MILANO — Il cda di Mediobanca stronca l’offerta di scambio da 13,3 miliardi depositata venerdì dal Montepaschi, “non concordata, ostile, fortemente distruttiva di valore e contraria agli interessi della banca”. In una seduta di tre ore i lavori, a quanto filtra, avrebbero seguito la relazione tecnica preparata dagli uffici della banca d’affari nel fine settimana, e illustrata dall’ad Alberto Nagel. Con uno schema sillogistico: “Il cda ritiene l’offerta priva di ogni razionale industriale e finanziario”, riporta una nota. Pertanto il cda sottende una logica altra, di potere o politica: e indica i “rilevanti intrecci azionari di Delfin e Caltagirone”, azionisti forti a Siena come in piazzetta Cuccia e a Trieste, con oltre 15 miliardi investiti nei tre gruppi.
“La prese…
MILANO — Il cda di Mediobanca stronca l’offerta di scambio da 13,3 miliardi depositata venerdì dal Montepaschi, “non concordata, ostile, fortemente distruttiva di valore e contraria agli interessi della banca”. In una seduta di tre ore i lavori, a quanto filtra, avrebbero seguito la relazione tecnica preparata dagli uffici della banca d’affari nel fine settimana, e illustrata dall’ad Alberto Nagel. Con uno schema sillogistico: “Il cda ritiene l’offerta priva di ogni razionale industriale e finanziario”, riporta una nota. Pertanto il cda sottende una logica altra, di potere o politica: e indica i “rilevanti intrecci azionari di Delfin e Caltagirone”, azionisti forti a Siena come in piazzetta Cuccia e a Trieste, con oltre 15 miliardi investiti nei tre gruppi.
“La presenza degli stessi azionisti in Mps, Mediobanca e Generali nell’ambito di un’offerta esclusivamente in azioni configura una potenziale disomogeneità negli interessi rispetto al resto della compagine azionaria”. Un’accusa forte, che ha riscaldato la discussione consiliare, fino all’astensione, nel voto, di Sergio Panizza e Sabrina Pucci - i due esponenti tratti dalla lista di Delfin - e alla richiesta degli altri consiglieri di citare i due astenuti su 15 nella nota.
La valenza industriale dell’aggregazione proposta da Mps, che stima 300 milioni di euro di sinergie da costi, 300 milioni sui ricavi e 100 milioni sulla raccolta ogni anno, è confutata con diverse tesi: “Il forte indebolimento del modello di business di Mediobanca, focalizzato sui segmenti specializzati e redditizi quali il Wealth Management e l’Investment Banking”, con “immediata perdita della clientela bancaria e finanziaria e di parte di quella delle grandi imprese che migrerebbe verso boutique specializzate o banche estere”; “perdita di ricavi e clienti nei due settori, anche per l’incertezza che graverebbe sulla capacità dell’eventuale polo di trattenere i principali clienti, ragionevolmente accompagnata dalla perdita delle migliori risorse umane del gruppo”; “assenza di apprezzabili sinergie di costo non avendo i due gruppi sovrapposizioni di reti distributive”.
Sul piano finanziario, aggiunge la nota, l’operazione "comporta un forte pregiudizio al profilo reddituale di Mediobanca, i cui utili sono in crescita come previsto dal Piano strategico, mentre la media degli analisti vede per Mps un calo degli utili per la riduzione del margine d’interesse e il progressivo venir meno dei benefici fiscali”; la conseguente “diluizione dei multipli valutativi di Mediobanca per il venir meno della prevista crescita di ricavi e utili, dell’elevata redditività (doppia di quella futuribile di Mps al netto di un tax-rate normalizzato)”; infine, “il calo del titolo Mps dopo l’annuncio, che ne testimonia la fragilità e rende improbabile il buon esito dell’operazione”.
Lunedì, rispetto ai prezzi di Mediobanca del 23 gennaio (prima dell’Ops), Mps quotava a sconto del 3% rispetto al concambio offerto, che esprime un premio del 5%. Lo sconto in Borsa sul prezzo di Ops ieri era al 9,5%, con Mediobanca (-4,36%) che ha perso più di Mps (-2,45%): ma la prima era su nuovi massimi dopo la fiammata iniziata venerdì, l’offerente è in calo per la terza seduta. Il prossimo cda Mediobanca in agenda è il 10 febbraio, per i conti del trimestre chiuso a dicembre. Pochi giorni dopo si riunirà il cda per la valutazione formale dell’Ops senese, il cui prospetto va depositato in Consob entro il 13 febbraio. Nel frattempo Nagel e i suoi cercano gli advisor finanziari per attrezzare la difesa, individuati quelli legali: gli studi Chiomenti e Marchetti.