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Chiesa (PoliMi): “L’Italia dipende ancora dal gas, ma sulle rinnovabili stiamo rallentando”

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Il professore della School of management del Politecnico di Milano: “Il prezzo dell’elettricità va separato da quello del metano, famiglie e aziende oggi sono troppo penalizzate”
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ROMA – «Dopo lo scoppio della guerra l’attenzione dell’Italia si è concentrata sul trovare fornitori di gas alternativi alla Russia, ma senza cercare di impostare un assetto energetico diverso», dice Vittorio Chiesa, fondatore e direttore dell’Energy & Strategy Group alla School of management del Politecnico di Milano. Sono le rinnovabili, sostiene, la chiave per coniugare «sicurezza, sostenibilità e competitività». Ma il loro sviluppo, già troppo lento, «rischia di rallentare ancora».

Forse non è il gas di Putin, ma da importazioni e prezzi del metano siamo sempre dipendenti.

«La dipendenza rimane rilevante. Anche se le rinnovabili sono arrivate a un 40-45%, il ruolo del gas è ancora centrale nella produzione di energia elettrica . Come nel riscaldamento de…

ROMA – «Dopo lo scoppio della guerra l’attenzione dell’Italia si è concentrata sul trovare fornitori di gas alternativi alla Russia, ma senza cercare di impostare un assetto energetico diverso», dice Vittorio Chiesa, fondatore e direttore dell’Energy & Strategy Group alla School of management del Politecnico di Milano. Sono le rinnovabili, sostiene, la chiave per coniugare «sicurezza, sostenibilità e competitività». Ma il loro sviluppo, già troppo lento, «rischia di rallentare ancora».

Forse non è il gas di Putin, ma da importazioni e prezzi del metano siamo sempre dipendenti.

«La dipendenza rimane rilevante. Anche se le rinnovabili sono arrivate a un 40-45%, il ruolo del gas è ancora centrale nella produzione di energia elettrica . Come nel riscaldamento delle abitazioni e ovviamente nella produzione industriale. In tutti questi settori il processo di sostituzione è molto lento».

Il 2024 è stato un anno record per le installazioni rinnovabili in Italia: basta per raggiungere gli obiettivi fissati al 2030?

«Decisamente no. Negli ultimi due anni le rinnovabili hanno dato più soddisfazione rispetto ai precedenti, ma per arrivare agli 80 gigawatt previsti al 2030 dovremmo raddoppiare il ritmo delle installazioni. Serve un cambio di passo».

Si promettevano semplificazioni mentre le ultime norme, da quella sull’agrivoltaico a quella sulle aree idonee, hanno introdotto paletti e scatenato un conflitto tra Stato e Regioni. Gli operatori parlano di rischio stallo, esagerano?

«Il quadro non si è certo semplificato, e non è neppure ancora definito. Tra incertezze e vincoli, il 2025 rischia di essere un anno di rallentamento. Di sicuro non arriverà l’accelerazione di cui abbiamo bisogno. L’energia dovrebbe essere oggetto di una politica più centralizzata o il pericolo è restare nel consueto palleggio tra Stato e Regioni».

Un altro problema è che, anche se le rinnovabili aumentano, il prezzo dell’elettricità in Italia continua a farlo il gas. Sarebbe giusto separarli? È una riforma praticabile?

«È un tema molto rilevante: il meccanismo che “trascina” tutto sul prezzo delle centrali termoelettriche ha le sue ragioni, e tra l’altro favorisce le rinnovabili, ma se finisce per pesare su famiglie e imprese qualche provvedimento va preso. Detto questo, mi pare molto difficile che ci si metta mano».

Ci si può arrivare per altre vie, per esempio favorendo accordi a prezzi più bassi tra produttori di rinnovabili e aziende energivore?

«Sì. Ma i contratti diretti di vendita funzionano se assicurano i produttori di energia rispetto a periodi di prezzi bassi. Se invece i prezzi restano alti come oggi, questi strumenti troveranno piccoli spazi».

Dicono in molti, industriali compresi, che sole e vento variano e quindi non bastano: serve una fonte di energia stabile, come il nucleare. Hanno ragione?

«È vero che c’è bisogno di uno zoccolo duro di produzione di altro tipo, modulabile in maniera rapida a seconda delle esigenze, come avviene con il gas e forse può avvenire con il nucleare. Ma c’è anche il rischio che questa quota marginale, “di complemento”, attiri grandi attenzioni, che invece dovrebbero andare all’obiettivo chiave di portare le rinnovabili all’85-90% del mix produttivo».

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