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Tra crisi industriale e dazi di Trump, per l’Europa sarà il mese della verità

Rilancio o declino? La svolta su competitività, innovazione e transizione verde è nelle mani di Von der Leyen, che nelle prossime settimane presenterà le sue misure bandiera. Ma senza i fondi che servono
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Per l’Europa inizia il mese della verità. La prima data rossa sul calendario è il 29 gennaio, quando la Commissione pubblicherà il Competitiveness Compass, la “bussola” che orienterà la sua strategia per la competitività. La seconda è il 26 febbraio, presentazione del Clean Industrial Deal, il documento che dovrebbe mettere sul tavolo le prime azioni concrete per affiancare agli ambiziosi (e costosi) obiettivi di decarbonizzazione un coerente sostegno all’industria. Passa da questi documenti lo scatto promesso da Ursula von der Leyen per il suo secondo mandato. Uno scatto che dev’essere all’altezza della sfida epocale descritta dal rapporto Draghi — muoversi o rassegnarsi al declino — resa ancora più urgente dal ritorno di Trump alla Casa Bianca e dalla crisi nerissima della manifattura dell’Unione.

Per l’Europa inizia il mese della verità. La prima data rossa sul calendario è il 29 gennaio, quando la Commissione pubblicherà il Competitiveness Compass, la “bussola” che orienterà la sua strategia per la competitività. La seconda è il 26 febbraio, presentazione del Clean Industrial Deal, il documento che dovrebbe mettere sul tavolo le prime azioni concrete per affiancare agli ambiziosi (e costosi) obiettivi di decarbonizzazione un coerente sostegno all’industria. Passa da questi documenti lo scatto promesso da Ursula von der Leyen per il suo secondo mandato. Uno scatto che dev’essere all’altezza della sfida epocale descritta dal rapporto Draghi — muoversi o rassegnarsi al declino — resa ancora più urgente dal ritorno di Trump alla Casa Bianca e dalla crisi nerissima della manifattura dell’Unione.

Aspettando Ursula

Lo sarà? A Bruxelles in questi giorni il lavorio dei gabinetti (e delle lobby) è febbrile, ma anche pieno di confusione. Il pallino è nelle mani di Von der Leyen, sempre più leader solitaria nello svuotamento delle altri leadership europee, e la polmonite che l’ha colpita ha ritardato tutto. Persone a conoscenza delle discussioni parlano di consapevolezza sulla necessità di correggere rotta, e di certo le misure riempiranno una serie di caselle chiave: semplificazione, innovazione, filiere strategiche, costi dell’energia. Il rischio che la montagna partorisca il topolino però è alto, considerate le diverse sensibilità nella Commissione, le divisioni tra famiglie politiche e governi, ma soprattutto la limitatezza delle risorse, una coperta corta e difficile da allungare.

Stagnazione europea

Che l’Europa sia il grande malato, un vaso di coccio nelle nuova era di frammentazione e protezionismo, lo si capisce dal tradizionale sondaggio tra i capi economisti che introduce il Forum di Davos, al via lunedì in Svizzera, dove Trump parlerà in video e Von der Leyen dal vivo. La maggioranza di previsori si attende un 2025 di crescita “moderata” in quasi tutte le geografie, e forte negli Stati Uniti e nel Sudest asiatico, ma il 74% la prevede “debole” o “molto debole” in Europa, un dato che supera di gran lunga anche la debolezza cinese.

Non a caso il Compass, un documento asciutto e generale, indicherà la crescita come Nord verso cui puntare. Riprenderà molto del rapporto Draghi, avrà la competitività come filo rosso, declinata sia in chiave interna che esterna, cioè di sicurezza, e la chiusura del gap di innovazione con Stati Uniti e Cina come pilastro. Conterrà focus su settori strategici come chip, supercalcolo, Intelligenza artificiale, biotecnologie.

Semplificare le regole

L’obiettivo è definire direzione e metodo, non conterrà misure concrete. Che invece dovrebbero iniziare ad arrivare il 29 — a risultato delle elezioni tedesche acquisito — con il Clean Industrial Deal e il meno discusso ma importante intervento omnibus che lo accompagnerà, il primo dei pacchetti di semplificazione promessi da Von der Leyen. Proprio le semplificazioni sono l’aspetto più pacifico, non scontentano nessuno. Ci si aspetta ad esempio che la Commissione alleggerisca le recenti direttive su responsabilità sociale e reportistica ambientale, onerosa burocrazia che espone le imprese anche alle violazioni commesse da un fornitore di un Paese extra europeo.

Ma la partita chiave è quella del Clean Industrial Deal. La più controversa, con competenze divise tra tre Commissari con idee diverse, la socialista Spagnola Ribera, molto attenta ai temi verdi, il centrista francese Séjourné, più vicino alle imprese, e il popolare olandese Hoekstra. Sugli obiettivi di transizione, anche dell’automotive, Von der Leyen non tornerà indietro, ma darà più flessibilità su percorso e strumenti. Insisterà sul principio della neutralità tecnologica, caro all’Italia, cosa che lascerà in gioco il biofuel. Sempre in tema automotive si lavora a una soluzione al problema delle multe che scattano da quest’anno per i costruttori che non rispettano i target “verdi” di vendita: i proventi potrebbero essere rigirati allo stesso settore per supportare ricerca e sviluppo. Resta la spada di Damocle del CBAM, la tassa sulle emissioni che dal prossimo anno l’Ue raccoglierà sulle importazioni di semilavorati ad alta intensità di carbonio, e che molti industriali descrivono come un potenziale colpo di grazia per i loro conti.

Chi paga?

Oltre all’aggiustamento delle regole però la promessa è spingere gli investimenti. La Commissione proporrà che ogni Paese crei una corsia autorizzativa accelerata (one stop shop) per i progetti verdi. C’è l’ipotesi, portata avanti dal commissario Séjourné, di acquisti e stoccaggi comuni di materie prime critiche. Mentre è sicuro che si allargherà il perimetro degli Ipcei, i progetti innovativi di interesse comune per cui l’Europa finanzia il passaggio dalla ricerca al mercato. Per quali settori però? E soprattutto, domanda da cui dipende tutto, con quanti e quali fondi?

La coperta è cortissima rispetto alle esigenze descritte da Draghi e dalla stessa Commissione (620 miliardi di euro l’anno), e lo resterebbe anche qualora il completamento dell’unione dei capitali mobilitasse più finanziamenti privati. I frugali non vogliono sentir parlare di debito comune. Von der Leyen ha promesso un “Fondo competitività”, nuovo veicolo che unirebbe tutti i rivoli in cui oggi si disperdono i fondi Ue per l’innovazione, ma è una partita che riguarda il prossimo budget comunitario, dal 2028. Morale? Possibile che il Clean Industrial Deal non contenga alcuna cifra da stanziare. Bisognerà prima stabilire le priorità, con tecnologia e difesa che reclamano la loro parte. Una possibilità concreta è che Von der Leyen ripieghi su un ulteriore allargamento delle maglie sugli aiuti di Stato, spostando l’onere sui Paesi membri e avvantaggiando — come già avviene — i pochi che hanno spazio fiscale a disposizione. Dividerebbe, anziché unire

I costi dell'energia

Gli interessi divergenti e i veti tra i governi rendono difficili anche interventi strutturali sul prezzo dell’energia, grave fattore di svantaggio competitivo dell’Europa con l’esterno, e di alcuni Paesi (Italia) rispetto agli altri. L’ipotesi di un tetto ai prezzi è controversa, difficile disaccoppiare il costo dell’elettricità dal gas. Qualcosa Ursula dovrà fare, ma anche qui potrebbe limitarsi a dare maggiore spazio di intervento ai singoli Paesi, vedi sopra.

Sono evidenti i rischi. Che le risorse e la rapidità di decisione non siano all’altezza della sfida. Specie con un Trump che si ripresenterà alla Casa Bianca con un fiume di ordini esecutivi pronti da firmare. Nel mese decisivo dell’Europa c’è un’altra incognita, i dazi del presidente americano. A Bruxelles si percepisce un prudente ottimismo: l’idea è che saranno più morbidi di quanto minacciato. E che in un negoziato la Ue possa impegnarsi a comprare dagli Stati Uniti qualcosa di cui ha davvero bisogno, cioè gas liquefatto. Ma basterà per evitare una escalation?

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