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“La Ue soffrirà per i dazi Usa, il Sud Europa reagirà”

Paul Donovan

 
Intervista all’economista Paul Donovan di Ubs: “Da parte di Trump mi aspetto una politica economica fatta di compromessi”. E la Cina? “Se le tariffe saranno più dure stimolerà i consumi domestici”
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Dopo un 2024 positivo, secondo Paul Donovan, chief economist di Ubs Global Wealth Management, anche il 2025 inizia sotto una buona stella, nonostante l’incertezza geopolitica e l’arrivo di Donald Trump alla presidenza Usa.

Cosa dobbiamo aspettarci dal prossimo anno e la politica economica di Trump è un problema?

“Per prima cosa i fondamentali dell’economia sono buoni, l’inflazione è diminuita, la spesa è aumentata i consumi restano forti e i tassi d’interesse sono scesi e scenderanno ancora. Mi aspetto che nel 2025 la disoccupazione resti bassa e l’inflazione continui a calare portando con sé nuovi tagli del costo del denaro. Quanto alla politica economica del presidente eletto Trump, la domanda che tutti ci poniamo è se attuerà o meno quello che ha promesso in campagna elettorale”.

La politica monetaria potrebbe della Fed potrebbe risentirne?

“L'indipendenza della Fed non è in discussione. Powel è il presidente e il suo mandato scadrà nel 2026, inoltre occupa un posto dei 7 della banca centrale, che non credo lascerà. Il prossimo presidente deve essere eletto tra gli attuali 7, e nel primo mandato Trump hanno rigettato 3 candidati proposti come governatore. Inoltre Trump è molto sensibile all’andamento dei mercati, sminuire la Fed avrebbe un effetto dirompente, credo che sceglierà un governatore più in linea con la sua politica ma non farà forzature”.

E cosa si aspetta su stimoli fiscali, petrolio, immigrazione e dazi?

“Per il presidente eletto questo è comunque l’ultimo mandato, ma per i suoi deputati e senatori no. Quindi mi aspetto una politica economica fatta di compromessi, meno agguerrita delle promesse elettorali. Ci sono 4 aree su cui Trump può intervenire. La prima è la politica fiscale, dove ha dichiarato che manterrà molti degli incentivi in scadenza, e quindi non avrà impatti sull’economia reale. Ma non tutte le promesse elettorali potranno essere mantenute, perché il congresso farà fatica a far quadrare il budget. La seconda area è l’aumento di offerta di petrolio, che farebbe scendere i costi dell’energia Ma le compagnie petrolifere saranno restie a fare più investimenti nell’estrazione: l’industria del petrolio ha davanti a sé ancora 30 anni, Trump solo 4. Il terzo fattore è l’immigrazione illegale, Biden nell’ultimo anno ha rimandato a casa 1,2 milioni di persone, Trump in campagna ha promesso di arrivare a 10 volte tanto, non credo ci riuscirà perché l’esercito americano costa, bisogna ridurre il deficit, e se venisse a mancare la manodopera in alcuni settori, come infrastrutture e immobiliare, si rischia di creare un imbuto che inceppa il sistema e fa impennare l’inflazione. Infine c’è la questione dei dazi….”

Che già preoccupa le aziende di tutto il mondo dalla Cina all’Europa…

“Esatto, ci sono due tipi di politiche sui dazi: quelle contro un singolo Paese, o i dazi selettivi, gli stessi che Trump ha applicato nel primo mandato con la Cina. In questo caso l’effetto è molto negativo nei primi anni, ma poi si riduce nel tempo, lo abbiamo visto anche in Europa con le sanzioni alla Russia, all’inizio c’è uno shock delle importazioni, poi il mercato si aggiusta e trova altri escamotage. Un dazio a pioggia per tutte le importazioni verso gli Usa sarebbe invece molto negativo, perché non darebbe al mercato vie di fuga. Oggi i dazi alle importazioni sono al 12,7% del Pil Usa: un aumento del 10% dei dazi nell'importazione si tradurrebbe in un aumento dei prezzi dell'1,25%, un aumento del 20% in un aumento dei prezzi del 2,5%, che si somma all'inflazione. Se in un primo momento su alcuni beni durevoli i consumi potrebbero non risentirne, nel medio termine avrebbe seri impatti sull’economia. Ma le aziende hanno già i magazzini pieni di merce importata, l’effetto sull’economia reale si vedrà comunque in ritardo”.

Quali sono le sue previsioni, e quali le ripercussioni per l’Europa?

“Mi aspetto che i dazi aumenteranno in maniera selettiva, sull’entità e l’impatto che questo avrà sui singoli Paesi e sui settori colpiti, è troppo presto per fare delle previsioni accurate. Trump punterà con i dazi a difendere l’industria americana, in Europa il settore automotive e l’acciaio sentiranno certamente un impatto. Se Trump decide di tassare il bourbon e i vini fa una scelta politica, non mi aspetto che imporrà dazi su borse o vestiti di lusso, dove l’industria Usa non ha una manifattura forte”.

Quali sono le sue previsioni per l’economia europea?

“Molti stati hanno una demografia in calo costante, come Italia e Germania, quindi il Pil è destinato a scendere. Tuttavia da alcuni anni si nota un cambio della abitudini dei consumatori, che preferiscono acquistare esperienze piuttosto che beni. Per questo la Germania e il nord Europa soffriranno più dell’Italia e dei Paesi del sud Europa: a nord non c’è turismo, si producono ed esportano soprattutto beni, non esperienze come cibo, abiti e il divertimento in genere. Nel 2025 l’Europa crescerà ancora, ma sarà frenata dalla Germania: la disoccupazione resterà bassa, i consumatori hanno ancora risparmi. Mi aspetto che l’inflazione cali e la Bce tagli ancora i tassi, ma più alti saranno i dazi Usa, peggio sarà per la Ue”.

E la Cina?

“In Cina la demografia scende più delle attese, la Cina esporta beni non divertimento, peraltro secondo i dati di Pechino – le esportazioni dalla Cina agli Usa sono del 16% superiori delle importazioni degli Usa dalla Cina – i dati cinesi devono quindi essere considerati con cautela come segnali della domanda globale. Detto questo un aumento severo dei dazi Usa avrebbe effetti significativi, per questo mi aspetto un importante politica di stimoli, superiore a quelli annunciati fin qui. La domanda domestica cinese è debole, i consumatori sono preoccupati per il futuro e la paura li induce a risparmiare di più. Paradossalmente i dazi potrebbero essere un forte stimolo: il governo di Pechino non può far nulla per rilanciare l’export, ma può fare molto per rilanciare i consumi domestici, magari alimentando un sentimento che privilegi la tecnologia e le auto cinesi su quelle americane”.

Insomma si aspetta nuovi boicottaggi e ondate di nazionalismo?

“Il nazionalismo economico è un trend globale che dilaga non sono negli Usa e in Cina, ma anche in Europa ci sono pregiudizi, e una sensibilità crescente che ci porta a consumare più beni e servizi a noi vicini. Viviamo in tempi incerti, per la geopolitica ma anche per la nuova rivoluzione tecnologica dell’IA. La gente è preoccupata per il futuro, per il lavoro, e cerca un capro espiatorio, che siano gli immigrati o i robot. I cambiamenti saranno sempre più veloci, e la rabbia e il nazionalismo sarà sempre più pervasivo”.

Come l’IA influenzerà l’economia e il mercato del lavoro?

“Come è stato per internet, anche con l’IA e come con tutte con tutte le tecnologie, il problema è come la useremo e quali saranno le leggi per implementarla. Alcune industrie saranno favorite, altre danneggiate. Oggi si tende a guardare solo il lato negativo e si ha paura dell’effetto dirompente e distruttivo che l’IA potrebbe avere su una serie di professioni, io credo che sarà un processo graduale”.

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