Niente dialogo, contromossa cinese: partono i dazi anti-Usa. Trump rilancia: 25% sull’acciaio
di Raffaele RicciardiMILANO — Si aprono nuovi fronti nella guerra commerciale ingaggiata da Donald Trump per abbattere - a suo dire - il disavanzo americano col resto del mondo. Non c’è stata la ventilata telefonata con il presidente cinese Xi e così – salvo giravolte dell’ultimo minuto, che non sono da escludere quando è in campo il tycoon – oggi è il giorno del via ai dazi cinesi del 10-15% sui 14 miliardi di dollari di merci importate dagli Usa. Una mossa annunciata da Pechino il 4 febbraio scorso, in risposta alle tariffe aggiuntive del 10% introdotte da Trump sugli acquisti dal gigante asiatico.
Ma non è tutto: lo stesso Trump, parlando ieri ai cronisti sull’Air Force One, rispolvera la mannaia su acciaio e alluminio annunciando un dazio globale del 25%. Le lancette tornano così al 2018, quando mise nel mirino questi stessi prodotti, salvo poi arrivare a una serie di esenzioni e quindi, con il G20 di Roma del 2021, all’accordo tra la Ue e l’amministrazione Biden per chiudere quel capitolo.
MILANO — Si aprono nuovi fronti nella guerra commerciale ingaggiata da Donald Trump per abbattere - a suo dire - il disavanzo americano col resto del mondo. Non c’è stata la ventilata telefonata con il presidente cinese Xi e così – salvo giravolte dell’ultimo minuto, che non sono da escludere quando è in campo il tycoon – oggi è il giorno del via ai dazi cinesi del 10-15% sui 14 miliardi di dollari di merci importate dagli Usa. Una mossa annunciata da Pechino il 4 febbraio scorso, in risposta alle tariffe aggiuntive del 10% introdotte da Trump sugli acquisti dal gigante asiatico.
Ma non è tutto: lo stesso Trump, parlando ieri ai cronisti sull’Air Force One, rispolvera la mannaia su acciaio e alluminio annunciando un dazio globale del 25%. Le lancette tornano così al 2018, quando mise nel mirino questi stessi prodotti, salvo poi arrivare a una serie di esenzioni e quindi, con il G20 di Roma del 2021, all’accordo tra la Ue e l’amministrazione Biden per chiudere quel capitolo.
Quel che temono gli analisti è l’escalation che, commenta al Ft Zhang Yanshen del China Center for International Economic Exchanges, «potrebbe portare a una situazione molto, molto brutta». Già domani o forse mercoledì potrebbe arrivare qualche nuova sorpresa, visto che The Donald ha fatto sapere che dettaglierà il piano di barriere doganali “reciproche” contro chi impone tariffe agli Usa.
L’asse più caldo resta quello con Xi, col quale va in scena un valzer di aperture e stroncature (prima erano filtrate voci di contatti per evitare la spirale, poi Trump stesso ha fatto sapere di «non avere fretta» di parlare con la controparte). Per ora la rappresaglia cinese va a colpire una serie di prodotti americani: dal gas naturale liquefatto al carbone, dalle attrezzature agricole alle auto di grossa cilindrata, con alcune restrizioni per le terre rare. Certo a Xi non è piaciuto che Trump sia passato dalle parole ai dazi nel giro di un paio di giorni, senza il tempo di intavolare una trattativa. Ma agli occhi di molti sta tenendo la porta aperta: si calcola che la risposta odierna valga meno di un punto percentuale d’incremento sulle tariffe medie applicate al made in Usa. «Pechino è in rallentamento: Trump ha un potere negoziale per portare Xi al tavolo», ragiona Carlo Altomonte dell’Institute for european policymaking (Iep) alla Bocconi. Dalla pace in Ucraina al Fentanyl, alla vendita delle attività Usa di TikTok: è ricco il menu di segnali che il tycoon aspetta dal colosso asiatico.
Cosa aspettarsi ora? Lo Iep ha ricostruito come la prima guerra commerciale Trump-Cina abbia prodotto una parziale riduzione delle importazioni americane, ma solo una piccola discesa del deficit commerciale, poiché sono anche scese le esportazioni americane verso Pechino. La Cina si è chiusa verso il resto del mondo e il dato che misura la globalizzazione a livello mondiale ha smesso di crescere. Con le nuove ostilità è lecito aspettarsi un rafforzamento dei legami cinesi con altri partner: «Più investimenti ed export in Messico, Vietnam, Indonesia e India, con la quale è in corso una normalizzazione dei rapporti», pronostica Altomonte. Per noi europei il timore è che le merci cinesi, non più benvenute negli Usa, inondino il nostro mercato.
La buona notizia è «che le importazioni americane dalla Cina, che si vanno a colpire, rappresentano un’opportunità per le nostre aziende: dalle auto elettriche alla filiera green, dalla farmaceutica a chimica di base e meccanica», spiega Altomonte. Ed eventuali dazi Usa mirati all’Europa potrebbero essere assorbiti: «Non è facile sostituire le nostre forniture di macchinari o agroalimentare». Ma, chiosa ancora l’esperto, «la vera battaglia che l’Europa deve giocare è sulle piattaforme tech, o sui 200 miliardi di capitali che ogni anno si spostano verso gli Stati Uniti». La raccomandazione è chiara: «Non farsi distrarre dalla cortina fumogena dei dazi e trascinare in un braccio di ferro per risparmiare una trentina di miliardi l’anno. Ben altre cifre sono in gioco su altri fronti».