L’economista Guzmán: “Questi dazi illudono gli americani e affossano i Paesi poveri”
di Rosaria AmatoROMA — I dazi «aumentano le disuguaglianze, perché rafforzano il dollaro, facendo crescere gli interessi sul debito dei Paesi in via di sviluppo, che così hanno ancora meno risorse da spendere nell’istruzione, nella sanità, nelle infrastrutture». Martín Guzmán, economista, professore alla Columbia University e ministro argentino dell’Economia dal dicembre 2019 al luglio 2022, è a Roma per partecipare alla conferenza sulla giustizia fiscale organizzata in Vaticano dalla Pontificia accademia delle scienze e dall’Icrict, la Commissione indipendente per la riforma della tassazione internazionale delle imprese. Oggi sarà a un incontro sulla lotta alle disuguaglianze promosso da Icrict, Nens e Oxfam Italia. «È la prima volta che l’accademia vaticana discute di questo tema così importante, che va al cuore della capacità degli Stati di promuovere lo sviluppo integrale dell’essere umano, un ambiente sostenibile e l’eguaglianza delle opportunità».
Professor Guzmán, dopo la decisione del presid…
ROMA — I dazi «aumentano le disuguaglianze, perché rafforzano il dollaro, facendo crescere gli interessi sul debito dei Paesi in via di sviluppo, che così hanno ancora meno risorse da spendere nell’istruzione, nella sanità, nelle infrastrutture». Martín Guzmán, economista, professore alla Columbia University e ministro argentino dell’Economia dal dicembre 2019 al luglio 2022, è a Roma per partecipare alla conferenza sulla giustizia fiscale organizzata in Vaticano dalla Pontificia accademia delle scienze e dall’Icrict, la Commissione indipendente per la riforma della tassazione internazionale delle imprese. Oggi sarà a un incontro sulla lotta alle disuguaglianze promosso da Icrict, Nens e Oxfam Italia. «È la prima volta che l’accademia vaticana discute di questo tema così importante, che va al cuore della capacità degli Stati di promuovere lo sviluppo integrale dell’essere umano, un ambiente sostenibile e l’eguaglianza delle opportunità».
Professor Guzmán, dopo la decisione del presidente Trump di tirarsi fuori dall’intesa raggiunta dall’Ocse nel 2021 sulla tassazione globale delle multinazionali, che possibilità ci sono ancora di attuarla?
«Il primo pilastro, che prevedeva lo spostamento di parte dei profitti tassabili dal Paese dove l’impresa ha la sede a quello dove si realizzano le vendite, richiede la ratifica degli Stati e quindi è praticamente morto. Il secondo, che prevede la tassazione minima del 15% per le multinazionali con almeno 750 milioni di fatturato, ha ancora delle speranze. Il 15% non è sufficiente, ma è un passo in avanti. Le trattative però andrebbero spostate all’Onu».
Perché?
«Perché quello che avviene di solito all’Ocse è che i Paesi avanzati prendono le decisioni, che solo dopo, quando sono state ampiamente “cucinate”, vengono trasmesse ai Paesi in via di sviluppo, ai quali non viene dato neanche il tempo di valutarle. E comunque di solito riflettono solo le esigenze dei Paesi più sviluppati».
L’Europa ha ancora un ruolo da giocare per la promozione di uno sviluppo più equo?
«L’Europa è troppo timida nel promuovere i propri interessi e nel prendere le proprie decisioni. Nel 2021, quando venne decisa la tassa sulle multinazionali, avrebbe potuto spingere perché si andasse oltre il 15%: il mondo stava uscendo dalla pandemia, c’era una maggiore solidarietà, era il momento giusto per farlo, ma non lo ha fatto. E adesso sta cedendo alla strategia di Trump di promuovere trattative bilaterali, Paese per Paese, piuttosto che con l’Unione europea».
I dazi potrebbero mettere in crisi ancora di più la nostra economia, che già soffre la concorrenza dei Paesi dove la manodopera ha un costo molto inferiore.
«Proprio per quello la Ue dovrebbe far valore la propria leadership, non accettando scelte che vengono decise da un Paese, come gli Usa, che non ne paga le conseguenze, perché è lontano: è quello che accade con la guerra in Ucraina. E se decide di aumentare la spesa militare, dovrebbe avere maggiore controllo sulle decisioni in materia di sicurezza nella regione, e sarà comunque a scapito di altri investimenti che invece potrebbero migliorarne la competitività».
Il ruolo di Musk con Trump?
«Esiste un movimento internazionale per promuovere attivamente l’elusione fiscale da parte delle grandi multinazionali, che include i leader che hanno beneficiato di innovazioni finanziate dallo Stato, come Musk con Tesla. Trump lo favorisce, illudendo gli americani che i dazi possano riportare il benessere perduto, mentre la causa è la disuguaglianza, rafforzata da una tassazione iniqua, che pesa soprattutto sulle Pmi e impoverisce anche la classe media».