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Rossi: “La sponda della politica ai soci privati è poco elegante. Bene le fusioni, meglio se europee”

Salvatore Rossi, economista, ex dg Bankitalia ed ex presidente Ivass

 

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L’ex dg di Bankitalia ed ex presidente dell’Ivass interviene sulla scalata di Mps a Mediobanca: “Le autorità di vigilanza si esprimano sulle offerte, ma non siano invasive come via Nazionale in passato”
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MILANO – “Ci sono prima di tutto due questioni: se l’operazione lanciata da Mps su Mediobanca va verso quel consolidamento che tutti, dalla Commissione europea alla Bce, auspicano; e se l’operazione di fusione produrrà davvero effetti positivi, in termini di sinergie, tra le due banche”.

Salvatore Rossi, da economista, ex direttore generale di Bankitalia ed ex presidente dell’Ivass, ce lo spieghi lei.

“La mia risposta sul consolidamento è sì, ma…”.

Ma cosa?

“Ma sarebbe meglio che il consolidamento avvenisse oltre le frontiere nazionali. L’esigenza dell’Europa è quella di creare grandi gruppi bancari in grado di competere con quelli americani o cinesi. Detto questo, meglio un’operazione nazionale che nessuna operazione: è comunque un passo avanti che contribuisce alla crescita di dimensioni degli operatori in Italia”.

MILANO – “Ci sono prima di tutto due questioni: se l’operazione lanciata da Mps su Mediobanca va verso quel consolidamento che tutti, dalla Commissione europea alla Bce, auspicano; e se l’operazione di fusione produrrà davvero effetti positivi, in termini di sinergie, tra le due banche”.

Salvatore Rossi, da economista, ex direttore generale di Bankitalia ed ex presidente dell’Ivass, ce lo spieghi lei.

“La mia risposta sul consolidamento è sì, ma…”.

Ma cosa?

“Ma sarebbe meglio che il consolidamento avvenisse oltre le frontiere nazionali. L’esigenza dell’Europa è quella di creare grandi gruppi bancari in grado di competere con quelli americani o cinesi. Detto questo, meglio un’operazione nazionale che nessuna operazione: è comunque un passo avanti che contribuisce alla crescita di dimensioni degli operatori in Italia”.

E le sinergie, le vede?

“Intanto si deve tenere conto che le banche stanno cambiando molto. Il modello tradizionale di banca, che raccoglie risparmio e concede prestiti, sta lasciando spazio a un modello orientato alla gestione del risparmio e alla consulenza per famiglie e imprese. Mediobanca segue questa tendenza, mentre Mps resta legato al modello tradizionale. Detto questo, alla luce delle prime informazioni, non vedo particolari economie di scopo. L’operazione appare più una giustapposizione di due modelli diversi che una vera integrazione. E se non si riesce a creare un modello comune, il rischio è che porti a una mera sommatoria di attività, senza un reale valore aggiunto”.

La posta in gioco è anche – se non soprattutto – la quota di Mediobanca in Generali…

“Non entro nel merito degli assetti proprietari perché non ne so abbastanza. Mi limito ad osservare l’operazione come viene annunciata per i suoi aspetti finanziari, industriali e di mercato”.

Il Mef è il primo azionista di Mps con l’11,7% del capitale. Il pubblico torna a influenzare il mercato?

“Al di là dei numeri, che fanno dello Stato il primo socio della banca, Mps si muove più che altro su impulso di due grandi azionisti come Caltagirone e il gruppo Delfin che da tempo agiscono in sintonia. E che hanno tutto il diritto di provare una mossa di mercato come questa. Certo, se non ci fossero situazioni che rischiano di attirare critiche su una possibile sponda governativa alle mosse di soci privati sarebbe meglio, sarebbe quantomeno più elegante”.

Caltagirone e soci vogliono essere sul ponte di comando. I manager di Mediobanca e di Generali ritengono invece che la loro autonomia sia da difendere.

“Sono stato a lungo un paladino delle public companies, specie di fronte a un azionariato frammentato. Poi, facendo l’economista industriale, ho capito che in qualche caso è meglio avere un padrone riconosciuto che si prende la responsabilità diretta della gestione. Ma detto questo, il mondo bancario è molto particolare perché c’è un convitato di pietra, la Bce, coadiuvata delle autorità di vigilanza nazionali, che ha molti poteri. Insomma, per le banche una public company si giustifica un po’ di più che in altri settori”.

Ecco, ma Bce e Bankitalia che fine hanno fatto? Sul mercato accade di tutto, ma da loro non una parola.

“Non solo è assolutamente spiegabile, ma è anche opportuno. L’autorità di vigilanza deve valutare la solidità patrimoniale della banca risultante dall’operazione e se il modello industriale ha buone probabilità di riuscita, il che si riverbera sulla sua solidità. E può farlo soltanto dopo che l’istanza sia stata presentata ed esaminata. Giusto che oggi siano silenti, perché non siamo a cinquant’anni fa, quando c’era da un lato una Mediobanca che faceva tutti i giochi nel capitalismo italiano e dell’altro una Banca d’Italia molto invasiva sul mercato”.

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