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Il dilemma italiano delle fonti rinnovabili

La diga di Morica, in provincia di Terni 

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A cinque anni dall’obiettivo di 131 GW di potenza installata, l’Italia si trova in una posizione stabile difficile da migliorare: i grandi impianti solari faticano a ottenere autorizzazioni e l’idroelettrico può svilupparsi solo grazie a piccole strutture
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MILANO – Un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, dipende da come (e da chi) lo guarda. A cinque anni dal primo vero obiettivo sul fronte dell’energia rinnovabile, ossia i 131 gigawatt di potenza installata, l’Italia difende una posizione stabile, ma che fatica a migliorare. Il bicchiere è vuoto perché la strada per raggiungere i quasi 55 GW restanti è ancora lunga e tortuosa, complice una burocrazia lenta. Pieno, invece, perché tutto sommato nel 2024 la crescita è stata significativa e l’anno si chiuderà molto probabilmente con oltre 7 GW in più rispetto al 2023, assicura Terna, vicino al target annuale.

Una posizione stabile, ma difficile da migliorare

“C’è stata una forte accelerazione, ma non del tutto omogenea”, dice Carlo Stagnaro, direttore ricerche e …

MILANO – Un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, dipende da come (e da chi) lo guarda. A cinque anni dal primo vero obiettivo sul fronte dell’energia rinnovabile, ossia i 131 gigawatt di potenza installata, l’Italia difende una posizione stabile, ma che fatica a migliorare. Il bicchiere è vuoto perché la strada per raggiungere i quasi 55 GW restanti è ancora lunga e tortuosa, complice una burocrazia lenta. Pieno, invece, perché tutto sommato nel 2024 la crescita è stata significativa e l’anno si chiuderà molto probabilmente con oltre 7 GW in più rispetto al 2023, assicura Terna, vicino al target annuale.

Una posizione stabile, ma difficile da migliorare

“C’è stata una forte accelerazione, ma non del tutto omogenea”, dice Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni. “La spinta maggiore proviene da impianti fotovoltaici di piccole dimensioni, a testimonianza del fatto che l’Italia fatica a gestire procedimenti autorizzativi per strutture medio-grandi, che però sono quelle più efficienti dal punto di vista della resa energetica e dei costi”. Una criticità che emerge anche nell’andamento “debole” dell’eolico, responsabile di 12,9 GW di potenza sui 75,8 di fonti green installati al 30 novembre 2024.

Il nodo dell’agrivoltaico

Il solare, a confronto, è a quota 36,4 gigawatt. In questo ambito, un ruolo interessante lo gioca l’agrivoltaico, l’utilizzo di uno stesso terreno per produzioni agricole e di energia. I fondi per coprire i costi ingenti di questa tecnologia ci sono, almeno fino al 2026, dato che sono legati al Pnrr. Gli impianti ammessi agli incentivi, e già autorizzati, hanno una potenza complessiva di 1,55 GW (fonte Mase). Per costruirne di nuovi, Confagricoltura suggerisce di sfruttare le aree marginali e improduttive, asserendo che basterebbe utilizzare il 2,5% dei terreni abbandonati per installare gli 80 GW di rinnovabili necessari a soddisfare gli obiettivi fissati dall’Ue.

L’idroelettrico, un pilastro storico

Lo storico cavallo di battaglia dell’Italia è però l’idroelettrico, dominato da grandi impianti secolari. È da sempre un pilastro energetico del Paese (il suo apporto è di 21,6 GW) e proprio per questo non riesce a garantire ampi margini di crescita ulteriore. “Lo sviluppo è sostanzialmente legato al recupero di piccoli impianti, di bacini medio-piccoli abbandonati, o alla manutenzione”, spiega Stagnaro. “Di certo non alla costruzione di grandi dighe, e per questo è difficile pensare a un salto sostanziale nella produzione del settore. È vero che nel 2024 la ripresa è stata forte, ma la causa è stata la pioggia più abbondante dell’anno precedente”, un fattore né prevedibile né controllabile.

Presto la sentenza sulle aree idonee

Adesso arrivano i guai. Consapevole che i tempi e i costi dei procedimenti autorizzativi erano il punto debole del Paese, nel 2021 il governo Draghi ha introdotto il meccanismo delle aree idonee. La loro mappatura era stata affidata alle regioni, ma stabilendo che alcune sarebbero state definite ex lege. Il decreto ministeriale del 2024, firmato dall’esecutivo Meloni, detta le linee guida per l’individuazione di questi spazi, ma cancella quelli stabiliti per legge. La patata bollente passa alle regioni. E cosa succede? La prima ad adottare il testo, la Sardegna, rende il 99% del proprio territorio non idoneo all’installazione di impianti per le fonti rinnovabili. Ma aumentare la produzione senza nuovi campi è un esercizio che ha dell’impossibile. Il cortocircuito ha fatto scalpore e alcune imprese energetiche hanno presentano un ricorso al Tar del Lazio, che si esprimerà il prossimo 5 febbraio.

“Certamente - riconosce l’esperto - c’è stato uno sprint nel rilascio delle autorizzazioni, legato a una maggior efficienza della Commissione Valutazione Impatto Ambientale presso il ministero dell’Ambiente e al tentativo di costituire un procedimento più snello attraverso l’individuazione delle aree idonee. Uno strumento che, però, è estremamente complicato e non sta generando ancora i benefici attesi, senza i quali, peraltro, sarà difficile raggiungere il target al 2030”.

Ancora nessuna risposta all’appello del settore

Preoccupate dallo scenario che si prospetta, Elettricità Futura e Federazione Anie, due associazioni aderenti a Confindustria, lo scorso autunno hanno rivolto un appello al governo perché emanasse una norma per evitare il blocco della filiera nazionale delle tecnologie elettriche rinnovabili in Italia. “Appello che, ad oggi, resta senza risposta”, sentenzia Andrea Cristini, presidente di Anie Rinnovabili. “Non c’è stata alcuna modifica delle norme rispetto a quello che si aspettavano i mercati, il Fer X (nuovi incentivi) non è ancora arrivato e gli interventi per l’efficientamento energetico nella finanziaria non si possono considerare adeguati. Speriamo di aprire un dialogo a stretto giro con il governo e i portatori di interesse di un mercato che vale più di 10 miliardi all’anno”, aggiunge. Cristini ricorda poi che l’Italia ha presentato a Bruxelles degli obiettivi al 2050 che, pur considerando una piccola quota di energia nucleare, richiedono alle rinnovabili un ulteriore sforzo di oltre 150 GW. Il che significa continuare a passo svelto con le installazioni.

Le fonti green possono sostituire il gas?

I fatti di cronaca impongono un’ultima riflessione sul gas, ancora oggi centrale per la generazione elettrica: ogni megawattora in più prodotto da fonti rinnovabili è uno in meno necessario di metano, più scarso e costoso. Ma fuori da questo campo, nell’industria e nel riscaldamento, è forse troppo presto per pensare a una sua sostituzione da parte delle fonti green.

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