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Il marchio Tim su furgoncini e tute degli addetti finisce all’Antitrust: “Pubblicità illegittima”

(reuters)

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L’associazione dei principali provider internet italiani lamenta che nelle operazioni legate alla rete, ora separata, si usa ancora il rimando all’ex monopolista: “Non è tollerabile”
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ROMA – L’Italia ha separato la rete nazionale di telecomunicazioni già da otto mesi. La rete, sì, è separata. Tutto il resto non proprio. È quanto si legge in una denuncia Antitrust firmata Aiip, l’associazione dei principali provider internet italiani. L’accusa: anche se Tim e FiberCop (gestore della rete) sono due società separate, tra i due c’è ancora una forte commistione. Fibercop quando va a posare la fibra fa pubblicità a Tim – scrive Aiip – perché nei suoi furgoncini e sulle divise del personale ospita il marchio Tim o persino Telecom Italia.

“Non è tollerabile dagli altri operatori di comunicazioni elettroniche che, nell’avvalersi della rete di accesso FiberCop, teoricamente neutrale, per la fornitura dei servizi ai propri clienti, v…

ROMA – L’Italia ha separato la rete nazionale di telecomunicazioni già da otto mesi. La rete, sì, è separata. Tutto il resto non proprio. È quanto si legge in una denuncia Antitrust firmata Aiip, l’associazione dei principali provider internet italiani. L’accusa: anche se Tim e FiberCop (gestore della rete) sono due società separate, tra i due c’è ancora una forte commistione. Fibercop quando va a posare la fibra fa pubblicità a Tim – scrive Aiip – perché nei suoi furgoncini e sulle divise del personale ospita il marchio Tim o persino Telecom Italia.

“Non è tollerabile dagli altri operatori di comunicazioni elettroniche che, nell’avvalersi della rete di accesso FiberCop, teoricamente neutrale, per la fornitura dei servizi ai propri clienti, vedono poi arrivare presso i clienti stessi – si legge nella segnalazione Antitrust – personale marchiato con il logo di Tim o Telecom Italia, ossia un loro primario concorrente nella fornitura dei servizi di accesso al pubblico”. Sono riportati anche casi di volantini affissi vicini alle case dove si annuncia insieme sia l’arrivo della fibra sia la pubblicità di Tim.

Eppure, la separazione della rete è stata un’impresa straordinaria per il mercato italiano, ipotizzata da decenni e finalmente ultimata a luglio 2024, con il passaggio di rete e 20mila dipendenti Tim a Fibercop, controllata dal fondo americano Kkr (ma con il 16 per cento nelle mani di Cdp, ossia lo Stato: azionista di maggioranza è il ministero dell'Economia e delle finanze).

L’Italia ha ora quindi due reti fisse nazionali: quella di Fibercop, appunto, e quella di OpenFiber (controllata da Enel e Cdp). Un assetto unico in Europa: le società che si occupano di sviluppare la rete, estendendo – in questa fase – la fibra ottica nelle case e negli uffici, fanno solo questo: operano all’ingrosso soltanto, non vendono i servizi al pubblico. Sono neutre verso tutti gli operatori finali, che poi vendono il servizio Internet agli utenti, dopo avere comprato l’accesso alla rete da Fibercop o OpenFiber.

Una situazione che dovrebbe servire a sviluppare innovazione e concorrenza in Italia. Sono alcuni dei motivi che hanno spinto alla separazione della rete, infatti, oltre alla necessità di sanare il debito di Tim.

Sul punto della denuncia, l'azienda spiega che FiberCop, a prescindere dalle pattuizioni in essere con il gruppo Tim, ha tutto l’interesse a operare sotto il proprio marchio per far meglio percepire al mercato l’unicità della propria offerta e la strategicità, per il Paese, del proprio progetto di sviluppo della rete in fibra ottica. Il progressivo superamento dell’utilizzo del brand del gruppo cui apparteneva Fibercop è in corso e si prevede il completamento del processo in tempi contenuti, anche in considerazione della numerosità delle sedi, degli impianti, delle attrezzature e degli autoveicoli coinvolti, che Fibercop ha ereditato in seguito allo scorporo del ramo di azienda della rete di tlc dal gruppo Tim.

Il fatto è proprio che la teoria dello sviluppo della concorrenza si incrina se ci sono ancora commistioni tra un soggetto della rete e un operatore finale. Per altro, da quella teoria discendono conseguenze importanti per la stessa Tim. Se è diventato un operatore come gli altri – non avendo più possesso sulla rete – va anche regolato come gli altri. Non hanno più senso gli obblighi regolatori imposti finora su Tim per il riequilibrio della concorrenza (come l’obbligo a fare offerte che siano tutte replicabili dalla concorrenza).

L’Agcom (Autorità garante delle comunicazioni) proprio in questo periodo sta valutando la riduzione degli obblighi regolamentari in capo a Tim. A patto che sia un operatore come gli altri, appunto; le prove presentate da Aiip lascerebbero pensare che non siamo ancora arrivati a quel punto.

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