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Vodafone fa da apripista al consolidamento delle tlc in Europa

Photo by Nigel Treblin/Getty Images

 

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Gli operatori infrastrutturati italiani potrebbero così scendere da quattro a tre
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La protagonista indiscussa dell’ultimo scorcio 2024 è sicuramente Vodafone, la società di tlc con base a Londra guidata dall’italiana Margherita Della Valle. Dopo 18 mesi di approfondita indagine il 5 dicembre la Cma (Competition and market authority) ha dato il via libera alla fusione tra Vodafone e Three (la società telefonica di proprietà del gruppo cinese CK Hutchison) sul mercato inglese.

Il disco verde è arrivato dopo che le due compagnie si sono impegnate a realizzare un piano di investimenti da 11 miliardi di sterline per costruire la più avanzata rete 5G in grado di raggiungere il 99% della popolazione e 50 milioni di utenti. Per la prima volta l’autorità antitrust inglese ha sancito un legame tra maggiori investimenti e maggiore competizione.

La protagonista indiscussa dell’ultimo scorcio 2024 è sicuramente Vodafone, la società di tlc con base a Londra guidata dall’italiana Margherita Della Valle. Dopo 18 mesi di approfondita indagine il 5 dicembre la Cma (Competition and market authority) ha dato il via libera alla fusione tra Vodafone e Three (la società telefonica di proprietà del gruppo cinese CK Hutchison) sul mercato inglese.

Il disco verde è arrivato dopo che le due compagnie si sono impegnate a realizzare un piano di investimenti da 11 miliardi di sterline per costruire la più avanzata rete 5G in grado di raggiungere il 99% della popolazione e 50 milioni di utenti. Per la prima volta l’autorità antitrust inglese ha sancito un legame tra maggiori investimenti e maggiore competizione.

«L’operazione non è stata fatta per aumentare i ricavi o per tagliare i costi - ha spiegato Della Valle - ma per sbloccare gli investimenti che porteranno nuovo lavoro». Quindi nel 2025 il mercato inglese, fortemente competitivo sul mobile, vedrà nascere un operatore più grande che però si impegnerà a fare grossi investimenti che permetteranno di avere più competizione, non meno.

Una strada che potrebbe fungere da apripista anche per l’Europa dove si è appena insediata la seconda Commissione von der Leyen, intenzionata a cambiare rotta rispetto al passato, in particolare nel settore tlc. Il mantra della danese Marghrete Vestager - almeno quattro operatori mobili per Paese per garantire massima concorrenza e prezzi minimi per gli utenti - non verrà più seguito. Il mantra, infatti, ha portato le compagnie telefoniche a licenziare personale e a rimandare gli investimenti.

La nuova commissaria alla concorrenza, la spagnola Teresa Ribeira, sembra sussurrare che anche in Europa si può scendere da quattro a tre operatori se si sbloccano gli investimenti. Il principale Paese che può trarre beneficio dalla svolta inglese è l’Italia, con i suoi quattro operatori infrastrutturati (Tim, Fastweb-Vodafone, Wind, Iliad) che potrebbero diventare tre restituendo al settore nuova attrattività e ritorno sul capitale.

Un primo assaggio si è visto con l’acquisizione di Vodafone Italia a da parte della svizzera Fastweb, anch’essa autorizzata il 20 dicembre ma senza particolari obblighi di investimento imposti dalle autorità. Ma il 2025 o il 2026 potrebbero essere gli anni del consolidamento del settore tlc in Italia un po’ come sta avvenendo nel settore bancario e finanziario. Si tratterebbe di grandi operazioni che in Italia si vedono sempre di meno, essendo la grande industria sempre meno presente nel Belpaese.

Le operazioni sopra il miliardo sono ormai riservate alle aziende partecipate dallo Stato, Eni, Enel, Leonardo, che ogni tanto vendono o comprano pezzi dei loro business. Per esempio Enel ha ceduto le attività di distribuzione e generazione in Perù per un controvalore complessivo di circa 4,2 miliardi e poi sul finire dell’anno ha comprato in Spagna aziende di generazione idroelettrica per circa un miliardo.

L’Eni ha ceduto lo scorso agosto la Nigerian Agip Oil Company alla Oando Plc, società energetica nigeriana (quotata sia alla Borsa della Nigeria che a Johannesburg). E sempre Eni si è accordata con il fondo Usa Kkr per il suo ingresso al 25% in Enilive per un controvalore di quasi 3 miliardi. Lo stesso Kkr ha chiuso nel corso del 2024 l’acquisizione della rete primaria e secondaria da Tim per 14,2 miliardi, la più grande operazione di questo tipo in Europa.

Mentre al di fuori delle partecipate dello Stato si deve registrare l’importante acquisizione da parte di Prysmian della società quotata statunitense Encore Wire, produttrice di cavi elettrici in rame ed alluminio per un controvalore complessivo di 4,4 miliardi. E l’acquisizione della maggioranza di Prelios per circa 1,4 miliardi da parte di Ion, holding di investimento di Andrea Pignataro.

Ma il grosso delle operazioni di m&a in Italia si fa nel cosiddetto mid size market, le medie aziende che costituiscono l’ossatura portante dell’economia. «Il mercato italiano dell’m&a è fatto in media da 1.300-1.400 operazioni all’anno per un valore intorno agli 80 miliardi», spiega Eugenio Morpurgo, ad e socio fondatore di Fineurop Soditic, ormai arrivata al suo 27 esimo anno di vita. «Gli investitori si stanno focalizzando sui settori più attraenti in questo momento, come la salute, l’information technology, il business services, l’alimentare e le infrastrutture, lasciando da parte quelli meno attraenti come l’industria manifatturiera più tradizionale, la componentistica auto e quella oil & gas».

In effetti, mentre le grandi operazioni che coinvolgono i mega fondi di private equity sono molto spesso operazioni finanziarie, con una forte leva finanziaria e quindi dipendenti dall’andamento dei tassi di interesse, ma che lasciano poco sul territorio, gli interventi sulle medie aziende sono molto più laboriosi ma se fatti bene sono in grado di produrre benefici tangibili all’economia reale.

«Dopo gli choc esogeni del Covid e delle guerre riscontriamo molta più disponibilità da parte degli imprenditori italiani ad aprire il capitale o a vendere la maggioranza delle loro aziende», osserva Carlo Pagliani, senior partner di Space che nel corso del 2024 attraverso il fondo Arca Space Capital ha messo a segno due operazioni importanti come Eurosirel, leader nei cerotti e nelle maschere cosmetiche, e Mosaiq, l’aggregazione di cinque piccole aziende nel settore lusso e beauty con cinque imprenditori che hanno deciso di unire le forze.

Insomma i private equity seri e di media dimensione, al contrario dei grandi, non sono più visti come delle locuste ma come operatori che possono portare capitali, management, diversificazione internazionale, e accompagnare gli imprenditori nell’aumentare il valore della loro azienda. Da lasciare ai figli.

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