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Berlino al bivio del rigore

Olaf Scholz 

 (reuters)

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Si vota il 23 febbraio. Il candidato della Cdu Merz ha proposto un ambizioso piano di spesa che cozza con il freno al debito
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Friedrich Merz ha già avvertito le aziende: in Cina vi brucerete. E non contate sugli aiuti di Stato tedeschi, se le cose andranno male. Il leader dei cristianodemocratici e probabile prossimo cancelliere guarda con preoccupazione agli scambi col Dragone. Dopo tre anni di propaganda dell’attuale cancelliere Olaf Scholz sulla necessità di un “derisking”, un parziale disimpegno dalla Cina, il bilancio è desolante. Nei soli primi sei mesi del 2024, gli investimenti diretti della Germania nella Repubblica popolare sono schizzati a 7,3 miliardi di euro, provenendo soprattutto dal settore automobilistico. E quella cifra era già più alta dei 6,5 miliardi che erano fluiti verso la Cina in tutto il 2023.

L’allarme

Guardare ad ovest

Pechino si è dimostrata inaffidabile e la sua economia sta rallentando, certo. Ma Merz guarda soprattutto a ovest, al nuovo inquilino della Casa Bianca, Donald Trump. Nessuno sa cosa succederà nei pro…

Friedrich Merz ha già avvertito le aziende: in Cina vi brucerete. E non contate sugli aiuti di Stato tedeschi, se le cose andranno male. Il leader dei cristianodemocratici e probabile prossimo cancelliere guarda con preoccupazione agli scambi col Dragone. Dopo tre anni di propaganda dell’attuale cancelliere Olaf Scholz sulla necessità di un “derisking”, un parziale disimpegno dalla Cina, il bilancio è desolante. Nei soli primi sei mesi del 2024, gli investimenti diretti della Germania nella Repubblica popolare sono schizzati a 7,3 miliardi di euro, provenendo soprattutto dal settore automobilistico. E quella cifra era già più alta dei 6,5 miliardi che erano fluiti verso la Cina in tutto il 2023.

L’allarme

Guardare ad ovest

Pechino si è dimostrata inaffidabile e la sua economia sta rallentando, certo. Ma Merz guarda soprattutto a ovest, al nuovo inquilino della Casa Bianca, Donald Trump. Nessuno sa cosa succederà nei prossimi mesi e anni, per ora i dazi sono stati utilizzati dal presidente americano come leva per mettere sotto pressione Pechino, il Canada, la Colombia o il Messico. Cosa accadrà, ha sottolineato il capo della Cdu, se Trump porrà un aut aut all’Europa e alla Germania, sui rapporti con la Cina? «Se vi prendete questo rischio — ha avvertito le imprese tedesche — e dovete cancellare quegli investimenti da un anno all’altro, per favore non venite in nessuna circostanza a chiedere una mano allo Stato». La sua strategia, che tenterà di concordare con la Francia e la Polonia, sarà quella di intavolare un rapporto “pragmatico” con Washington: «Facciamo i nostri compiti a casa, invece di starcene qui come un coniglio davanti a un serpente». Intanto, Merz ha già promesso una spesa militare «superiore al 2%” del Pil», come concordato dai partner Nato. Trump, però, chiede il 5%.

Quello del fallimento del “derisking” con la Cina e dei rapporti spinosi con Trump è solo uno dei tanti dossier che Merz dovrà affrontare, dopo le elezioni del 23 febbraio, quando comincerà a guardarsi intorno per trovare un alleato di governo. L’economia tedesca è profondamente in crisi, al congresso di inizio febbraio della Cdu, il leader ha ricordato che l’anno in corso rischia di essere il terzo consecutivo di recessione. «Non era mai successo, nel dopoguerra», ha scandito dal palco del City Cube di Berlino. Nel loro programma elettorale, i conservatori promettono sgravi fiscali sia per i più ricchi sia per i più poveri, un’aliquota per le imprese al 25% e un taglio dell’Iva per la gastronomia dal 19 al 7%. Ai pensionandi, Merz promette anche ricchi bonus se scelgono di continuare a lavorare dopo i 67 anni. Ma la domanda nasce spontanea: chi finanzierà questo ambizioso piano di sgravi e sussidi, in presenza del famigerato freno al debito?

La frenata tedesca

Nei mesi scorsi, il leader della Cdu ha ammesso a mezza bocca che quel limite al disavanzo iscritto nella costituzione potrebbe essere emendato, se non addirittura riformato — anche se nei comizi evita accuratamente di parlarne. Resta comunque il candidato del partito di Wolfgang Schaeuble e del rigore. Eppure, dietro le quinte qualcuno scommette su una riedizione, anche se per altri scopi, del maxi piano da 100 miliardi di euro per la Bundeswehr, inattaccabile dalla Corte di Karlsruhe perché votato da due terzi del Parlamento e scolpito dunque nel Grundgesetz, nella costituzione tedesca. Anche gli economisti più conservatori e ordoliberali come Clemens Fuest, direttore dell’Ifo di Monaco, hanno aperto nei mesi scorsi all’ipotesi di rivedere il pareggio di bilancio. La debolezza dell’economia tedesca si trascina ormai dal 2018: la produzione industriale è scesa del 15% in sette anni. E lo sfacelo delle infrastrutture pubbliche e un tema costante dei dibattiti politici.

Tentativi di rivitalizzare l’economia

In questo, la Spd, il partito con cui la Cdu tenterà con ogni probabilità il primo approccio per formare un governo, è più trasparente. Nel suo programma elettorale il partito del cancelliere uscente Olaf Scholz ha scritto nero su bianco che vuole rivedere il freno al debito e stanziare un “Deutschlandfond”, un Fondo per la Germania che aiuti a rivitalizzare la sua esangue economia. Ma il negoziato tra Cdu e Spd si annuncia difficile soprattutto su altri punti. Merz intende riformare una delle riforme-bandiera dei socialdemocratici, il sussidio ai disoccupati e agli indigenti ribattezzato “Buergergeld”. E sarà difficile che i socialdemocratici cedano, su questo punto. Anche sulle tasse, le trattative potrebbero incagliarsi: il segretario generale della Spd, Matthias Mersch, ha puntato il dito contro Merz perché «prevede sgravi miliardari per i ricchi e le imprese e non spiega mai chi li pagherà». E i socialdemocratici vogliono tassare super ricchi con patrimoni superiori al 100 milioni di euro. Mentre per la Cdu, ogni aumento delle imposte è un tabù. Un altro piano su cui la Spd insiste e i cristianodemocratici storcono la bocca, è l’aumento del salario minimo a 15 euro. «Nell’ultima campagna elettorale — ha sottolineato Scholz — ho promesso un salario minimo a 12 euro. E ho mantenuto quella promessa. Ora mi batto per un salario minimo di 15 euro».

Con i numeri attuali — la Cdu intorno al 30%, la Spd al 15% — non è chiaro se Merz riuscirà a formare una grande coalizione: dipenderà anche da chi entrerà in Parlamento superando la soglia di sbarramento del 5% e da quanti seggi verranno dunque redistribuiti ai partiti maggiori. Se si ipotizzasse dunque la necessità di un terzo partner di governo, il più plausibile sarebbero i Verdi, dati attualmente attorno al 12%. Ma con il partito di Robert Habeck, le trattative sarebbero ancora più faticose, per Merz. Perché la Cdu ha promesso che tornerà all’energia atomica, «compresa la riattivazione delle centrali appena spente», come ha sottolineato il candidato alla cancelleria: un’ipotesi inaccettabile per gli ambientalisti tedeschi. E in questi ultimi anni, la Cdu ha mutuato dalla destra estrema una guerra a tutto campo contro le regole “verdi”, anzitutto quelle del Green Deal.

Il pacchetto migranti

Nelle ultime settimane, la campagna elettorale si è infuocata sul pacchetto migranti di Merz approvato con i voti dell’Afd — che ha ulteriormente deteriorato le prospettive di un’alleanza tra Cdu e Verdi. Per molti, è stata la fine del cordone sanitario verso l’ultradestra. Dopo, Merz ha ribadito «mai con l’Afd». Anche perché, dal punto di vista economico, sarebbe complicato per il partito di Adenauer e Kohl giustificare una convergenza con chi vuole uscire dall’Ue e tornare al marco.

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