Unicredit grande mattatrice al bazar bancario nel 2025
di Andrea GrecoAl gran bazar bancario 2025: in cui chiunque abbia attività da scambiare guiderà la danza delle fusioni per avvantaggiarsene. Gli altri staranno a guardare, o, peggio diventeranno loro stessi pedine di scambio.
L’anno che chiude, di gran lunga il più frizzante dal crac di Lehman per il settore europeo, ricorda il momento in cui, al bazar, il venditore di drappi ha posto sul bancone dozzine di modelli di ogni foggia e colore; e tu sai che qualcosa dovrai comprare. In play, dicono i banchieri d’affari riferendosi a quando un’azienda è finita sul bancone: e difficilmente rientrerà nelle scatole.
Molte delle operazioni annunciate o abbozzate nel 2024 si definiranno nel 2025: e qualcuna perfino più avanti, tale è la frenesia. La congiuntura, per il settore, resta propizia, benché l’esercizio 2024 sarà per molti istituti il picco di profitti e redditività, dato il rapido taglio dei tassi operato dalla Bce da giugno.
Al gran bazar bancario 2025: in cui chiunque abbia attività da scambiare guiderà la danza delle fusioni per avvantaggiarsene. Gli altri staranno a guardare, o, peggio diventeranno loro stessi pedine di scambio.
L’anno che chiude, di gran lunga il più frizzante dal crac di Lehman per il settore europeo, ricorda il momento in cui, al bazar, il venditore di drappi ha posto sul bancone dozzine di modelli di ogni foggia e colore; e tu sai che qualcosa dovrai comprare. In play, dicono i banchieri d’affari riferendosi a quando un’azienda è finita sul bancone: e difficilmente rientrerà nelle scatole.
Molte delle operazioni annunciate o abbozzate nel 2024 si definiranno nel 2025: e qualcuna perfino più avanti, tale è la frenesia. La congiuntura, per il settore, resta propizia, benché l’esercizio 2024 sarà per molti istituti il picco di profitti e redditività, dato il rapido taglio dei tassi operato dalla Bce da giugno.
Tuttavia Barclays ha stimato che l’ascesa flaccida del Pil, i rischi geopolitici e la normalizzazione dei tassi ridurranno solo dell’1% gli utili per azione medi 2025 delle banche europee, e del 2% nel 2026. La Borsa, poi, malgrado il +45% dell’indice Euro Stoxx bancario dal 2022, «non riflette lontanamente i miglioramenti strutturali di profittabilità conseguiti dal settore», scrive l’ufficio studi britannico.
Il rendimento del capitale bancario, al 9% nel 2021, è salito al 13,6% nel 2024, e scenderà – stima Barclays – solo di qualche decimale nei prossimi due anni, con altre erogazioni generose sorrette da livelli patrimoniali inediti.
E la tenuta borsistica, si sa, è un prerequisito per continuare la campagna delle acquisizioni: insieme agli indirizzi strategici squadernati nel rapporto Draghi, a un favor politico che già aveva prodotto norme incentivanti (il “compromesso danese al quadrato” che minimizza l’impiego di capitale per banche che comprano assicuratori o gestori di fondi) e agli auspici della vigilanza Bce. Dato il quadro, e al di là dei fattori imponderabili, va capito chi ha più opzioni in mano - in finanza del resto ogni opzione ha un valore – e chi invece deve giocare in difesa.
Unicredit la protagonista assoluta: con due acquisizioni da 30 miliardi in canna, che ne farebbero la prima banca europea con quasi 100 miliardi di capitalizzazione. In estate è entrata in Commerzbank, a settembre è salita al 21% tramite derivati e giorni fa, quando tutti la pensavano oppressa dalla scalata a Banco Bpm, è ascesa al 28% attuale. Una puntata da circa 5 miliardi, che diventeranno molti di più se la banca italiana potrà finalizzare l’integrazione con le sue attività in Hvb, diventando un leader in Germania.
L’ad Andrea Orcel ha sempre detto che si tiene aperte tutte le opzioni: dall’integrazione allo status di investitore di peso, fino alla possibilità di vendere il pacchetto (con centinaia di milioni di plusvalenze, perché la posizione è coperta dai rischi di mercato). Il 25 novembre, poi, Unicredit ha annunciato l’Ops (offerta pubblica di scambio) da 10,1 miliardi su Banco Bpm, per rafforzarsi nel Nord Italia e colmare il divario che si allargava da anni con la capoclasse Intesa Sanpaolo.
Orcel, un po’ come i maestri di scacchi che giocano in simultanea, è ben attento a tenere disgiunti i due dossier. Anche nei tempi, perché se il 2025 deciderà le sorti dell’offerta italiana, quella tedesca partirà solo con l’eventuale consenso del futuro governo tedesco: e Orcel intende aspettarlo fino all’autunno se serve.
Ma anche se il banchiere romano resterà il pifferaio del mercato, Orcel sa bene che non può vincere per ko i due incontri: dovrà venire a patti coi governi (anche l’italiano) e fare concessioni ad altri protagonisti. Tra questi c’è Crédit Agricole, primo socio di Banco Bpm con un 15% virtuale e ago della bilancia dell’Ops di primavera.
I francesi, come disse lo stesso ad Philippe Brassac a una cena con investitori un mese fa, «intendono beneficiare delle opzionalità positive in Italia, e ottimizzare i loro interessi mediante un approccio costruttivo con gli stakeholder del caso, incluso il governo italiano», a cui strizzano l’occhio sulla diatriba con Unicredit, che ha di fatto sequestrato dalla culla il bambolotto del terzo polo bancario forgiato a novembre tra Banco Bpm e Mps.
In un gioco di opzioni reciproche, però, il principale “stakeholder” a cui Agricole dovrà raccomandarsi è Unicredit: dal contratto distributivo di Amundi sui 2 mila sportelli italiani di Orcel, scadenza 2027, passano i due terzi delle vendite di fondi dei francesi in Italia; e tutto indica che sarà questa la priorità da difendere per Olivier Gavalda, che da maggio succederà a Brassac.
Un altro “polo” di giocatori liquidi e con opzioni in mano, cui Unicredit dovrà fare concessioni, è il duo Caltagirone-Delfin, azionista di rilievo in Generali, Mediobanca e da novembre anche di Mps (9% complessivo), con vista su Anima Sgr. I due imprenditori, primi investitori nella finanza italiana con pacchetti per oltre 15 miliardi di euro, sono entrati a Siena su invito del Tesoro; e non torneranno a casa a mani vuote. Come minimo, in asse col governo Meloni, decideranno a chi far comprare il 9% di Mps (5% di Banco Bpm, 4% di Anima) cui Orcel ha detto di non essere interessato.
Ma anche Anima, la Sgr con 200 miliardi di euro di risparmi italiani, potrebbe diventare una pedina di scambio nel gioco negoziale del 2025 bancario. Su Anima pende l’Opa di Banco Bpm, a sua volta scalata da Unicredit: e lo scenario più probabile è quello di un riassetto profondo nel suo azionariato di controllo, oggi diviso tra Banco Bpm, Poste e Fsi; gli ultimi due a partecipazione pubblica, cioè governativa.
L’ex popolare guidata da Giuseppe Castagna, invece, ha poco da scambiare: a parte vender cara la pelle, e battagliare a colpi di ricorsi, l’opinione prevalente è che con un ritocco dell’offerta Unicredit potrà annettersela. A quel punto Mps, magari rafforzando l’intesa con Anima, potrebbe restare il terzo polo autonomo e filogovernativo che segue i due big Intesa Sanpaolo e Unicredit. E affianca Unipol-Bper-Sondrio, un ganglio che il governo ha scelto di non far entrare nel bazar 2025 per differenze di vedute politiche (vere o strumentali che siano).
Il polo di Carlo Cimbri, l’anno prossimo, continuerà a rafforzare la redditività operando sui fronti interni: e così faranno, si presume, Intesa Sanpaolo e Mediobanca. Ma un anno passa in fretta: e anche i governi sono più effimeri delle banche, in Italia. Prosit.