunciare al disegno di cambiare l’architettura di sicurezza in Europa. Se Putin accetterà potremo avere le premesse di un accordo globale Usa-Russia di ampia portata ma non è scontato: Mosca potrebbe sfruttare il cessate il fuoco per continuare a minacciare Kiev, Varsavia o Tbilisi e in questo caso l’esito sarebbe opposto. Con l’accelerazione dello scontro Usa-Russia oltre ogni possibile linea rossa. Anche quella nucleare. Quale che sarà l’esito del dialogo Trump-Putin è evidente che porterà a maggiori responsabilità per l’Europa: con il cessate il fuoco dovrà mandare ingenti contingenti per garantire il rispetto degli accordi mentre se l’intesa fallirà, il campo di battaglia potrà estendersi. Le scelte che incombono sull’Ue vanno ben oltre la creazione della difesa comune ed includono decisioni assai concrete: dalla formazione di reparti di truppe speciali in grado di operare in tempi stretti alla realizzazione di uno scudo antiaereo capace di proteggere trecento milioni di europei dalla minaccia di massicci attacchi missilistici simili a quelli lanciati, per due volte, dall’Iran contro lo Stato di Israele nel corso del 2024.

Il nucleare di Teheran

In Medio Oriente la guerra iniziata da Hamas contro Israele con il pogrom del 7 ottobre ha innescato un domino che indebolisce in maniera strategica le ambizioni dell’Iran. Teheran puntava a strangolare lo Stato ebraico con un “cerchio di fuoco” di organizzazioni terroristiche lungo i suoi confini ma si è trovata ad assistere alla reazione proprio di Israele: la demolizione del controllo di Hamas su Gaza e l’indebolimento di Hezbollah con colpi talmente duri in Libano da consentire ai ribelli siriani di travolgere il regime di Bashar Assad a Damasco. L’eliminazione di Hassan Nasrallah e Yahia Sinwar, leader di Hezbollah e Hamas, assieme all’esilio di Assad a Mosca obbliga l’Iran a ripensare il disegno per l’egemonia sulla regione, puntando sulle carte di cui ancora dispone: gli huthi in Yemen, le milizie sciite in Iraq e, soprattutto, il programma nucleare. Da qui il rischio che Teheran acceleri la corsa verso la bomba e la possibilità che Israele — con il sostegno dell’America di Trump e dell’Arabia Saudita — tenti di impedirglielo. È uno scenario che corre parallelo al rafforzamento regionale della Turchia di Erdogan, protettrice dei ribelli siriani ora al governo. E anche agli sforzi che la Casa Bianca farà per siglare un “Patto di Abramo” fra Riad e Gerusalemme, al fine di allargare lo spazio geopolitico del “campo della pace” in Medio Oriente innescando un domino di ricostruzione economica, e non solo, che dovrà includere la Striscia di Gaza.

Gaza, quale dopoguerra

La determinazione con cui Trump, dall’indomani della vittoria, si è impegnato ad ottenere la fine del conflitto a Gaza entro il proprio insediamento il 20 gennaio ci dice quanto la chiave di volta sia la trattativa sulla liberazione di tutti gli ostaggi israeliani, vivi e morti, ancora nelle mani di Hamas. L’obiettivo di Trump è ottenere da Hamas, grazie alle pressioni su Iran e Qatar, il rilascio degli ostaggi in cambio delle fine delle ostilità da parte di Israele, raggiungendo un cessate il fuoco che consentirà di iniziare a riportare stabilità nella Striscia di Gaza per poi affrontare le sfide seguenti: sicurezza e ricostruzione.

Paesi arabi ed Unione Europea possono essere protagonisti di questo percorso che, se avrà successo, consentirà di tornare a studiare opzioni politiche per la composizione del conflitto israelo-palestinese. È un percorso ancora lungo e disseminato di ostacoli ma potrà iniziare solo con la liberazione degli ostaggi perché è stata la loro cattura a segnare l’inizio dell’attuale conflitto in Medio Oriente.

Incognite nel Mar Cinese Meridionale

Il teatro regionale con più incognite è il Mar della Cina Meridionale perché Pechino intensifica le rivendicazioni sulle acque territoriali dei Paesi rivieraschi, dal Vietnam alle Filippine, innescando una serie di potenziali conflitti che vanno ben oltre il contenzioso su Taiwan e gettano un’ombra di instabilità sull’intero Indo-Pacifico. Questa regione, cruciale per il commercio globale, rischia un’escalation militare che si somma alla rivalità globale fra Stati Uniti e Cina. Se a ciò aggiungiamo il trasferimento del Comando delle truppe Usa del Pacifico dalle Hawaii alla base di Kadena, in Giappone, e le minacce nordcoreane di lanciare missili intercontinentali contro il territorio degli Stati Uniti, non è difficile arrivare alla conclusione che da questa regione provengono i rischi potenzialmente maggiori. Da qui l’importanza della scelta della Nato di affiancare gli Usa nei pattugliamenti delle acque del Mar Cinese Meridionale a tutela della libertà di navigazione con l’invio di unità non solo britanniche e francesi ma anche italiane.

Polveriera Africa

Il continente africano è lo spazio geopolitico dove tutte le crisi si incrociano e sovrappongono. Le maggiori autocrazie, Russia e Cina, è qui che riescono ad incalzare con più successo le democrazie occidentali. Il Sahel è quasi completamente sotto il controllo russo — dal Mali ai confini del Ciad — mentre la Cina vanta la maggior quantità di investimenti ed un radicamento che si estende dalla Tunisia al Sudafrica, dal Golfo di Guinea a Gibuti. Il Sudan è teatro della guerra civile più lunga e sanguinosa, dove Mosca punta a imporsi ma duellano per procura anche Iran e monarchie del Golfo, mentre le tensioni lungo il Nilo fra Egitto ed Etiopia consentono di comprendere quanto il controllo delle acque sia un elemento di alto valore strategico. Se a questo aggiungiamo l’insediamento dei gruppi jihadisti nel Sahel e il controllo cinese delle miniere da cui si estraggono le terre rare — cruciali per lo sviluppo dell’elettronica digitale — non è difficile arrivare alla conclusione che la polveriera africana si candida ad essere una protagonista delle crisi del nuovo anno.

Grande corsa all’Oro Blu

Più regioni del mondo sono teatro di dispute per l’accesso all’acqua dolce. L’acqua è motivo di tensione strategica non solo fra i Paesi rivieraschi del Nilo in Africa e di Eufrate e Tigri in Medio Oriente ma anche dell’Indo nell’Asia del Sud e del Mekong in Indocina. L’acqua è cruciale per agricoltura e industria. La sua scarsità, aumentata a causa dei cambiamenti climatici, ha impatto sulla produzione alimentare, mette sotto pressione le economie basate sull’agroindustria e porta a migrazioni che possono innescare disordini e conflitti. Per disinnescare la crisi idrica servono investimenti in tecnologie sostenibili come il riciclo dell’acqua e la desalinizzazione, con una cooperazione internazionale sempre più rara.

La scossa delle criptovalute

Ma non è tutto perché il settore delle criptovalute è al centro di un cambiamento epocale che accelera verso il nuovo anno. La regolamentazione inadeguata e i crolli di alcune piattaforme mettono in evidenza i rischi. Ma alcuni Paesi, come El Salvador, accelerano gli investimenti nelle criptovalute riuscendo ad attrare capitale ingenti. E l’insediamento di Trump alla Casa Bianca ne fa lievitare il valore perché il mercato ritiene che il sostegno di Elon Musk ai Bitcoin possa innescare una svolta da parte della nuova amministrazione. Per le banche centrali è una sfida temibile perché si tratta di bilanciare l’innovazione finanziaria con la necessità di maggiore trasparenza e sostenibilità. Per non parlare dell’impatto ambientale: il mining delle criptovalute richiede enormi quantità di energia.

Nazioni Unite indebolite

La sovrapposizione fra conflitti armati, contese sull’acqua e incognita-bitcoin evidenzia l’urgenza di politiche globali coordinate fra i maggiori attori internazionali. Ma il più serio ostacolo su questa strada è l’indebolimento del sistema delle Nazioni Unite. Perché il Consiglio di Sicurezza è paralizzato dalla rivalità globale fra democrazie (Usa, Gran Bretagna e Francia) ed autocrazie (Russia e Cina) titolari del diritto di veto. Perché l’Assemblea generale è ostaggio di una maggioranza di Paesi del Sud Globale, ostili per i motivi più diversi alle democrazie, che tendono a seguire Mosca e Pechino. E perché istituzioni come la Commissione Diritti Umani perdono legittimità ignorando sistematicamente gravi crisi in Iran, Cina, Cuba e Venezuela. Per non parlare della scelta della Corte penale internazionale di violare il proprio statuto incriminando il premier israeliano Benjamin Netanyahu, cittadino di uno Stato che non ne fa parte, innescando uno scontro dagli esiti giuridici imprevedibili con gli Stati Uniti, in quanto anch’essi estranei alla sua giurisdizione.

Leggi i commenti