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La crisi dei chip di St nel mirino dei soci Usa

Class action degli investitori contro i vertici accusati di non avere allertato il mercato sul peggioramento dei conti in una fase calda per i rinnovi. Gli ex manager nei verbali
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“Solida” e “forte”. L’ad di STMicroelectronics Jean-Marc Chery lo ha ripetuto come un mantra in tutte le occasioni, dalle call con gli analisti agli incontri con i media internazionali. Né Chery, né tantomeno il numero uno della Finanza, Lorenzo Grandi, dopo il rimbalzo post pandemia del mercato dei microprocessori hanno mai mostrato dubbi sulle prospettive positive. Mai segnalati problemi legati gli ordini del gruppo controllato dallo Stato italiano, attraverso il Mef, e da quello francese, tramite la banca pubblica di investimento Bpi France. Entrambi azionisti alla pari della ST holding che possiede il 27,5% del campione europeo dei chip.

Una posizione che non viene messa in dubbio fino al 25 aprile 2024, come si sottolinea nella class action depositata al tribunale di New York contro i due top manager da alcuni azionisti, tra cui i promotori Faith Close, Hassan Ibrahim, Aya Zalat e Ferdinando Garbuglio. È la data in cui vengono resi noti i dati del primo trimestre dell’anno, i primi negativi con un calo dei ricavi (-18,4%) e dei margini causa la flessione verso il basso del settore automobilistico, che vale tra il 41 e il 46% dei ricavi del gruppo, e industriale. Risultato? Vengono cambiate le previsioni dell’anno, da 17 miliardi via via fino a 13, e il titolo perde un primo 3% in Borsa. Non sarà la prima e unica revisione. Altre ne seguiranno. L’obiettivo di raggiungere i 20 miliardi di dollari di ricavi slitta dal 2027 al 2030 e il titolo si svaluta del 50%. Eppure il 2024 avrebbe dovuto essere un anno diverso.

Il 27 aprile 2023, in conferenza stampa, Chery sugli ordini dice che “oggi il portafoglio totale che abbiamo in mano rappresenta circa sei trimestri di fatturato”. Almeno un anno e mezzo di ricavi garantiti. E poi aggiunge: “L’ingresso degli ordini che stiamo vedendo ora è in carico senza problemi per l’anno 2024”. Tempi di consegna degli ordini lunghi “perché il lead time che possiamo fornire a questi clienti è ancora ben superiore a un anno”. Chery prova a indicare dei comparti in difficoltà: “Ci sono mercati in cui la domanda finale è chiaramente debole. Si tratta delle periferiche per computer, dei prodotti informatici e dell’elettronica personale”. Nulla a che vedere con l’auto.

Non si sarebbe però trattato soltanto di valutazioni sbagliate. Per la memoria depositata negli Usa dagli azionisti promotori della class action, infatti, i due manager avrebbero comunicato false attese al mercato. Un modo per nascondere la situazione reale in un momento delicato per Chery, messo nel mirino dal governo italiano a ridosso del rinnovo dell’incarico. Era fondamentale per lui far vedere che i conti andavano bene. Non solo. Chery e Grandi avrebbero sfruttato la bolla per vendere azioni a prezzi “gonfiati” guadagnando in due quasi 8 milioni di dollari in vendite interne di titoli (internal dealing). Tesi corroborate dalle testimonianze spontanee di otto ex manager. Tra questi è plausibile che ci sia, visti i ruoli indicati e la data in cui ha lasciato il gruppo, Marco Monti, ex presidente dell’Automotive and Discrete Product Group di ST. I dirigenti raccontano pratiche, in particolare sconti e forti incentivi, per convincere i distributori a fare ordini non necessari. Così da alterare le previsioni sulla domanda. Manager che avrebbero comunicato ai vertici la reale situazione. Mentre il mercato sarebbe rimasto all’oscuro. Tanto che, fino ad aprile 2024, il tenore delle comunicazioni non cambia. Il 6 giugno 2023 all’Exane Bnp Paribas, 25a conferenza europea dei Ceo, Chery parla delle previsioni e dice che “se si considera il mercato automobilistico posso confermarvi che oggi la situazione è la seguente: il backlog è pieno fino al 2024. I clienti vogliono darci visibilità. Non rileviamo un eccesso di scorte nella catena di fornitura”. E aggiunge che la dinamica del mercato auto «è solida, molto solida». Il 26 ottobre 2023 alla conferenza stampa sugli utili Chery aggiunge che “abbiamo chiaramente un’ottima visibilità per il 2024 nel settore auto”. Non solo. L’ad di ST, che ha circa 48mila dipendenti nel mondo di cui 12mila in Italia, prevede un “2025 non al 100% del portafoglio, ma all’80%” e un ulteriore crescita: “Di sicuro, non cresceremo al 28%. Cresceremo in modo significativo. Questo ve lo posso confermare”. Tra ottobre 2023 e aprile 2024 il quadro dell’industria e dell’auto si deteriora, ma per la multinazionale italo-francese non ci sono problemi. Al massimo qualche scricchiolio nell’industria, non sull’automotive. Chery dice che “noi crediamo che, se ciò è confermato, l’aggiustamento delle scorte sia praticamente fatto. Il portafoglio che abbiamo davanti a noi è prezioso”.

Toccherà al giudice Usa capire se le tesi sono sufficienti per aprire un’inchiesta. ST, che nel frattempo ha varato un piano di risparmi a livello globale da 900 milioni e ha appena annunciato due settimane di cassa tra marzo e aprile per poco meno della metà dei dipendenti del sito di Catania, “non commenta le controversie legali in corso e ritiene di avere solide argomentazioni legali contro le accuse e si difenderà con determinazione in tribunale”. Fonti vicine alla società riguardo al contesto di mercato sottolineano che è condizionato da fattori esterni tra cui lo stop al processo di elettrificazione dell’auto, il blocco agli incentivi governativi e l’ascesa di concorrenti cinesi. Tutto non prevedibile.

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