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Mazzoncini (A2A): “Più autonomia energetica. Gas, il prezzo non è giusto”

Renato Mazzoncini, amministratore delegato di A2A 

 (ansa)

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L’intervista all’ad di A2A. “L’Italia ha una indipendenza energetica al 23%, ma ha potenziale su solare, eolico, rifiuti”. Chiede lo stop alle gare per l’idroelettrico: “La regolazione è la soluzione più adeguata, anche per il Paese”
3 minuti di lettura

Sulla transizione non si può tornare indietro. E le reti del futuro saranno quelle elettriche. Renato Mazzoncini, amministratore delegato di A2A, non teme il cambio di posizionamento mondiale in atto dopo le elezioni europee e l’arrivo di Trump alla Casa Bianca. E per l’Italia spera in una soluzione per l’idroelettrico.

Si discute molto di rallentare la transizione green. Centreremo gli obiettivi Onu al 2030?

«La transizione in Europa si farà. Ursula von der Leyen ha creato un team dedicato e commissionato il Rapporto Draghi, che ribadisce la necessità di aumentare l’autonomia energetica europea. Rinnovabili e elettrificazione dei consumi avranno un ruolo determinante».

Come?

«Oggi l’Europa ha una indipendenza energetica pari al 39% del fabbisogno, l’Italia è al 23%, ma ha grande potenziale su solare, eolico, idroelettrico e rifiuti. Con rinnovabili ed efficienza sui consumi il nostro Paese potrebbe arrivare al 60% di produzione domestica».

Sulla transizione non si può tornare indietro. E le reti del futuro saranno quelle elettriche. Renato Mazzoncini, amministratore delegato di A2A, non teme il cambio di posizionamento mondiale in atto dopo le elezioni europee e l’arrivo di Trump alla Casa Bianca. E per l’Italia spera in una soluzione per l’idroelettrico.

Si discute molto di rallentare la transizione green. Centreremo gli obiettivi Onu al 2030?

«La transizione in Europa si farà. Ursula von der Leyen ha creato un team dedicato e commissionato il Rapporto Draghi, che ribadisce la necessità di aumentare l’autonomia energetica europea. Rinnovabili e elettrificazione dei consumi avranno un ruolo determinante».

Come?

«Oggi l’Europa ha una indipendenza energetica pari al 39% del fabbisogno, l’Italia è al 23%, ma ha grande potenziale su solare, eolico, idroelettrico e rifiuti. Con rinnovabili ed efficienza sui consumi il nostro Paese potrebbe arrivare al 60% di produzione domestica».

E il resto?

«Per arrivare al 100%, interamente decarbonizzato, potremo ricorrere alle importazioni, alla produzione termoelettrica con cattura della CO2 o anche al nucleare, se maturo».

Su quali tecnologie bisogna puntare?

«Tutte, non possiamo trascurarne nessuna, perché nessuna è in grado di vincere da sola. Non è ipotizzabile ad esempio sostituire il gas solo con il biometano: si consumano 60 miliardi di metri cubi di gas all’anno e la massima produzione di biometano in Italia è di 6 miliardi. Serve un mix di fonti che coniughi neutralità carbonica e costi».

Voi cosa fate per la transizione?

«In Italia siamo tra i più grandi operatori nell’idroelettrico, mentre su eolico e solare abbiamo sia acquisito impianti che realizzato nuove infrastrutture. Continueremo su questa strada».

Sull’idroelettrico è difficile crescere e in più esiste un problema concessioni che vanno in scadenza e poi a gara.

«Mentre in Italia, unico Paese in Europa, si introduceva l’obbligo di mettere le concessioni a gara per un’infrazione in tema di concorrenza, la stessa infrazione veniva chiusa perché di fatto non esiste la concorrenza in un settore dove non è possibile costruire nuove dighe».

È stato un errore italiano?

«Il consumatore si tutela con la concorrenza nei settori non stabili o con l’intervento del regolatore dove non c’è mercato. Noi crediamo che per l’idroelettrico la regolazione sia la soluzione più adeguata, anche per il Paese».

Come se ne esce?

«Le gare sono state inserite come clausole di concorrenza in una milestone del Pnrr che vale circa 200 milioni. Si potrebbe rinegoziarla, come già avvenuto su altri impegni. Se non ci fossero le gare e si procedesse con la riassegnazione attraverso un accordo tra Regioni e operatori si libererebbero velocemente investimenti per 15 miliardi».

Ma perché non conviene metterle a gara?

«Un nuovo operatore dovrebbe riconoscere il valore degli asset all’uscente e fare poi gli stessi investimenti. Il che significa che per il consumatore finale aumenterebbero i costi. C’è poi un tema strategico per il Paese: alle gare possono partecipare anche operatori stranieri, mentre noi non abbiamo la stessa opportunità all’estero».

Draghi dice che l’Europa dal 2000 al 2020 non ha investito in infrastrutture strategiche a differenza di Cina e Usa.

«Come A2A siamo al lavoro per invertire questo trend: dal 2021 al 2024 abbiamo investito 8 miliardi di euro con l’Ebitda passato da 1,2 a 2, 3 miliardi, e in 10 anni investiremo 18 miliardi».

In cosa investite?

«Il nostro Piano è incentrato su due pilastri: transizione energetica e economia circolare. Abbiamo acquistato reti elettriche da Enel, la più grande operazione nel settore, costruito impianti eolici e fotovoltaici ma anche termovalorizzatori o depuratori».

Come è messa la vostra rete?

«L’elettrificazione in Italia è avvenuta tra gli anni ’30 e ’70. E da lì in poi si è investito solo nel gas. Dal 2020 si è tornati a investire sulle reti elettriche. La nostra è in una zona importante del Paese: se il consumo elettrico in Italia aumenterà del 30%, in Lombardia crescerà del 50%. Dal 2020 a oggi abbiamo triplicato gli investimenti passando da 70 a 210 milioni».

Investire sulle reti aiuta anche a stabilizzare il business e piace molto agli analisti, è vero?

«I business regolati danno un rendimento garantito intorno al 6%, altri investimenti offrono di più, ma comportano anche più rischi. Noi siamo cresciuti molto sul mercato, ora abbiamo rinforzato la quota regolata».

Siete impegnati anche nell’economia circolare…

«Stiamo consumando più risorse di quelle che abbiamo. È importante la decarbonizzazione, ma serve anche la circolarità. Investiamo in termovalorizzatori, negli impianti per la produzione di biometano e nel ciclo idrico. Con il calore dei termovalorizzatori, o con quello recuperato da acciaierie e data center, portiamo il teleriscaldamento in migliaia di appartamenti».

In questo modo si migliora anche l’efficienza delle case?

«Se riscaldi un edificio inefficiente con il calore recuperato, passa subito in classe A senza bisogno di altri interventi, perché utilizza calore decarbonizzato».

Oggi sia i cittadini che le imprese si trovano a pagare a caro prezzo l’energia. Perché?

«Esiste in questo momento anche un tema di speculazione sul gas. Le auto elettriche e le pompe di calore al momento non hanno fatto esplodere la domanda, la produzione industriale è in calo da 22 mesi e gli stoccaggi sono in linea con le passate stagioni. Non c’è nessun motivo per cui il costo al megawattora del gas sia a 50 euro. Il nostro Ufficio studi giudica appropriato un prezzo di 35 euro».

Come si può portare il beneficio delle rinnovabili che costano poco alle industrie o ai cittadini?

«Anzitutto aumentando il peso delle rinnovabili. E poi stipulando accordi di lungo termine a prezzo fisso con clienti, industriali e domestici, a prezzi più bassi di quelli del mercato».

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