L’Europa è l’epicentro del terremoto che ha colpito tutto il settore della telefonia, da tempo addormentato a causa della severa politica Antitrust adottata da Margrethe Vestager, ora sostituita al vertice dell’authority Ue per la concorrenza da Teresa Ribera. Le aziende telefoniche del Vecchio Continente sono reduci da anni di grossi investimenti e magri guadagni per la forte competizione tra operatori, e ora si apprestano ad affrontare la rivoluzione dell’Ia e l’avvento dei servizi 5G con risorse scarse, quando invece sarebbero necessari capitali importanti per rinnovare le reti e le offerte di servizi.
Non è un caso che in quei mercati del nord Europa come Finlandia, Svezia, Norvegia, Olanda, Austria, dove il settore delle tlc è già fortemente conso…
L’Europa è l’epicentro del terremoto che ha colpito tutto il settore della telefonia, da tempo addormentato a causa della severa politica Antitrust adottata da Margrethe Vestager, ora sostituita al vertice dell’authority Ue per la concorrenza da Teresa Ribera. Le aziende telefoniche del Vecchio Continente sono reduci da anni di grossi investimenti e magri guadagni per la forte competizione tra operatori, e ora si apprestano ad affrontare la rivoluzione dell’Ia e l’avvento dei servizi 5G con risorse scarse, quando invece sarebbero necessari capitali importanti per rinnovare le reti e le offerte di servizi.
Non è un caso che in quei mercati del nord Europa come Finlandia, Svezia, Norvegia, Olanda, Austria, dove il settore delle tlc è già fortemente consolidato, le antenne e lo sviluppo delle reti 5G siano già in fase avanzata. In Olanda e Svizzera ci sono 6 reti 5G, di cui 5 nella top ten mondiale quanto a standard di qualità sui servizi di quinta generazione.
Gli operatori che si contendono le tlc tricolori
Come cambiano i governi europei verso l’industria
In questo scenario di forti cambiamenti, anche tecnologici con l’arrivo dei servizi satellitari e della Starlink di Elon Musk, i governi europei sono più sensibili e impegnati nei confronti di un’industria, come quella delle reti e delle telecomunicazioni, strategica per lo sviluppo economico e che ha bisogno di consolidarsi. Lo dimostra il cambio repentino e inatteso ai vertici di Telefonica, voluto dal governo Sanchez, dove José Marìa Alvarez Pallette è stato rimosso nottetempo e sostituito da Marc Mutra, ex ceo di Indra. Ma lo dimostra anche l’attivismo del Mef, che dopo aver investito in Fibercop al fianco di Kkr, ha appoggiato un cambio ai vertici dell’ex rete di Tim, con l’uscita di Luigi Ferraris, e ora valuta un impegno di Poste Italiane in Telecom Italia. Una mossa che pare un ritorno all’antico, quando Poste e Telecomunicazioni erano un’unica azienda, con un Ministero loro dedicato. L’Italia, secondo Hsbc, resta il mercato della telefonia più competitivo del Vecchio Continente. con Spagna e Francia che ugualmente faticano a trovare un equilibrio. Mentre l’Inghilterra, uscendo dalla Ue (e quindi dall’egida della Vestager), è appena riuscita a ridurre da 4 a 3 gli operatori di tlc, con le nozze tra Vodafone Uk e 3.
In italia il mercato più “difficile”
Nonostante la recente acquisizione da 8 miliardi di Vodafone Italia da parte di Fastweb-Swisscom, ben quattro operatori si dividono il mercato tricolore: Iliad, l’ultimo arrivato e il più piccolo di tutti, dopo aver cercato senza successo di rilevare Vodafone Italia, sta provando a consolidarsi con Tim. Sono mesi che il gruppo guidato da Benedetto Levi e quello di Pietro Labriola studiano l’operazione, ma la discesa in campo di Poste nell’azionariato di Tim, al posto di Cdp, potrebbe congelare le mire del gruppo francese che fa capo a Xavier Niel. Il Ministro dell’economia, Giancarlo Giorgetti, è già tornato a parlare di golden power su un settore strategico come le telecomunicazioni, ma prima ancora di alzare i muri dell’azione d’oro - che tra Paesi europei creerebbe non pochi imbarazzi con la Francia - ha mosso il cavallo delle Poste, di fatto una moral suasion per chi avesse mire non gradite a Palazzo Chigi sulle tlc tricolori.
Con un manager come Matteo Del Fante dentro l’azionariato di Tim, per quanto la partecipazione resti di natura finanziaria, c’è la possibilità di costruire un progetto industriale e commerciale, che va ben oltre l’accordo con Poste Mobili e l’Mvno (contratto con Vodafone-Fastweb, che è in scadenza). A questo proposito sarà anche interessante capire se Poste, oltre a rilevare il 9,8% di Tim in mano a Cdp, provi a indicare un suo rappresentante nel consiglio, e chi eventualmente sarà scelto per questo incarico. Attualmente, il presidente della Cassa, Giovanni Gorno Tempini, è rappresentato in cda come espressione della lista del management, non di Cdp.
I matrimoni attesi come mutano lo scenario
L’uscita di Cdp da Tim elimina poi il conflitto d’interesse che la Cassa si troverebbe ad avere in vista di un altro matrimonio - atteso da tempo - quello tra la rete di Open Fiber (60% di Cdp e 40% di Macquarie) e quella di Fibercop, l’ex rete Tim. Non a caso l’ingresso di Poste in Tim ha già congelato i progetti di Cvc, che era pronta a investire nella società rilevando la quota di Vivendi (primo azionista con il 23,75%) per rilanciare i servizi alle imprese di Tim Enterprise, confluendo le attività, che già controlla insieme a Cdp, di Maticmind. Ma con Poste dentro Tim anche i progetti di Iliad si scontrano contro un ostacolo, che potrebbe arrivare dall’Antitrust tricolore, ma anche da una presenza più forte dentro Telecom. Se poi Iliad vedesse che le porte di Telecom Italia sono irrimediabilmente chiuse, sarebbe costretta a ripiegare verso un’integrazione con Wind3; un’operazione che sotto i profili Antitrust avrebbe meno rilievi anche sul cumulo delle frequenze, e il consolidamento della telefonia tricolore arriverebbe senza costi e a vantaggio del gruppo guidato da Labriola, ma anche della Fastweb-Vodafone guidata da Walter Renna. Quello che è certo è che al governo sta molto a cuore la salute di Tim, dei suoi 17mila dipendenti e del futuro delle tlc tricolori. Anche perché se Tim fosse in difficoltà, anche la rete di Fibercop, su cui il Mef ha investito direttamente, si troverebbe in difficoltà. Stesso discorso per i cavi sottomarini di Sparkle, su cui il Mef (70%), insieme a Retelit (30%), ha appeno fatto un’offerta da 700 milioni, accettata dal cda Tim.