Un calo del potere d’acquisto tra i 1.000 e i 1.200 dollari per ogni famiglia americana. Un calo del Pil Usa che potrebbe chiudere il 2025 a quota meno 0,5%, mentre Messico e Canada potrebbero arrivare tra il -1 e il -1,5%. Le previsioni degli economisti americani, dal Budget Lab della Yale University al Peterson Institute for International Economics, sono più che pessimistiche, non solo nei confronti dei Paesi già colpiti dai dazi voluti (ma già in buona parte sospesi) dal presidente Donal Trump, ma verso gli Stati Uniti. Non per nulla il Wall Street Journal ha definito quella intrapresa dal tycoon “la guerra commerciale più stupida della storia”. Così stupida che molti analisti dubitano del fatto che le tariffe appena imposte rimarranno in vigore, o che ne arriveranno altre, per esempio quelle annunciate sull’export dei Paesi Ue.
Gli effetti sulle aziende
Trattative aperte
Canada, Messico e Cina sono i maggiori part…
Un calo del potere d’acquisto tra i 1.000 e i 1.200 dollari per ogni famiglia americana. Un calo del Pil Usa che potrebbe chiudere il 2025 a quota meno 0,5%, mentre Messico e Canada potrebbero arrivare tra il -1 e il -1,5%. Le previsioni degli economisti americani, dal Budget Lab della Yale University al Peterson Institute for International Economics, sono più che pessimistiche, non solo nei confronti dei Paesi già colpiti dai dazi voluti (ma già in buona parte sospesi) dal presidente Donal Trump, ma verso gli Stati Uniti. Non per nulla il Wall Street Journal ha definito quella intrapresa dal tycoon “la guerra commerciale più stupida della storia”. Così stupida che molti analisti dubitano del fatto che le tariffe appena imposte rimarranno in vigore, o che ne arriveranno altre, per esempio quelle annunciate sull’export dei Paesi Ue.
Gli effetti sulle aziende
Trattative aperte
Canada, Messico e Cina sono i maggiori partner commerciali degli Stati Uniti, rappresentano messi insieme circa il 40% di tutte le importazioni Usa, più di mille miliardi di dollari di beni all’anno. Si va dal petrolio canadese ai veicoli, parti di veicoli e accessori dal Messico, fino alle apparecchiature elettroniche dalla Cina. Beni indispensabili per i consumatori americani, che li pagherebbero di più, se i dazi dovessero essere confermati. Ma siccome «una guerra commerciale e tariffaria non ha né vincitori né vinti», come ha ammesso pochi giorni fa il ministero degli Esteri cinese, i diplomatici cinesi, messicani e canadesi hanno accettato di sedersi al tavolo con Trump per trattare, cercando di evitare il peggio, ed offrendo concessioni, a cominciare dalla maggiore sorveglianza al confine che Trump esige dal Messico. E del resto secondo gli analisti politici è proprio questo l’obiettivo del presidente Usa, costringere i Paesi vicini, alleati o in competizione a trattare, facendo consistenti concessioni.
Negli Usa il 20% di export Ue
Per quanto diversi portavoce della Commissione abbiano assicurato che la Ue «non si farà mettere alla gogna», ed è pronta a rispondere agli eventuali dazi che Trump continua a minacciare con cadenza regolare, una guerra tariffaria non può essere presa alla leggera. Secondo i dati del governo americano la Ue ha esportato negli Stati Uniti nel 2023 beni per un valore di 576,3 miliardi di dollari, quasi il 20% delle sue esportazioni totali. Gli Usa sono dunque il secondo partner commerciale del blocco europeo, ma per molti prodotti rappresentano il primo mercato di sbocco.
Gli effetti sull’Italia
Il National Board of Trade svedese ha stimato, nel caso in cui i dazi dovessero arrivare davvero, una generale riduzione delle esportazioni europee del 17%, con un maggiore impatto nei settori meccanico, farmaceutico e chimico. Ma c’è anche un impatto secondario: poiché la Cina, se dovessero rimanere i dazi a suo carico, ridurrebbe le importazioni verso gli Usa del 66%, cercherebbe nuovi mercati di sbocco, tra i quali quelli europei. Si calcola un aumento delle esportazioni verso i Paesi Ue del 7%: per la stragrande maggioranza dei nostri produttori si tratterebbe di un danno ulteriore.
L’Italia: export in calo
Una perdita di export che potrebbe arrivare fino al 16,8%. Un impatto che può valere dai 3 ai 9-10 miliardi sulle imprese esportatrici. Gli istituti di analisi italiani, da Svimez a Prometeia, e i centri studi delle organizzazioni imprenditoriali, come Confartigianato, hanno pubblicato in questi giorni stime che suscitano grande preoccupazione sull’impatto degli eventuali dazi Usa sui nostri prodotti. L’export italiano negli Stati Uniti ha raggiunto il valore di 67 miliardi di euro. Per 43 prodotti, stima Confartigianato, è il primo mercato di sbocco all’estero. Più in generale, gli Stati Uniti rappresentano il secondo mercato dopo la Germania per valore del nostro export, con un aumento del 58,6% tra il 2018 e il 2023. Nel 2024 gli aumenti maggiore di export italiano si sono registrati per i prodotti farmaceutici (+19,5%), alimentari, bevande e tabacchi (+18%), apparecchi elettrici (+12,1%), macchinari (+3,7%), gomma, plastica, ceramica e vetro (+3,2%), legno e carta (+2,4%).
I timori delle aziende
«Guardiamo alla prossima decisione di Trump sui dazi verso l’Europa con grande attenzione ma senza eccessivo panico», afferma Luigi Scordamaglia, amministratore delegato di Filiera Italia. «I dazi fanno comunque male, ed è sempre meglio che non arrivino — precisa — ma innanzitutto avrebbero un effetto diretto sui cittadini americani, e in particolare sulle famiglie in difficoltà, facendo crescere l’inflazione alimentare, la più difficile da abbattere». Non solo: «continuerebbe ad apprezzarsi il dollaro, controbilanciando gli aumenti dovuti ai dazi». «Guardando a quello che è successo con i precedenti dazi del 2019 — conclude Scordamaglia — poi sospesi, è evidente che le nostre filiere dei formaggi e degli spirits hanno notevolmente sofferto, ma nel lungo termine gli effetti si sono diluiti e la crescita del nostro export, che ora vale 7,8 miliardi, è rimasta costante e superiore a qualsiasi altro mercato mondiale». Maggiore preoccupazione esprime però l’Unione Italiana Vini (Uiv), che calcola nel 2025, se dovessero arrivare i dazi, una perdita delle vendite di 330 milioni di euro (250 se il dollaro continuerà a rimanere forte). «Il vino — afferma il presidente di Uiv Lamberto Frescobaldi — è uno dei settori del made in Italy maggiormente esposti in caso di dazi nel primo mercato al mondo». Forte preoccupazione nella moda, che negli ultimi anni ha attraversato una forte crisi, e nel settore dei mobili: «Un dazio del 10% sarebbe sicuramente un danno importante perché l’America è l’unico mercato, dei primi 10, che ha fatto il segno più nel 2024», osserva il presidente di Federlegno Arredo Claudio Feltrin.
Preoccupazione, ma anche sconcerto, nel settore della farmaceutica: «I dazi non sono mai una gran soluzione per Paesi come i nostri che faticano a costruire la propria autonomia: sia Stati Uniti che Unione Europea sono fortemente dipendenti dai Paesi asiatici», osserva Stefano Collatina, presidente di Egualia, associazione dei produttori di farmaci equivalenti. L’Italia esporta negli Usa circa il 50% della produzione di farmaci generici, ma, sottolinea Collatina, «se, a causa dei dazi, dovessero aumentare i costi, c’è un rischio di sicurezza delle forniture che sarebbe meglio affrontare insieme, piuttosto che farci la guerra».