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La Consulta gela i pensionati: “Giusto lo stop alle rivalutazioni”

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Il meccanismo penalizzava gli assegni oltre 4 volte il minimo. Il governo Meloni ha incassato 54 miliardi lordi di risparmi al 2032
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ROMA — Tagliare le pensioni si può. “Raffreddare” la rivalutazione all’inflazione degli assegni non è incostituzionale. Anche se la penalizzazione vale «54 miliardi al lordo delle tasse al 2032». Lo dice la Consulta nella sentenza 19, depositata ieri. E nata dal ricorso di ex presidi di scuola pubblica della Toscana e della Campania contro la scure del governo Meloni.

Le motivazioni della Consulta

Dice la Corte Costituzionale che la perequazione è uno strumento tecnico che serve a garantire l’adeguatezza delle pensioni all’inflazione nel tempo. Ma non è un obbligo costituzionale. E «non annulla la discrezionalità del legislatore nella determinazione del quantum di tutela di volta in volta necessario in base alle risorse disponibili».…

ROMA — Tagliare le pensioni si può. “Raffreddare” la rivalutazione all’inflazione degli assegni non è incostituzionale. Anche se la penalizzazione vale «54 miliardi al lordo delle tasse al 2032». Lo dice la Consulta nella sentenza 19, depositata ieri. E nata dal ricorso di ex presidi di scuola pubblica della Toscana e della Campania contro la scure del governo Meloni.

Le motivazioni della Consulta

Dice la Corte Costituzionale che la perequazione è uno strumento tecnico che serve a garantire l’adeguatezza delle pensioni all’inflazione nel tempo. Ma non è un obbligo costituzionale. E «non annulla la discrezionalità del legislatore nella determinazione del quantum di tutela di volta in volta necessario in base alle risorse disponibili».

Quindi bene ha fatto l’esecutivo Meloni a salvaguardare gli assegni bassi fino a quattro volte il minimo. E tagliare quelli medio-alti in modo proporzionale, anche se non progressivo a scaglioni, ma fisso a fasce. Tutti hanno avuto qualcosa, questo per la Corte conta. La misura di Meloni «non rompe gli argini» della Costituzione, segue «la tecnica della progressione inversa senza escludere nessuno», è «rispettosa» dei cardini costituzionali. E salvaguarda l’equilibrio dei conti pubblici.

Ricorso alla Cedu

Una sentenza netta. Molto più di quanto i ricorrenti potessero immaginare. Gli avvocati promotori, Giorgio Seminara e Elisabetta Castilletti, scrivono ai pensionati e promettono di continuare la «battaglia» ricorrendo entro sei mesi alla Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo. Perché sono stati «lesi diritti acquisiti» e «si mette in discussione il tenore di vita e il diritto ad avere una pensione dignitosa». Ai pensionati «resta l’amaro in bocca, ma non devono rassegnarsi alle ingiustizie».

Preoccupata pure la Cgil. «Questo sistema comporta un’erosione del potere d’acquisto per centinaia di migliaia di pensionati, senza alcuna garanzia di recupero futuro», scrivono la segretaria confederale Lara Ghiglione e il segretario nazionale dello Spi Lorenzo Mazzoli.

Cosa cambiare in futuro

Solo in tre punti della sentenza la Corte Costituzionale sembra guardare al futuro. Quando non esclude che «il legislatore possa tener conto della perdita subita, nel calibrare la portata di eventuali successive misure». Quando fa propria la raccomandazione della Corte dei Conti a individuare «una disciplina più stabile e rigorosa» del meccanismo di perequazione, evitando «cambiamenti improvvisi». E quando invoca un ripensamento «per la categoria dei pensionati interamente contributivi».

Per loro «è auspicabile un approccio legislativo diversamente calibrato». Come a dire: per i pensionati che hanno fatto ricorso, tutti “retributivi puri”, può essere giustificato un taglio perché hanno ricevuto pensioni in molti casi più generose dei contributi versati. Per gli altri, i post 1996, il discorso cambia. E poiché la pensione è retribuzione differita, deve essere a norma di Costituzione: adeguata e proporzionale.

Solo una bocciatura

La Consulta si fa forte di molte pronunce degli ultimi anni. Solo in un caso dichiarò l’illegittimità del taglio alla rivalutazione, quella decisa dal governo Monti-Fornero nel 2011, perché la garantiva in modo pieno solo alle pensioni basse e escludeva tutte le altre. Fu poi il governo Renzi a dover restituire una parte dei soldi e solo in una fascia limitata. Eventualità ora esclusa.

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