Dal Messico all’India: il governo si muove per sostituire le vendite Usa
di Tommaso Ciriaco , Raffaele LorussoRoma — Per Giorgia Meloni è già l’ora delle scelte. Gestire la guerra dei dazi, con l’amico americano da una parte e l’Unione europea dall’altra, non sarà facile. Schierarsi al fianco di Donald Trump, o comunque non scontentarlo, potrebbe isolarla in Europa, soprattutto quando si tratterà di approvare le contromisure. Per questo, a Palazzo Chigi, sono già cominciate le manovre per studiare possibili contromosse. In una serie di incontri informali, che continueranno nei prossimi giorni, i vertici dell’esecutivo hanno sondato, con la regia della Farnesina, Confindustria e altri protagonisti dell’export italiano nel mondo. Nel corso delle riunioni si è cercato di capire in quali aree l’Italia potrebbe guadagnare quote di mercato nel caso in cui le barriere doganali rendessero più complicato l’interscambio con gli Stati Uniti. È stata già messa a punto una lista di 14 Paesi, considerati promettenti. Al primo posto c’è l’India, seguita da Messico, Indonesia e capitali del Golfo. Un discorso diverso per il Giappone: gli scambi commerciali sono considerati saturi, quindi l’obiettivo deve essere il mantenimento dei livelli attuali.
In questo modo, la presidente del Consiglio cerca di giocare d’anticipo. Contestualmente spera di convincere la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ad avviare una trattativa con il presidente Trump per provare ad attenuare la risposta europea ai dazi Usa. Se si arrivasse al muro contro muro, infatti, Giorgia Meloni potrebbe trovarsi in imbarazzo ed essere costretta a scelte dolorose.
L’apertura di un dialogo con il presidente americano è auspicato dagli industriali italiani. I giorni che mancano all’entrata in vigore dei dazi, fissata per il 12 marzo, devono servire per negoziare condizioni meno stringenti. Ne è convinto il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini. «I dazi non fanno bene all’Italia, bisogna negoziare con gli Usa – osserva –. Noi esportiamo 626 miliardi di prodotto, puntiamo a esportarne 700 miliardi, siamo il quarto Paese al mondo per esportazioni, la guerra dei dazi ci danneggia». Orsini confida nella premier Giorgia Meloni. «Con i dazi – dice – il presidente Trump dà la sveglia all’Europa. Credo che il nostro presidente del Consiglio possa aiutare l’Europa a trovare un negoziato. Ci sono alcuni elementi fondamentali per l’Europa come l’acquisto di gas ed energia e, soprattutto, il settore della difesa. Non possiamo permetterci di perdere il mercato degli Stati Uniti».
Prevale la preoccupazione per una fase di turbolenza che potrebbe mettere a rischio la tenuta dell’economia europea. «Con tutta questa incertezza introdotta nel sistema da Trump, moltissime imprese di tutto il mondo potrebbero frenare gli investimenti», taglia corto Emma Marcegaglia, che guida l’omonimo gruppo dell’acciaio. Il settore siderurgico ha già una stima delle ricadute negative. L’Unione europea potrebbe pagare un prezzo alto nella guerra dei dazi. Secondo Eurofer, l’associazione dell’industria siderurgica dell’Ue, la perdita di acciaio esportato dal Vecchio Continente verso gli Stati Uniti potrebbe raggiungere i 3,7 milioni di tonnellate. In una situazione di mercato tutt’altro che florida, è concreto il rischio di tracollo.