ROMA – Abbiamo problemi globali: guerre, crescita stagnante, cambiamento climatico. Ma i governi vogliono e sanno ancora cooperare per affrontarli? O in un mondo che si divide tra amici e nemici, in cui Stati Uniti e Cina si sfidano per la supremazia, in cui si moltiplicano le pulsioni sovraniste, cooperare non è più possibile? Sono le domande alla base del Global Cooperation Barometer, studio del World Economic Forum con la società di consulenza McKinsey che prende il polso della collaborazione tra Paesi, misurando 41 parametri in cinque campi, sicurezza, commerci, ambiente, salute e tecnologia. La risposta è in chiaroscuro, non apocalittica come chi decreta la fine della globalizzazione, ma neppure rassicurante: la cooperazione resta a livelli storicamente elevati, ma da cinque anni a questa parte ha smesso di crescere e mostra sinistre fratture. Proprio mentre il ritorno di Trump, leader che detesta istituzioni e intese multilaterali, promette di dare un ulteriore scossone all’ordine globale che fu.
Guerre senza pace
Piccola premessa. Promuovere la cooperazione (e quindi non darla per spacciata) è il business del World Economic Forum, il cui barometro introduce i lavori del prossimo summit di Davos che dal 20 gennaio – proprio la data del giuramento di Trump – porterà sulle Alpi svizzere la solita sfilata di leader politici ed economici. D’altra parte il tentativo di ancorare l’analisi a dati oggettivi è utile a mettere in prospettiva la disordinata transizione tra epoche che stiamo vivendo.
Dove la cooperazione si sta deteriorando in modo evidente, l’ombra più tragica tra i settori considerati, sono i conflitti. Ucraina, Medio Oriente, Sudan, si moltiplicano guerre senza soluzione, con 122 milioni di profughi, mai così tanti, mentre il Consiglio di sicurezza Onu, bloccato dai veti tra superpotenze, non lancia una missione di pace dal 2014. Gli altri quattro indicatori mandano però indicazioni più sfumate, restando nel complesso a livelli superiori a quelli pre-Covid. Prendiamo i commerci, al centro delle dispute tra Occidente e Cina (e non solo). I numeri dicono che, dopo una flessione nel 2023, l’anno scorso gli scambi di beni sono tornati a crescere, anche se a un ritmo basso (2,7%), mentre quelli di servizi aumentano decisi. I flussi però si riorganizzano, concentrandosi tra Paesi allineati dal punto di vista geopolitico. E anche gli investimenti diretti esteri – in salita – sono sempre più localizzati in poche grandi economie e settori strategici, come chip e tecnologie verdi, oggetto di nuove politiche industriali. Sono tendenze problematiche, per i Paesi in via di sviluppo che non convergono più con il mondo avanzato ma anche per un’Europa disunita, incapace di competere. L’uomo delle tariffe Trump riporterà tutti indietro al protezionismo? «È presto, i dazi sono un fattore di preoccupazione – dice Bob Sternfels, global managing partner di McKinsey – d’altra parte molte delle sue nomine hanno un background di affari e un orientamento pro crescita». I dazi, secondo le ultime indiscrezioni, potrebbero essere mirati.
La corsa alle armi dell’IA
Luci e ombre anche negli altri settori. Per esempio la tecnologia e l’innovazione, dove i flussi globali di dati e la popolazione connessa continuano ad aumentare, ma la crescita degli investimenti dei vari Paesi in Intelligenza artificiale, la diminuzione dei brevetti internazionali e le limitazioni alle esportazioni tech fanno presagire una “corsa alle armi dell’IA”. Darsi regole comuni per orientare lo sviluppo degli algoritmi rischia di essere impossibile, anche se l’intesa tra Biden e Xi per non affidare all’IA il pulsante nucleare è incoraggiante. Pure sul clima i dati sfuggono a interpretazioni polarizzanti: la finanza verde e le rinnovabili non sono mai cresciute così veloci, il problema è che non basta ad evitare la catastrofe. Un disimpegno americano potrebbe innescare una corsa al ribasso in tutto il mondo.
Scendere a patti con Trump
Trump, appunto. Børge Brende, Ceo del World Economic Forum, fa il suo lavoro e vede «il bicchiere mezzo pieno: sarà un ordine globale più competitivo, ma la storia, anche quella del suo primo mandato, mostra che la competizione può essere gestita». Una convinzione tutto sommato diffusa dall’elite degli affari che popolerà Davos, pronta a scendere a patti con l’imprevedibilità di Trump e di prendersi il buono del tycoon, come le promesse di deregulation e nuovi sgravi fiscali. Di certo però il suo bis rende la crisi delle istituzioni multilaterali, dall’Onu all’Organizzazione del commercio, ancora più profonda, irreversibile. Siamo nel GZero, mondo senza guide che in nome degli interessi nazionali rischia di avvitarsi in un gioco a somma zero e in una costosa frammentazione.
La fine del multilateralismo
L’allargamento dei Brics mostra che diverse geometrie di cooperazione sono possibili, ma la loro efficacia è tutta da dimostrare. Serve innovazione nelle piattaforme e negli approcci, suggerisce il rapporto, partire da piccoli dossier dove gli interessi sono più semplici da allineare, essere opportunisti e flessibili, mentre le multinazionali continueranno a segmentare le attività nelle diverse geografie per tutelarsi dai conflitti. «La cooperazione non sarà multilaterale, ma regionale o bilaterale», dice Sternfels. Funzionerà?