Sarà anche vero che la Germania cresce (poco) meno di noi: — 0,2% contro +0,5 nel 2024. Ma — a parte che qualsiasi nazionalismo è inopportuno perché la crisi di un vicino riguarda tutti — sarebbe forse meglio riflettere su un altro dato: secondo Eurostat, la spesa italiana per interessi sul debito pubblico è del 3,7% sul Pil (90 miliardi rispetto agli 85 della spesa per l’istruzione) mentre in Germania è dello 0,9% e dell’1,9 in Francia. Significa, calcola l’Osservatorio sui conti pubblici diretto da Carlo Cottarelli, che se la spesa per interessi scendesse al livello della Germania il risparmio sarebbe di 64,4 miliardi in un anno, due volte l’ultima manovra. Ma quando si vive con 3.005,2 miliardi di debiti — il livello raggiunto per la prima in novembre come comunicato dalla Banca d’Italia — non c’è da stare tranquilli.
L’andamento del debito pubblico italiano
La crescita del debito
Il debito è cresciuto di 76,9 milia…
Sarà anche vero che la Germania cresce (poco) meno di noi: — 0,2% contro +0,5 nel 2024. Ma — a parte che qualsiasi nazionalismo è inopportuno perché la crisi di un vicino riguarda tutti — sarebbe forse meglio riflettere su un altro dato: secondo Eurostat, la spesa italiana per interessi sul debito pubblico è del 3,7% sul Pil (90 miliardi rispetto agli 85 della spesa per l’istruzione) mentre in Germania è dello 0,9% e dell’1,9 in Francia. Significa, calcola l’Osservatorio sui conti pubblici diretto da Carlo Cottarelli, che se la spesa per interessi scendesse al livello della Germania il risparmio sarebbe di 64,4 miliardi in un anno, due volte l’ultima manovra. Ma quando si vive con 3.005,2 miliardi di debiti — il livello raggiunto per la prima in novembre come comunicato dalla Banca d’Italia — non c’è da stare tranquilli.
L’andamento del debito pubblico italiano
La crescita del debito
Il debito è cresciuto di 76,9 miliardi ogni 12 mesi negli ultimi 13 anni. E nel 2025 c’è una novità: «La Bce, che già dal dicembre 2023 non acquistava più titoli, dal primo gennaio ha interrotto anche il rifinanziamento di quelli in portafoglio per cui l’ombrello del quantitative easing è definitivamente chiuso», spiega Angelo Baglioni, presidente di Ref Ricerche. «L’Italia deve ora cercare sul mercato l’intero fabbisogno, non meno di 400 miliardi l’anno. In casi estremi, fortunatamente la stessa Bce ha previsto un programma di riserva, il Tpi (Transmission Protection Instrument), finora mai utilizzato, che prevede nuovi acquisti se lo spread s’impenna. Ma di sicuro è urgente un serio programma, o addirittura un’agenzia apposita, per l’abbattimento del debito».
I mercati per ora non “tradiscono”, il default è una remota ipotesi ma resta una possibilità tecnicamente non da escludere, così come la ristrutturazione (abbattimento del valore facciale del debito) con le conseguenze di caduta del Pil, razionamento del credito, tagli alla domanda interna. «Ci comportiamo come l’automobilista che scopre una scheggiatura nel parabrezza: può andarti bene a lungo, però basta un piccolo trauma perché si sfasci tutto», dice Veronica De Romanis, economista della Luiss che al debito pubblico ha dedicato un libro, “Il pasto gratis”: «Il “trauma” può essere una crisi internazionale, una guerra, una pandemia, una recessione. Per questo bisogna andarci piano con le mirabolanti promesse pre-elettorali, basate su aumenti della spesa pubblica che sono impossibili perché appunto i pasti gratis non esistono».
Un burrone sempre più frequente
Per la verità, le fattispecie elencate (guerre, crisi, ecc.) si verificano ormai regolarmente: «Infatti siamo arrivati più volte sull’orlo del burrone. L’ultima cosa da fare è continuare a sfidare il destino e i mercati, fidandosi di chi dice che l’Italia è troppo grande per fallire», avverte Giampaolo Galli, economista della Cattolica. «Semmai è troppo grande per essere soccorsa. L’unica è ridurre il debito tagliando le spese improduttive. I mercati ci sostengono vista la stabilità politica, ma uno spread di 100 punti su un debito come l’attuale del 135,8% del Pil comporta il pagamento di 27 miliardi in più (l’1,35% del Pil)». Il debito-monstre non consente spazi fiscali per bilanciare eventuali emergenze, preclude investimenti in sanità, scuola, infrastrutture di qualità. «Il guaio è che i capitali raccolti attraverso l’emissione di titoli di Stato non vanno quasi mai a investimenti pubblici produttivi, bensì fanno fronte alle spese correnti».
La perdita di terreno nello scenario internazionale
Il risultato è la perdita di terreno rispetto ai partner internazionali. «Se è importante lavorare sul numeratore del rapporto debito/Pil, è ugualmente necessario stimolare la crescita, e in questo senso uno dei dati più allarmanti riguarda la partecipazione al mercato del lavoro», spiega Stefano Scarpetta, direttore generale dell’Ocse per il Lavoro e gli Affari sociali. «L’Italia è in fondo alla classifica insieme a Messico e Turchia. La media dei 38 Paesi Ocse è del 74%, e del 76,5% per il G7: in Italia è del 66,6%, in Germania dell’80,2%». Il quadro è ancora più mortificante vedendo il gap di genere: «Se la partecipazione degli uomini in Italia arriva al 75,6% (81,1% la media del G7), per le donne non supera il 57,6%, il doppio della media europea. Il nodo sta nella capacità dello Stato di investire in asili nido, scuola, formazione degli adulti, congedi parentali». Altrettanto grave è la disoccupazione giovanile: «In alcune aree del Sud è oltre il 30% e anche qui sono urgenti iniziative e investimenti pubblici in grado di migliorare le competenze tecnico-professionali dei giovani».
la distribuzione del debito
La situazione pensioni
Altrettanto critica la situazione delle pensioni, maggior voce del bilancio: 347 miliardi nel 2024 su 950 di spesa complessiva. I pensionati in Italia sono, secondo l’ultimo rapporto Inps, 16,2 milioni, in continuo aumento per i fattori demografici: fra il 2013 e il 2023 la popolazione attiva (15-64 anni) si è ridotta di 1,8 milioni scendendo a 37,1. «Per fortuna il ministro Giorgetti non cede alle pressioni del suo partito perché si accorci l’età pensionabile», commenta l’economista Innocenzo Cipolletta. «Il calo demografico riduce il Pil per le mancate tasse e contribuzioni. Il governo deve affrontare il problema con lo stesso zelo con cui allarga la platea delle partite Iva a tassa fissa al 15% avallando di fatto l’evasione. Da quanti anni diciamo che il rapporto debito/Pil è squilibrato per la mancanza di sviluppo? Ora rischiamo di perdere perfino l’opportunità del Pnrr per non aver saputo impostare infrastrutture decisive. E nel 2026 il Pnrr scade».
Il fattore Superbonus
Ma il fattore più destabilizzante che ha portato all’impennata del debito è il Superbonus al 110%. «Una misura senza uguali nel mondo, varata durante il Covid (maggio 2020) dal governo Conte II, che doveva essere temporanea ma è passata indenne perfino con il governo Draghi per i veti dell’eterogeneo blocco parlamentare», ricorda Lorenzo Codogno, che è stato capo economista del Tesoro e oggi ha una sua società di consulenza a Londra. «In totale, il superbonus costerà 150 miliardi, da spalmare in 4-5 anni. Con gli altri bonus in materia, il carico sale a 200 miliardi: un onere insopportabile per un Paese così indebitato». Nell’aprile 2024 il governo Meloni, forte della sua solida maggioranza, ha finalmente chiuso i rubinetti, ma gli effetti li sentiremo a lungo: il debito/Pil salirà al 136,9% nel 2025 e al 137,8 nel 2026. Dopodiché, stando al documento pluriennale approvato da Bruxelles, inizierà la lenta discesa. Sempre che tutto vada secondo i piani