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Dazi, perché si parte da Messico e Canada. Sull’Europa il ricatto del petrolio

(reuters)

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Il protezionismo verso i vicini americani ha motivazioni politiche. L’Ue dovrà contrattare sull’energia mentre la Cina spera nel confronto tra i leader
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ROMA -This time is different. I dazi di Trump 2 spaventano gli operatori economici più dei provvedimenti analoghi delle amministrazioni precedenti proprio perché perseguono obiettivi di natura non economica e quindi sono più imprevedibili e costosi. Trump nel 2018 colpi l’acciaio e l’alluminio proveniente dalla Cina e da altri paesi con una tariffa rispettivamente del 25% e del 10% per riequilibrare un rapporto fornitore acquirente sfavorevole. Mentre l’annuncio che dal primo febbraio Canada e Messico subiranno una tariffa doganale generalizzata del 25% per le loro importazioni è motivato dal sostegno all’immigrazione clandestina e l’importazione di droga negli Stati Uniti da parte dei due paesi “colpevoli”.

Gli effetti sull’economia americana

Quin…

ROMA -This time is different. I dazi di Trump 2 spaventano gli operatori economici più dei provvedimenti analoghi delle amministrazioni precedenti proprio perché perseguono obiettivi di natura non economica e quindi sono più imprevedibili e costosi. Trump nel 2018 colpi l’acciaio e l’alluminio proveniente dalla Cina e da altri paesi con una tariffa rispettivamente del 25% e del 10% per riequilibrare un rapporto fornitore acquirente sfavorevole. Mentre l’annuncio che dal primo febbraio Canada e Messico subiranno una tariffa doganale generalizzata del 25% per le loro importazioni è motivato dal sostegno all’immigrazione clandestina e l’importazione di droga negli Stati Uniti da parte dei due paesi “colpevoli”.

Gli effetti sull’economia americana

Quindi la politica protezionistica è un mezzo per convincere i governi vicini sfruttando la forte interconnessione tra i tre paesi. L’esito di queste prime restrizioni chiariranno quanto questa politica sia costosa e efficace. Secondo l’opinione generalizzata degli economisti ridurrà il Pil di tutte le economie interessate, Usa compresi. I flussi commerciali sono definiti dal US-Mexico-Canada Agreement (Usmca) che vale 1800 miliardi di scambi secondo i dati aggiornati al 2022. L’esempio più citato in questi giorni è quello dell’industria dell’auto. Il 90% delle auto prodotte in Messico finisce sui mercati Usa. General Motors guida con 354 mila veicoli, seguono Ford 195 mila, Nissan 181 mila Stellantis 174 mila, Toyota 115 mila e Volkswagen 109 mila. Non utilizzare parti prodotte oltre confine o pagare i dazi, secondo Wolfe Research alzerà il prezzo finale fino a 3 mila dollari a veicolo. Ma discorsi analoghi si possono fare per l’elettronica dove Foxconn e Lenovo stanno costruendo in Messico. Senza contare l’effetto sull’inflazione complessivo. Secondo gli economisti di Morning Star: “Ci sarà una diminuzione dell'1,4% del livello del PIL reale degli Stati Uniti nel caso dell’aumento uniforme delle tariffe e una diminuzione dello 0,5% nel caso dei dazi alla Cina”.

Cosa rischia l’Europa e l’arma del gas

Il sollievo diffuso che si è respirato sui mercati europei nasce dal fatto che dal discorso d’insediamento di Trump l’Europa non è in cima alla lista dei bersagli, e soprattutto il presidente ha ribadito cosa si aspetta dal Vecchio continente: “Non comprano le nostre auto, non prendono i nostri prodotti agricoli, non comprano quasi nulla” ha detto riferendosi agli altri standard regolatori dell’Unione europea “e invece noi compriamo le loro auto e i loro prodotti agricoli. Sistemeremo questa situazione o con i dazi o imponendogli di comprare il nostro petrolio”. Concetto già espresso che peraltro segue l’aumento delle importazioni di gas dagli Usa in seguito alla guerra in Ucraina. Ma un negoziato tutto da impostare e non essere tra le priorità della politica commerciale Usa non necessariamente è una buona notizia . Secondo gli economisti di Goldman Sachs Se l’incertezza dovesse restare su questi livelli elevati per molti mesi potrebbe sottrarle due punti e mezzo di produzione e lo 0,75 del Pil, di fatto azzerandone la crescita. E se anche, come possibile, il livello di turbolenza dovesse moderarsi, cancellerebbe comunque 1,75 punti di produzione industriale e mezzo punto di Pil.

Il negoziato con la Cina

Quello con la Cina invece è stato il fronte più caldo sul fronte dei dazi. Biden non ha rinnegato le scelte di Trump, 300 miliardi di dollari di beni importati da Pechino subivano con dazi doganali, ma anzi nel 2024 ha imposto tariffe su auto elettriche (100%), pannelli solari (50%) , batterie, minerali critici e chip (25%). Forse per questo Trump ha deciso di non intervenire immediatamente, un documento reso pubblico da Bloomberg segnala che l’amministrazione “per rafforzare la base industriale americana e invertire la dipendenza dalla forniture critiche” studierà in quali settori intervenire, aprendo ad un negoziato diretto con Xi Jinping. Un atteggiamento molto diverso dell’intervento generalizzato contro Messico e Canada

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