Gli Emirati Arabi fanno un ulteriore passo per scrollarsi di dosso l’etichetta di paradiso fiscale. E così, dopo l’introduzione nel 2023 di una tassa del 9% sugli utili delle imprese, alzano l’asticella al 15%, per adeguarsi all’accordo globale minimo sulle imposte societarie dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Lo scorso dicembre, il ministero della Finanze di Abu Dhabi ha quindi annunciato, già a partire dal 2025, l’imposizione di una tassa minima di ricarico (dmtt) del 15% rivolta alle grandi multinazionali che operano nel Paese.
Come osserva Francesco Giuliano Parlatore, senior counsel di BonelliErede, «l’introduzione in Uae dell’imposta minima nazionale, recentemente annunciata e tuttora in attesa della pubblicazione della relativa legislazione, deriva dall’impegno degli Emirati Arabi Uniti di allinearsi al sistema dell’imposta minima globale condiviso a livello internazionale da oltre 135 Paesi (Uae inclusi) in base alle regole Ocse “Globe Pi…
Gli Emirati Arabi fanno un ulteriore passo per scrollarsi di dosso l’etichetta di paradiso fiscale. E così, dopo l’introduzione nel 2023 di una tassa del 9% sugli utili delle imprese, alzano l’asticella al 15%, per adeguarsi all’accordo globale minimo sulle imposte societarie dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Lo scorso dicembre, il ministero della Finanze di Abu Dhabi ha quindi annunciato, già a partire dal 2025, l’imposizione di una tassa minima di ricarico (dmtt) del 15% rivolta alle grandi multinazionali che operano nel Paese.
Come osserva Francesco Giuliano Parlatore, senior counsel di BonelliErede, «l’introduzione in Uae dell’imposta minima nazionale, recentemente annunciata e tuttora in attesa della pubblicazione della relativa legislazione, deriva dall’impegno degli Emirati Arabi Uniti di allinearsi al sistema dell’imposta minima globale condiviso a livello internazionale da oltre 135 Paesi (Uae inclusi) in base alle regole Ocse “Globe Pillar 2” adottate il 14 dicembre 2021».
L’applicazione della tassa minima globale, già in vigore dal 2024 in molti Paesi tra cui Regno Unito e Svizzera, si basa su «un complesso sistema di imposizione integrativa rispetto a quella societaria ordinaria che prevede l’applicazione di un’imposta (top up tax) nella misura tale da far raggiungere, in ogni giurisdizione in cui una multinazionale opera e indipendentemente dalle regole fiscali delle singole giurisdizioni, un livello impositivo effettivo di almeno il 15 per cento. In questo sistema - fa notare Parlatore - la dmtt permette agli Uae di intercettare redditi che, altrimenti, sarebbero in ogni caso tassati da altre giurisdizioni».
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Tecnicamente, quindi, come precisa l’esperto di BonelliErede, la nuova imposta emiratina andrà di fatto a integrare quella ordinaria locale sui redditi del 9%, che può diventare nulla in alcuni casi particolari per le società nella cosiddetta free zone. Il tutto con l’obiettivo di garantire un’imposizione effettiva del 15% per le multinazionali con fatturato superiore a 750 milioni di euro. Queste ultime perciò, se operanti negli Emirati, saranno chiamate a integrare le attuali tasse di una quota dal 6 al 15%, con la percentuale più estrema in caso di appartenenza alla free zone.
Viene pertanto da domandarsi se con le nuove tasse meno imprese sceglieranno Abu Dhabi. «In linea di principio - afferma Parlatore - l’introduzione dell’imposta non dovrebbe avere un impatto diretto sull’attrattività degli Emirati considerato che in ogni caso le multinazionali ivi operanti sarebbero (o lo sono già state già nel 2024) assoggettate a un’imposizione integrativa sui redditi realizzati nell’area e tassati in misura inferiore al 15 per cento. Per di più, congiuntamente alla dmtt, il ministero della Finanze ha annunciato l’introduzione di una serie di incentivi fiscali compatibili con il sistema dell’imposta minima globale».
Negli ultimi anni, complici anche i nuovi equilibri geopolitici, molti gruppi, anche italiani, hanno rafforzato la presenza negli Emirati. Nell’autunno del 2023, Saipem e Maire, impegnate a riorientare il business dalla Russia al Medioriente, hanno siglato con Abu Dhabi national oil company (Adnoc) due nuovi contratti rispettivamente da 4,1 e da 8,7 miliardi di dollari. Mentre l’anno scorso Fincantieri, con l’emiratina Edge Group del settore della tecnologia e della difesa, ha dato vita all’alleanza Maestral (49% in mano al gruppo italiano), con base ad Abu Dhabi, che si propone di operare nel mercato della progettazione e produzione di navi militari avanzate.
Guardando poi alla bilancia commerciale, nel periodo da gennaio a settembre (ultimi dati disponibili su InfoMercatiEsteri) del 2024, l’Italia ha esportato verso il Paese beni per 5.692,75 milioni, in aumento dai 4.665,12 dello stesso periodo del 2023, mentre le importazioni dagli Emirati sono ammontate a 1.505,61 milioni (da 1.393,89).
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Insomma, i rapporti e le cifre in ballo aiutano a capire perché, proprio nei giorni scorsi, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sia volata ad Abu Dhabi per partecipare alla Settimana della sostenibilità. Per l’occasione è stata annunciata un’intesa a tre sulla produzione di energia rinnovabile che coinvolge anche l’Albania. Meloni ha anche presentato il presidente Mohamed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan al numero uno dell’Enel, Flavio Cattaneo. Il gruppo dell’energia a dicembre ha perfezionato un accordo industriale con Masdar, società di Abu Dhabi specializzata nell’energia “green”.
A oggi, fa sapere Parlatore, si contano negli Emirati oltre 350 società parte di gruppi italiani (in un quarto dei casi questi ultimi hanno un fatturato annuo di oltre 500 milioni). «Notiamo - dice l’esperto - un’espansione nell’area di gruppi italiani in ragione delle varie opportunità e di un ecosistema generalmente favorevole al business. Non immaginiamo che tale tendenza possa diminuire per effetto dell’introduzione della dmtt, considerato che colpirà solo i gruppi più grandi, tendenzialmente meno attratti dal solo basso livello delle imposte di una giurisdizione»