Volkswagen, la roulette delle fabbriche da chiudere. E i sindacati fanno muro: “Colpa dei manager”
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniBERLINO - Bruciano da lunedì Wolfsburg, Zwickau o Dresda. Si infiammano di scioperi e manifestazioni i dieci stabilimenti della Volkswagen, il cuore del Made in Germany. I metalmeccanici della IgMetall, esaurito il periodo della ‘pace sindacale’, hanno annunciato l’inizio di una sequenza di proteste a oltranza che finirà solo “quando l’azienda se ne prenderà la responsabilità al tavolo della trattativa”, come ha tuonato l’uomo che sta conducendo il durissimo braccio di ferro con Volkswagen, Thorsten Gröger. “Se necessario, scateneremo la battaglia più dura sul rinnovo del contratto che l’azienda abbia mai visto”.
Un conflitto, ha aggiunto minaccioso il leader delle tute blu, che “condurremo con tutto l’impegno che sarà necessario”. Sabato, com…
BERLINO - Bruciano da lunedì Wolfsburg, Zwickau o Dresda. Si infiammano di scioperi e manifestazioni i dieci stabilimenti della Volkswagen, il cuore del Made in Germany. I metalmeccanici della IgMetall, esaurito il periodo della ‘pace sindacale’, hanno annunciato l’inizio di una sequenza di proteste a oltranza che finirà solo “quando l’azienda se ne prenderà la responsabilità al tavolo della trattativa”, come ha tuonato l’uomo che sta conducendo il durissimo braccio di ferro con Volkswagen, Thorsten Gröger. “Se necessario, scateneremo la battaglia più dura sul rinnovo del contratto che l’azienda abbia mai visto”.
Un conflitto, ha aggiunto minaccioso il leader delle tute blu, che “condurremo con tutto l’impegno che sarà necessario”. Sabato, commentando la fine del lungo periodo di tregua con l’azienda, Gröger aveva già accusato i vertici di aver “dato fuoco ai contratti”, e aveva criticato il muro eretto dall’azienda alla controproposta del sindacato per evitare i tagli. Volkswagen ha annunciato di voler chiudere tre stabilimenti e cacciare decine di migliaia di dipendenti; la IgMetall, pur di scongiurare lo smantellamento delle fabbriche ha suggerito di congelare la richiesta di un aumento salariale del 7%, la decurtazione dei bonus e la riduzione dell’orario lavorativo. Ma l’azienda tiene duro. Il direttore finanziario, Arno Antlitz, ha spiegato tempo fa che l’azienda produce ormai 500 mila macchine in eccesso.
Da allora, le voci sulle fabbriche nel mirino del management si rincorrono, causando il panico tra i 120 mila impiegati. Tanto più che ieri, sulla Welt am Sonntag, il capo del marchio Vw Thomas Schäfer ha insistito: “Dobbiamo ridurre le capacità produttive e adeguarci alle nuove realtà”. Al momento i vertici dell’azienda ìnon vedono’ la possibilità di rinunciare alla cancellazione di una fabbrica in Germania. Il marchio Vw è quello più in crisi, tra i brand del gruppo.
Toccherà dunque ai 1.800 impiegati di Chemnitz, fabbrica che produceva soprattutto componentistica per il motore a combustione? Oppure chiuderà il piccolo stabilimento di Osnabrück, dove si fabbricano le T-Roc Cabriolet, ma soltanto fino al 2026? Oppure sparirà Salzgitter, fragile per la domanda ancora troppo bassa delle auto elettriche? Di recente, alcune indiscrezioni giornalistiche avevano aggiunto due nomi alla lista nera: Dresden ed Emden. Una fonte di IgMetall dice a Repubblica che “non partecipiamo a queste speculazioni perché per quanto ci riguarda non chiuderà alcuno stabilimento”. Ma la sfida è appena agli inizi.
Per capire quanto siano lontane le posizioni, basti pensare che IgMetall chiede aumenti degli stipendi del 7%, e l’azienda una sforbiciata agli del 10%. Un abisso. E la chiusura di uno stabilimento è la vera e propria rottura di un tabù – mai nella storia il gruppo fondato da Ferdinand Porsche aveva smantellato una fabbrica in Germania – e la fine di una tregua armata con i sindacati che va avanti da anni.
La leader del consiglio di fabbrica, Daniela Cavallo, accusa da tempo i vertici del gruppo di aver commesso clamorosi errori manageriali. Sabato ha dichiarato che “la frustrazione, tra gli operai, è enorme. I colleghi cercano da settimane una valvola di sfogo. E finalmente è arrivata, con la possibilità di riprendere a scioperare”. Il bersaglio di Cavallo “è il consiglio di amministrazione, che invece di assumersi le proprie responsabilità getta benzina sul fuoco”.
L’ultima vertenza tosta nella maggiore casa automobilistica europea risale al 2021; per una protesta ancora più partecipata bisogna risalire al 2018, quando 50 mila dipendenti incrociarono le braccia per la vertenza sul rinnovo del contratto.
E intanto le cronache dalla Cina, dove la casa di Wolfsburg ha esportato finora tre milioni di auto all’anno, ma dove nei primi dieci mesi del 2024 ha registrato un crollo del 10% nelle vendite, sono disperanti. In un Paese a rapidissima elettrificazione, la Volkswagen è stata universalmente ribattezzata, soprattutto dai giovani, ‘la macchina dei nonni’. Il marchio tedesco per eccellenza è diventato da avanguardia a vintage, e in uno dei più grandi mercati del mondo. Il motore a scoppio, in Cina, è da vecchi. E così anche le auto Made in Germany.