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Robert Engle: “Il pericolo delle promesse americane”

Robert Engle 

 

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Il premio Nobel per l’economia si schiera contro i nuovi falchi repubblicani Usa “Il mercato esulta sperando in un liberi tutti, ma è una visione miope”
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«Le previsioni sull’economia globale nel 2025 sono pesantemente influenzate dal fattore-Trump. Già oggi l’andamento è debole in Europa e in Cina, con l’America unico faro di crescita, ma il nuovo presidente è in grado di assestare un colpo in grado di sconvolgere gli equilibri finanziari non solo degli stessi Stati Uniti ma del mondo, con il suo mix diabolico dazi-immigrazione». Robert Engle, classe 1942, tuttora docente di Management of financial services alla New York University con una lunga esperienza al Mit, è uno dei 23 premi Nobel per l’economia, da Stiglitz ad Acemoglu, ad aver firmato un pubblico endorsement per Kamala Harris. «Aveva un programma convincente in termini di investimenti, sostenibilità, opportunità occupazionali e correttezza istituzionale. Prendete queste voci, “rovesciatele” e avrete un concentrato delle paure su Trump».

Professore, perché affianca in modo inscindibile i due fattori, la politica delle tariffe doganali e la lotta all’immigrazione illegale?

«Per…

«Le previsioni sull’economia globale nel 2025 sono pesantemente influenzate dal fattore-Trump. Già oggi l’andamento è debole in Europa e in Cina, con l’America unico faro di crescita, ma il nuovo presidente è in grado di assestare un colpo in grado di sconvolgere gli equilibri finanziari non solo degli stessi Stati Uniti ma del mondo, con il suo mix diabolico dazi-immigrazione». Robert Engle, classe 1942, tuttora docente di Management of financial services alla New York University con una lunga esperienza al Mit, è uno dei 23 premi Nobel per l’economia, da Stiglitz ad Acemoglu, ad aver firmato un pubblico endorsement per Kamala Harris. «Aveva un programma convincente in termini di investimenti, sostenibilità, opportunità occupazionali e correttezza istituzionale. Prendete queste voci, “rovesciatele” e avrete un concentrato delle paure su Trump».

Professore, perché affianca in modo inscindibile i due fattori, la politica delle tariffe doganali e la lotta all’immigrazione illegale?

«Perché attengono a due elementi che influiscono sulla crescita americana: un vivace interscambio commerciale e la disponibilità di manodopera. Con una buona dose di incoscienza, Trump minaccia di disintegrarli entrambi. I dazi porteranno ad un aumento dell’inflazione e a una restrizione del mercato globale, con conseguenze dirette sui partner a partire da quelli europei che già hanno molti problemi per loro conto. La stretta sull’immigrazione, a parte l’utilizzo di terminologie odiose come “deportazione di massa”, conduce in un vortice di tensioni, danni economici, disastri di ordine pubblico. La nomina di due “falchi” come Stephen Miller e Tom Homan ai posti di comando del settore dimostra la volontà di Trump di andare avanti con la linea dura. Però, intendiamoci, un problema immigrati esiste, solo che va affrontato con tutt’altro approccio».

Ci spiega meglio?

«C’è una questione iniziale: andrebbero regolarizzati almeno parte degli 11 milioni di immigrati che lavorano in nero nei magazzini e nelle cucine in ogni angolo del Paese, per dare loro dignità e garantirsi un importante gettito fiscale. Se si sceglie la via della deportazione si scoprono milioni di posti che andranno subito coperti con un costo del lavoro tendenzialmente in aumento e quindi nuova inflazione. Va rivista la politica dell’accoglienza tenendo presente la scala gigantesca su cui si ragiona: i 3.200 chilometri di confine fra Messico e Stati Uniti rappresentano la frontiera più porosa del mondo su cui gravita una massa enorme di popolo proveniente da tutta l’America Latina, a parte che ormai anche dalla Cina i migranti scelgono la via messicana. Aiutarli a casa loro sembrerebbe una via ragionevole ma Trump è l’ultimo che farebbe investimenti di tale magnitudine. È un problema difficilissimo, che però il prossimo presidente affronta con lo spirito più sbagliato».

Sui dazi la minaccia le pare altrettanto inquietante?

«Anche qui nessun segnale di ravvedimento: Trump farà sul serio. E vorrà decidere tutto lui da solo. Non a caso ha nominato quale rappresentante commerciale il giovane e relativamente inesperto (anche se aveva lavorato già nello staff del ministero) Jamieson Greer, che di sicuro non gli farà ombra, e sta piazzando nei posti chiave del commercio estero tutte mezze figure. L’imprevedibilità di Trump è direttamente proporzionale alla sua volontà di buttarsi a testa avanti sulle questioni che gli stanno a cuore: ora si è convinto che brandendo l’arma dei dazi può ottenere qualsiasi cosa, dal riarmo europeo alla non belligeranza cinese su Taiwan. È proprio questo il pericolo peggiore».

Eppure i mercati, non solo quelli americani, danno credito al futuro presidente, festeggiando con nuovi massimi e previsioni da favola…

«Se è per questo c’è anche da chiedersi perché i fattori geopolitici, con tante guerre sanguinarie in corso, non influenzano le Borse. Il fatto è che tutto il mondo è trainato dall’America, dove il business è sovraeccitato dalle promesse di Trump di abbassare ulteriormente le tasse sulle corporation e di creare un humus favorevole alle imprese con nessun riguardo né appoggio alle rivendicazioni sindacali anche quando sono giuste. Una visione da “liberi tutti” che sopravanza qualsiasi preoccupazione ma che è in sé miope e pericolosa: prendiamo per esempio l’antitrust, un tempo orgoglio e vanto in particolare proprio dei repubblicani, che hanno condotto campagne storiche che portarono allo smembramento di colossi come la Standard Oil, l’At&t, l’Ibm. Cosa resta di quella cultura? In questo, l’Europa è diventata molto più attenta e precisa nel perseguire le posizioni dominanti».

In tutto questo c’è l’imponderabile Musk…

«Sono sicuro che, essendo due personalità forti e coriacee, finiranno presto per scontrarsi. E quest’idillio finirà. Per ora Musk gode i frutti miliardari del suo opportunismo, e si appoggia sul conformismo dominante».

A cosa si riferisce?

«Fino alle elezioni la Silicon Valley era divisa in due, da una parte Musk e Peter Thiel, dall’altra tutti gli altri tech-wiz, con Jeff Bezos nel mezzo. Dopo il voto, quasi d’incanto, tutti sono diventati entusiasti filo-trumpiani, e hanno cominciato a sperare nelle liberalizzazioni e nelle agevolazioni fiscali che il prossimo presidente promette. Perfino fra i politici democratici c’è lo stesso voltafaccia: il deputato Ro Khanna ha definito Musk “uno straordinario imprenditore” e ha paragonato la sua capacità di trascinare il popolo a quella di Franklin Roosevelt quando mobilitò l’America per la seconda guerra mondiale. E John Fetterman, un senatore dem della Pennsylvania, ha ammonito i suoi compagni di partito: “Guardate che se lo prendete in giro o lo snobbate, lo fate a vostro rischio e pericolo”».

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