Tempi biblici per la liquidazione agli statali: fino a 7 anni. I sindacati: “Un sequestro”
di Valentina ConteROMA – Incassare la liquidazione fino a sette anni di distanza dalla fine del lavoro. Succede ai dipendenti pubblici da quasi 15 anni. Per questo motivo, calcolano i sindacati, due milioni di lavoratrici e lavoratori hanno subito una “ingiustificabile discriminazione” rispetto al Tfr dei dipendenti privati, dal 2011 ad oggi.
Se si aggiunge anche la forte inflazione del biennio 2023-2024 e l’innalzamento da 65 a 67 anni dell’età ordinamentale di uscita, decisa dal governo Meloni a partire da quest’anno, il danno supera i 2 miliardi. Di qui la richiesta di Cgil, Uil e altri sindacati pubblici – Cgs, Cse, Cosmed, Cida, Codirp – di intervenire subito per “garantire ai lavoratori pubblici gli stessi diritti di quelli del settore privato”.
Il sequestro della liq…
ROMA – Incassare la liquidazione fino a sette anni di distanza dalla fine del lavoro. Succede ai dipendenti pubblici da quasi 15 anni. Per questo motivo, calcolano i sindacati, due milioni di lavoratrici e lavoratori hanno subito una “ingiustificabile discriminazione” rispetto al Tfr dei dipendenti privati, dal 2011 ad oggi.
Se si aggiunge anche la forte inflazione del biennio 2023-2024 e l’innalzamento da 65 a 67 anni dell’età ordinamentale di uscita, decisa dal governo Meloni a partire da quest’anno, il danno supera i 2 miliardi. Di qui la richiesta di Cgil, Uil e altri sindacati pubblici – Cgs, Cse, Cosmed, Cida, Codirp – di intervenire subito per “garantire ai lavoratori pubblici gli stessi diritti di quelli del settore privato”.
Il sequestro della liquidazione
Se ne parla oggi in un convegno a Roma. Tutto comincia nel 2011, ultimo governo Berlusconi: conti pubblici fuori controllo, spread verso il record dei 575 punti (oggi siamo a 110). Si decise di intervenire, in una delle tante manovre d’emergenza, anche sul Tfs, il Trattamento di fine servizio, ovvero la liquidazione dei dipendenti pubblici. Si passò da un’erogazione dopo 15 giorni dalla fine del lavoro a 6 mesi nel caso di uscite per limiti di età o per massima anzianità contributiva. E da 6 mesi a 24 mesi per le dimissioni volontarie.
Il successivo governo Monti e poi anche il governo Letta allungarono ancora. Dal 2014 questi sono i tempi: 12 mesi per tutti, 24 mesi per i dimissionari. A cui sommare i 90 giorni tecnici che si prende l’Inps. L’erogazione avviene in tre rate: prima rata fino a 50 mila euro, seconda rata tra 50 e 100 mila euro dopo un anno, terza rata con l’importo residuo dopo un altro anno ancora. Fino al 2014 la prima rata era di 90 mila euro, la seconda tra 90 mila e 150 mila euro, la terza per la parte residua.
Sommando le tempistiche, secondo i sindacati “questi lavoratori subiscono un vero e proprio sequestro del Tfs/Tfr, essendo costretti ad attendere fino a 51 mesi (oltre quattro anni) in caso di pensione anticipata con la legge Fornero e fino a 93 mesi per chi ha aderito a Quota 100-102-103 (oltre sette anni)”. Chi sceglie le Quote e ad esempio esce a 62 anni, deve aspettare l’età della vecchiaia (67 anni), poi altri 12 mesi per avere la prima rata. E se la sua liquidazione supera i 50 mila euro, un altro anno. Se supera i 100 mila euro, un altro anno ancora.
L’impatto dell’inflazione
I sindacati osservano poi che per i pensionati pubblici usciti nel 2022 e nel 2023 la beffa è doppia. Non solo vedranno i loro soldi spalmati negli anni. Ma anche erosi dall’inflazione che nel 2022 era all’8,1%, nel 2023 al 5,4% e nel 2024 allo 0,8%. Un lavoratore con Tfs medio pari a 82.400 euro lordi (importo medio calcolato da Inps per i dipendenti cessati per vecchiaia o limiti di servizio), uscito a novembre 2022, perde 11.735 euro di potere d’acquisto (-14,2%) per il differimento e per l’inflazione che nel frattempo ha eroso il suo capitale. Gruzzolo che poteva invece essere usato subito e reimmesso nell’economia o investito.
In totale, considerando tutti i lavoratori cessati dal lavoro nel biennio 2022-2023, la perdita complessiva arriva a 2 miliardi e 157 milioni di euro.
La modifica del governo Meloni
Il governo ha poi alzato anche l’età di uscita dei dipendenti pubblici. Nell’ultima manovra di novembre ha portato l’età ordinamentale a 67 anni per tutti dai 65 vigenti. Realizzando in questo modo risparmi di costo che, per il solo Tfs, ammontano a 339 milioni lordi nel decennio 2025-2034, impattando su 76.300 dipendenti pubblici che andranno in pensione dopo. E avranno la liquidazione dopo ancora.
La sentenza della Corte Costituzionale
Eppure la sentenza della Corte Costituzionale 130/2023 era molto chiara. “Il differimento della corresponsione dei trattamenti di fine servizio (Tfs) spettanti ai dipendenti pubblici cessati dall’impiego per raggiunti limiti di età o di servizio contrasta con il principio costituzionale della giusta retribuzione, di cui tali prestazioni costituiscono una componente; principio che si sostanzia non solo nella congruità dell’ammontare corrisposto, ma anche nella tempestività della erogazione”.
Per la Consulta “si tratta di un emolumento volto a sopperire alle peculiari esigenze del lavoratore in una particolare e più vulnerabile stagione della esistenza umana”. Di qui l’invito al legislatore a “individuare i mezzi e le modalità di attuazione di un intervento riformatore”. Concludendo: “Non sarebbe tollerabile l’eccessivo protrarsi dell’inerzia legislativa, tenuto anche conto che la Corte aveva già rivolto al legislatore, con la sentenza n.159 del 2019, un monito con il quale si segnalava la problematicità della normativa in esame”.
Da allora, il nulla. E i sindacati, dopo molti tentativi andati a vuoto in questi anni, tornano a bussare alle porte del governo.