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Le infrastrutture in mano ai big Usa

(reuters)

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Musk cerca la sponda italiana per i satelliti. I grandi fondi bramano dividendi significativi
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Il caso Starlink, esploso in concomitanza del viaggio di Giorgia Meloni da Donald Trump in Florida, ha risvolti economici importanti per l’Europa e per l’Italia. Si tratta di capire se attraverso un accordo con il ministero della Difesa per un servizio di comunicazioni protette ad uso militare si rischia di compromettere il progetto europeo di una costellazione di satelliti per le telecomunicazioni, denominato Iris2. Cioé la costruzione di un’infrastruttura a sovranità europea finanziata attraverso la Commissione Ue che prevede una rete di 290 satelliti multiorbitali, da lanciare tra il 2025 e il 2027.

Lo scopo è assicurare connessioni sicure, in particolare per uso militare e anche in caso di incapacità delle infrastrutture terrestri, in un contesto di crescenti minacce alla sicurezza informatica.

Il caso Starlink, esploso in concomitanza del viaggio di Giorgia Meloni da Donald Trump in Florida, ha risvolti economici importanti per l’Europa e per l’Italia. Si tratta di capire se attraverso un accordo con il ministero della Difesa per un servizio di comunicazioni protette ad uso militare si rischia di compromettere il progetto europeo di una costellazione di satelliti per le telecomunicazioni, denominato Iris2. Cioé la costruzione di un’infrastruttura a sovranità europea finanziata attraverso la Commissione Ue che prevede una rete di 290 satelliti multiorbitali, da lanciare tra il 2025 e il 2027.

Lo scopo è assicurare connessioni sicure, in particolare per uso militare e anche in caso di incapacità delle infrastrutture terrestri, in un contesto di crescenti minacce alla sicurezza informatica.

Il problema è che il progetto europeo va a rilento, per diverse vedute sul sistema di criptaggio sicuro e per dissidi tra i paesi europei, e potrà essere completamente operativo non prima del 2030. Mentre l’attività di Elon Musk è già molto sviluppata grazie al lancio in orbita di circa 7000 satelliti a bassa quota (Leo, Low earth orbit, tra 200 e 2000 metri dalla terra) che riescono a coprire gran parte del pianeta e garantire una capacità di 100 Terabit contro i 3 del sistema Iris2.

L’obbiettivo di Musk, infatti è quello di portare internet dai satelliti direttamente sui telefonini e tablet in tutto il mondo, non solo attraverso le parabole di ricezione. E per far ciò c’è bisogno di tanti satelliti a bassa quota con bassa latenza (ritardo del segnale).

La Starlink di Musk si sta quindi incuneando nelle difficoltà dei progetti europei che vanno avanti a singhiozzo. Lo scorso luglio, per esempio, Airbus Defence & Space e Thales Alenia Space, due dei principali membri del consorzio SpaceRise costituito per sviluppare la costellazione Iris2, hanno chiesto di rivedere la loro partecipazione al progetto perché lo considerano troppo rischioso.

Gli altri partecipanti al progetto sono gli operatori Eutelsat, Hispasat e Ses, e tutti insieme devono contribuire con 4 miliardi di capitale mentre altri 6 miliardi verrebbero finanziati pro quota dai paesi Ue. In cambio avrebbero ritorni economici per le loro industrie nazionali anche se alcuni paesi, come la Germania, nutrono dubbi sui vantaggi per le proprie imprese.

Non ci si può stupire, dunque, se Musk stia cercando di far breccia nel ventre molle dell’Europa che in questo settore sarebbe rappresentato dall’Italia. Quando Giorgia Meloni era ancora in volo per la Florida l’agenzia Bloomberg ha battuto la notizia dell’imminente firma di un contratto da 1,5 miliardi tra Starlink e la Difesa italiana per la fornitura di un servizio di connessione superprotetto per esegenze militari.

Palazzo Chigi due giorni dopo ha detto che non c’è alcun contratto firmato ma non ha escluso niente per il futuro. La tentazione italiana sarebbe quella di comprare banda, molto cara, da Starlink per i prossimi cinque anni per non perdere il treno dello sviluppo tecnologico, per poi staccarsi da Musk quando Iris2 sarà ultimato. In questo modo, però, si rischia di fare il gioco degli americani rendendo ancora più difficili gli sforzi per creare campioni europei in grado di competere con americani e cinesi.

Il governo Meloni deve poi stare attento a fare in modo che l’avvicinamento a Starlink non vada a cannibalizzare gli investimenti in infrastrutture in cui si è già impegnato in Italia.

Soprattutto nell’ambito delle telecomunicazioni. Il Mef è infatti presente con una quota del 16% in Fibercop, la società che insieme al fondo Usa Kkr ha rilevato la ex rete telefonica di Tim con l’idea di completare la trasformazione da rame a fibra ottica. Il Mef, attraverso la Cdp, possiede anche il 60% di Open Fiber, il concorrente di Fibercop che sta posando la fibra ottica non solo nelle aree a maggior ritorno economico ma anche in quelle più disperse nel paese, le cosiddette aree grigie e bianche.

È per coprire con la banda larga le aree più impervie e i piccoli comuni sparsi sul territorio che Open Fiber sta dialogando da almeno un anno con Starlink per vedere se ci sono spazi di collaborazione, considerando che per le aree grigie sono previsti contributi del Pnrr. Starlink in Italia ha già circa 50 mila clienti, in continua crescita attraverso il passaparola e la pubblicità via social. I suoi clienti potenziali sono almeno 2 milioni ma il timore degli incumbent è che il servizio satellitare possa migliorare in potenza e stabilità del segnale andando progressivamente a conquistare anche la clientela che già usa già la fibra.

I grandi fondi di private equity americani da diversi anni hanno puntato alle infrastrutture italiane, portando capitali importanti che i privati o il sistema paese non sono in grado di fornire. Le loro operazioni sono spesso molto aggressive sotto il profilo finanziario, per ottenere ritorni sul capitale a due cifre facendo ricorso a una leva finanziaria spinta, fino al 40-50% del fabbisogno di capitale.

Ma numeri, piani e incentivi a manager rimangono sempre nell’ombra, non vengono comunicati al mercato. È un fatto però che l’incremento di valore di fondi come Kkr, Blackstone e Apollo sono stati molto significativi e hanno portato enormi ricchezze ai loro fondatori. Un resoconto di fine 2024 del Financial Times ha calcolato che le fortune di Stephen Schwarzmann, ceo di Blackstone e di Henry Kravis e George Roberts, co-fondatori di Kkr, sono aumentate di 56 miliardi di dollari grazie all’ingresso dei rispettivi titoli nell’indice S&P 500 e all’aumento di valore degli asset sottostanti.

In Fibercop il fondo Kkr ha una quota diretta del 37,5% (un altro 35% è sindacato con i fondi sovrani canadese e di Abu Dhabi) e prevede di investire tutto il margine operativo lordo prodotto dalla società nella trasformazione della rete e nel servizio del debito che si è accollata al momento dell’acquisto. Il guadagno di Kkr arriverà al momento dell’uscita quando potrà valorizzare la vendita della rete a un multiplo assai superiore a quello di acquisto.

Cdp con i fondi Blackstone e Macquaire nel maggio 2022 fanno un investimento importante in Autostrade comprando da Atlantia della famiglia Benetton l’88% per 8 miliardi. I tre puntano a ottenere un significativo flusso di dividendi dalla gestione delle autostrade tra il 2022 e il 2038. Dei 14 miliardi di investimenti previsti dal Pef 2020-2025 i più importanti e rischiosi, come la Gronda di Genova e il passante di Bologna, sono stati rinviati al nuovo piano oggetto di discussione con il Mit.

Tuttavia «fonti vicine agli azionisti confermano il loro impegno nel portare avanti il piano di investimenti che, dall’avvio del nuovo assetto azionario a oggi, ha già registrato oltre 9 miliardi di euro investiti tra manutenzione e nuovi interventi, rappresentando un incremento significativo rispetto al passato», è stato detto a Repubblica, inoltre «gli azionisti mantengono un atteggiamento collaborativo con le autorità al fine dell’approvazione del prossimo Pef».

Kkr, Blackstone, Blackrock si sono tutti schierati a favore di Trump in vista delle elezioni americane, seguendo a ruota Elon Musk, e ora sono pronti a raccogliere i frutti di questo posizionamento. Non solo in America ma anche in Europa. Le occasioni non mancano, come dimostra il caso Starlink, e l’Italia deve decidere se seguire l’onda tecnologica associata a Trump o costruire alternative nel Vecchio Continente.

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