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Colazione più salata con i prezzi record di caffè e cacao. Cala solo lo zucchero

Per il caffé aumenti superiori al 50% (agf)

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I cambiamenti climatici stanno rivoluzionando le colture facendo impazzire le quotazioni delle materie prime. E il cioccolato può rendere più dell’oro
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MILANO — Il calo degli zuccheri, non sembri strano, è l’unica buona notizia. Sì, perché nella valanga di rincari che si stanno abbattendo sulle nostre tavole, portando l’inflazione a colazione, quel cucchiaino di bianco dolcificante è tra i pochi generi alimentari il cui prezzo fa qualche passo indietro. Per il resto, ogni risveglio rischia di essere tutt’altro che dolce. A causa, per l’appunto, dei salatissimi prezzi. Questioni di gusti che diventano anche politiche: nelle recenti presidenziali degli Stati Uniti il rincaro delle uova, ormai vicine ai sei dollari la dozzina, è stato un tema di dibattito non secondario. In Italia, secondo Assoutenti, il record dei rincari spetta al 48% in tre anni del burro.

Da dove cominciare con la nostra carissima colazione? Maga…

MILANO — Il calo degli zuccheri, non sembri strano, è l’unica buona notizia. Sì, perché nella valanga di rincari che si stanno abbattendo sulle nostre tavole, portando l’inflazione a colazione, quel cucchiaino di bianco dolcificante è tra i pochi generi alimentari il cui prezzo fa qualche passo indietro. Per il resto, ogni risveglio rischia di essere tutt’altro che dolce. A causa, per l’appunto, dei salatissimi prezzi. Questioni di gusti che diventano anche politiche: nelle recenti presidenziali degli Stati Uniti il rincaro delle uova, ormai vicine ai sei dollari la dozzina, è stato un tema di dibattito non secondario. In Italia, secondo Assoutenti, il record dei rincari spetta al 48% in tre anni del burro.

Da dove cominciare con la nostra carissima colazione? Magari proprio da un classico italiano come il caffè: mentre la moka ci accoglie al mattino, su qualche mercato si sta già trattando il prezzo dei contratti “futures” di quei chicchi tostati, scommettendo in pratica sul valore che il caffè avrà tra un mese o tra un anno. Proprio a novembre, alla Borsa merci di Londra, i “futures” sulla qualità “Robusta”, quella più economica, hanno sfondato la soglia dei 5.500 dollari a tonnellata, arrivando ai massimi da quasi mezzo secolo. E se in generale le quotazioni del “Robusta” hanno superato il 50% di rialzo, quelle del più pregiato “Arabica”, sono salite nell’intero 2024 di circa il 70%. Le ragioni? Climatiche, prima di tutto: tra gli effetti del fenomeno naturale El Niño ci sono stati lunghi periodi di siccità in Brasile e Vietnam, i due maggiori produttori mondiali di caffè, che hanno suscitato allarmi sul prossimo raccolto.

Ma anche la geopolitica pesa: da una parte i grandi gruppi americani – la sola Starbucks acquista il 3% di tutto il caffè prodotto nel mondo – preferiscono aumentare le scorte prima dell’arrivo di Donald Trump e dei suoi annunciati dazi sulle importazioni; dall’altra i torrefattori europei sono alle prese con il nuovo regolamento dell’Ue sulla deforestazione, che blocca la vendita di caffè coltivato su terreni deforestati. L’entrata in vigore è slittata di un anno, al 30 dicembre 2025, ma anche nell’Ue chi può si affretta a fare scorte. Se a questo si aggiunge il fatto che anche i consumatori cinesi stanno lentamente virando, dal the al caffè, il rincaro è servito. Un rincaro che, temono gli operatori, è qui per restare, mentre i mercati restano con gli occhi alzati al cielo: martedì scorso il prezzo dell’“Arabica” è sceso ai minimi da quattro settimane dopo la notizia che sulla più vasta area di piantagioni brasiliane, nel Minas Gerais, erano caduti la settimana prima 102,8 millimetri di pioggia, ovvero quasi il doppio della media del periodo. Ma già giovedì le quotazioni del “Robusta” sono salite ai massimi da due settimane perché in Vietnam precipitazioni troppo forti mettono a rischio il raccolto.

Nemmeno una bella tazza di latte e cacao potrà consolarci. Molto si è già scritto sullo sprint del tradizionalissimo baccello, coltivato soprattutto in Costa d’Avorio e Ghana, che nel 2024 ha fatto addirittura meglio del Bitcoin: +132% le quotazioni del cacao, +121% quelle della criptovaluta. Nel 2024 i soliti contratti “futures” hanno viaggiato sulle montagne russe, partendo da 4.400 dollari per tonnellata, arrivando a 12 mila dollari in aprile, piombando a 7 mila dollari in maggio per poi attestarsi a fine anno attorno a quota 10 mila, di fronte a un’offerta caduta del 13% circa.

Anche qui domanda in espansione e produzione in drastico calo, la ricetta classica per un rialzo dei prezzi, saranno costanti dell’anno appena iniziato. Oltre agli effetti del solito El Niño, pesa anche molto una malattia delle piante ormai diffusissima in Africa Occidentale, ossia il virus “del germoglio gonfio” del cacao – nome in codice Cssv – che riduce la produzione il primo anno in cui attacca e di norma distrugge la pianta entro quattro anni. Difficile avere dati certi su quante siano le coltivazioni contagiate tra Costa d’Avorio e Ghana, che da sole forniscono oltre la metà della produzione mondiale, ma le stime oscillano tra il 30 e il 65% del totale. Anche per questo, mentre la domanda di cioccolato non accenna a diminuire, i giganti del settore stanno investendo in startup che cercano la formula migliore per il cacao fabbricato in laboratorio attraverso la coltura cellulare. Cambiamenti climatici e malattie delle piante sono la formula che sta mandando alle stelle pure il classico bicchiere di succo d’arancia: anche qui il Brasile fa la parte del leone, anche qui i prezzi sono saliti di oltre il 60% in un anno, nonostante la domanda sia praticamente stabile.

E lo zucchero? Qui problemi di offerta non ce ne sono e di fronte a una domanda che nei Paesi occidentali sta calando, anche i prezzi hanno imboccato una strada in discesa. Il rapporto mensile sui costi del cibo della Fao, pubblicato l’altro ieri, spiega che nel 2024 le quotazioni dello zucchero grezzo sono scese di poco più del 10% - mentre quelle dello zucchero raffinato addirittura del 16% - per il duplice effetto di una produzione di fine anno superiore al previsto nelle piantagioni del solito Brasile, anche in questo campo il maggior esportatore mondiale, e un deprezzamento del real brasiliano rispetto al dollaro. Altri grandi produttori di canna da zucchero, come l’India e la Thailandia, stanno avendo una stagione particolarmente buona. C’è chi ipotizza che la diffusione, specie negli Stati Uniti, di farmaci antidiabetici utilizzati per dimagrire possa in prospettiva ridurre la domanda di zuccheri raffinati e di prodotti che lo contengono. Se lo è chiesto ad esempio di recente il Financial Times. Ma, mentre i medicinali antiobesità rimangono appannaggio di una minoranza fin troppo sazia e ricca, il consumo di zucchero non sta dando particolari segnali di frenata. Un cucchiaino, o magari due, serve anche a mandare giù troppi rincari.

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