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Ecco il conto salato della Brexit. Cinque anni dopo nostalgia Europa

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Il bilancio è del quotidiano inglese Independent. I costi per famiglie e società del Regno Unito tra calo delle esportazioni e fuga di manodopera
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LONDRA — È gennaio 2025 ed è tempo di bilanci. Perché il giorno 31 di cinque anni fa, il Regno Unito lasciava ufficialmente l’Unione Europea, prima di un periodo di transizione di 12 mesi e dopo il fatidico referendum del 23 giugno 2016 che decise la Brexit con il 52% dei britannici favorevoli. Un bilancio lo ha fatto ieri il quotidiano Independent, con una prima pagina memorabile: «Cinque anni dopo, ecco il vero costo della Brexit», e giù una valanga di numeroni a dimostrare i danni dell’addio di Londra a Bruxelles. Che, per i sondaggi, vede i britannici sempre più nostalgici della Ue. L’ultimo di YouGov dichiara che per sei su dieci la Brexit è andata male, contro il 12% che la considera un successo.

Meno esportazioni

Ma stop ai sentimenti. Passiamo ai fatti, anzi ai numeri che elenca l’Independent. Innanzitutto, 27 miliardi di sterline: ossia i 32,5 miliardi di euro, secondo uno studio della London School of Economics, che quantifica il calo di esportazioni britanniche verso la …

LONDRA — È gennaio 2025 ed è tempo di bilanci. Perché il giorno 31 di cinque anni fa, il Regno Unito lasciava ufficialmente l’Unione Europea, prima di un periodo di transizione di 12 mesi e dopo il fatidico referendum del 23 giugno 2016 che decise la Brexit con il 52% dei britannici favorevoli. Un bilancio lo ha fatto ieri il quotidiano Independent, con una prima pagina memorabile: «Cinque anni dopo, ecco il vero costo della Brexit», e giù una valanga di numeroni a dimostrare i danni dell’addio di Londra a Bruxelles. Che, per i sondaggi, vede i britannici sempre più nostalgici della Ue. L’ultimo di YouGov dichiara che per sei su dieci la Brexit è andata male, contro il 12% che la considera un successo.

Meno esportazioni

Ma stop ai sentimenti. Passiamo ai fatti, anzi ai numeri che elenca l’Independent. Innanzitutto, 27 miliardi di sterline: ossia i 32,5 miliardi di euro, secondo uno studio della London School of Economics, che quantifica il calo di esportazioni britanniche verso la Ue soltanto nel 2022, a causa dell’entrata in vigore delle nuove regole commerciali su cibo, agricoltura e pesca. Controlli che Londra non è riuscita tra l’altro a implementare reciprocamente per anni, per paura di ingrassare l’inflazione alle stelle dopo la guerra in Ucraina nel 2022. Mentre, stando ai calcoli della Lse, sono 16.400 le imprese, soprattutto piccole e medie che non hanno potuto permettersi di aprire una sede in Ue, che hanno smesso di esportare verso l’Europa a causa delle norme post Brexit.

Ma continuiamo a scorrere la lista del quotidiano. Troviamo per esempio il 15%, che sta per la riduzione del commercio britannico a lungo termine, come ha stabilito del resto la stessa legge di bilancio del nuovo governo laburista qualche mese fa. Invece 30,2 miliardi di sterline è il prezzo che ha dovuto pagare Londra per uscire tecnicamente dall’Ue, al di là delle conseguenze commerciali. E 118mila sono le tonnellate di pesce che il Regno Unito non è riuscito a esportare verso la Ue dal 2019, secondo l’associazione Marine Management Operation.

L’immigrazione

E che dire dell’immigrazione, causa scatenante della Brexit, con Farage, Johnson e gli altri brexiter che promettevano di «riprendere il controllo dei nostri confini»? I numeri sono impietosi: della fine della libera circolazione nel 2021, sono entrati complessivamente 3,6 milioni di nuovi immigrati nel Regno, con una migrazione netta (ossia la differenza tra chi è arrivato e chi ha lasciato il Paese) di ben 2,3 milioni. Di questi, 900mila solo nell’ultimo anno. Ma se aumenta massicciamente l’immigrazione di cittadini extra Ue, gli europei hanno preferito dire addio ad Albione: sono 1.227.800 i cittadini dell’Unione Europea che hanno lasciato il Regno tra il 2016 e il 2021. Lo stesso i giovani europei, che dopo la Brexit sono costretti a rette fino a 60mila euro all’anno all’università: sinora si è registrato un calo di un terzo degli studenti della Ue.

E così, anche per la fuga di immigrati europei qualificati e non, il Regno Unito fa enorme fatica a colmare i suoi posti di lavoro vacanti: sono oltre 800mila, soprattutto nelle fabbriche e nel settore di ospitalità e ristorazione, già afflitti da inflazione e costi alle stelle. Il risultato è, ogni giorno, sotto gli occhi di tutti: orari di pub e ristoranti ridotti e servizio peggiorato, proprio a causa di mancanza di staff.

Che cosa farà ora il governo laburista del primo ministro Sir Keir Starmer? Lui vuole riavvicinarsi sensibilmente alla Ue, predica quasi quotidianamente il “reset” con l’Europa, ossia un forte riallineamento soprattutto per quanto riguarda la Difesa, controllo migratorio e abbattimento delle barriere commerciali, anche perché l’accordo di libero scambio tra i due blocchi va in revisione l’anno prossimo. Ma l’Ue in cambio chiede un accordo favorevole sulla pesca e soprattutto il ritorno della mobilità giovanile tra i ragazzi di Ue e Uk. La riesumazione dell’Erasmus è da escludere, ma Bruxelles pretende per gli under 30 europei almeno la libertà di vivere, studiare e lavorare per un paio di anni nel Regno, e viceversa.

Ma questa è una linea rossa invalicabile per il Labour, terrorizzato da una simile riapertura sui migranti, soprattutto dall’Est Europa. Eppure Starmer è un europeista sfegatato, tanto che la sua canzone preferita sarebbe addirittura l’Inno alla Gioia. Ma la Brexit oramai è una patata bollente e avvelenata, che nessuno vuole riprendersi tra le mani. A non riveder le stelle, della Ue.

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