Quando a Bruxelles si cita Donald Trump, istintivamente si pensa ai dazi, alla Nato, alla guerra in Ucraina, al dialogo con Vladimir Putin. Spesso si trascura quella che può diventare la “guerra delle guerre”: il digitale. L’alleanza ormai consolidata tra il nuovo presidente americano e le Big Tech, infatti, fa scatenare un’onda di interrogativi e dubbi su quel che potrà accadere nel Vecchio Continente. Le principali aziende globali che hanno avuto la forza di trasformare le nostre vite negli ultimi venti anni si sono esplicitamente messe al fianco del nuovo inquilino della Casa Bianca. Una scelta di campo gravida di conseguenze. In particolare in relazione al ruolo che avrà l’Intelligenza artificiale nelle dinamiche politiche, sociali, commerciali e economiche.
Il liberi tutto dell’oligarchia tecnologica
Il “liberi tutti” del tycoon è risuonato subito nelle sale della Casa Bianca. Tra i suoi primi atti c’è stata proprio l’abrogazione dell’Executive Order on the Safe, Secure, and Trustworthy Development and Use of Artificial Intelligence approvato da Biden nell’ottobre del 2023. Si tratta di una legge che provava a individuare una disciplina minima nella gestione dell’Ia e che in qualche modo veniva incontro alle preoccupazioni europee. Quasi contestualmente l’Ue ha varato l’Ai Act che entrerà in vigore il prossimo mese. Ma il punto è proprio questo. Con Trump il mondo cambia rapidamente. Le regole diventano labili e il “Far West” appare il modello dominante. Soprattutto sul fronte digitale e delle nuove tecnologie. L’Amministrazione di Washington non vuole limiti. Il motto “America first” va declinato in ogni ambito senza alcuna precauzione. Sta emergendo così una oligarchia tecnologica che ha scelto di fare un patto e di allearsi con Trump. Musk è dentro la squadra governativa statunitense e riceve persino il via libera dal “neoeletto” per acquistare anche Tik Tok revocando il divieto per questa piattaforma di agire negli States. Sono i principi dell’antirust e del conflitto di interessi rivoltati al contrario. L’Europa sarà allora costretta a prendere atto del nuovo contesto e dei rischi che insidiano i parametri basilari dei sistemi politici democratici.
La democrazia sotto attacco
«La democrazia — ha detto martedì scorso il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, nell’aula del Parlamento europeo — oggi è sotto attacco, attacchi alla libertà di espressione e di informazione». Del resto la capacità di influenzare elezioni e opinioni pubbliche è ormai evidente. Basta un algoritmo a farlo. Oppure è sufficiente orientare una piattaforma, come ha fatto e sta facendo Elon Musk con X. E l’intelligenza artificiale da questo punto di vista offre una miriade di opportunità. Il nuovo investimento da 500 miliardi di dollari annunciato in questo campo proprio da Trump sarà un volano impressionante. Mentre la vecchia Europa si presenta ferma al palo. A Bruxelles — bisogna ricordarlo — è già operativo il Digital Services Act. È stato lo strumento ideato per contrastare la disinformazione. Per bloccare le influenze malevole. Eppure dinanzi alla disinvoltura trumpiana e alla conseguente scelta di Meta di rinunciare al fact-checking, tutto appare insufficiente. Le sanzioni sembrano una puntura di spillo dinanzi alla possibilità di propalare liberamente informazioni false e tendenziose. L’Ue ha seguito sia in riferimento al Dsa sia all’Ai Act un atteggiamento regolatorio cercando nello stesso tempo di non frenare l’innovazione. Il nodo da sciogliere però si stringe sulla dimensione valoriale e sui principi dei nostri sistemi istituzionali. Ma in un mondo che non condivide la stessa prospettiva — soprattutto ora che alla Casa Bianca siede Trump — può ancora valere il medesimo approccio seguito fino ad ora? Quando l’Ai Act sarà effettivo difficilmente produrrà conseguenze immediate. Quanto tempo servirà per capire se quelle norme saranno sufficienti a difenderci? E quanto tempo ci vorrà per verificare se l’esempio europeo sarà seguito da altri? Le premesse stavolta non depongono a favore dell’Unione. Nelle mani della nuova Commissione e dei 27 governi è stata posta la necessità di intervenire.
I servizi digitali in Europa
A luglio scorso, in occasione del suo discorso per ottenere il secondo mandato in Commissione, Ursula von der Leyen ha posto la digitalizzazione come un passaggio ineludibile per collocare l’Ue ai vertici del globo. E ha annunciato nei primi cento giorni una nuova normativa su big data, intelligenza artificiale e algoritmi. Regole che possano coniugare sviluppo ed etica. Al momento di questo nuovo pacchetto non si ha traccia. Molto probabilmente non era stato calcolato l’effetto dirompente di quella che nell’estate scorsa era ancora una “eventuale” elezioni del Tycoon. Ed, ad esempio, difficilmente rimarrà funzionante il “Trade and Technology Council”, che su questo settore era diventato una sorta di camera di compensazione transatlantica tra Usa e Ue. Una prospettiva che renderà più complicato il dialogo e che trasformerà i tanti procedimenti avviati dall’antitrust della Commissione contro i colossi tecnologici in una guerra molto più difficile da vincere. Le botte già inferte da Trump a colpi di “decreti” e il protagonismo di “Mister X” non aiutano a immaginare un percorso pacifico. «La tecnologia che doveva liberarci — ha ammonito il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez — è diventata lo strumento della nostra stessa oppressione. Ciò che limita veramente la democrazia è il potere delle èlite. Di coloro che pensano che, essendo ricchi, sono al di sopra della legge e possono fare qualsiasi cosa. Ecco perché i miliardari delle Big Tech vogliono rovesciare la democrazia».
Questa è la sfida più delicata che attende l’Unione europea. Ma le divisioni che stanno sempre più emergendo tra gli Stati membri, l’obiettivo di Trump di disarticolare l’Unione, pongono il Vecchio Continente in una posizione di debolezza se i 27 non riusciranno a concordare una linea in tempi brevi. Ma separati di certo non otterranno nulla. Per se stessi e per gli altri.