Incertezza alle stelle, il fattore Trump sconvolge i piani alle imprese
di Filippo SantelliIl presidente Usa Trump ha appena anticipato un nuovo pacchetto di dazi "reciproci" che potrebbero scattare ad aprile
(reuters)Dazi puntati contro alleati e avversari. Dazi a orologeria per Messico e Canada, sospesi per un mese dopo trattative lampo, poi chissà. Primi dazi contro la Cina, di fatto gli unici in vigore. Altri dazi per tutti su acciaio e alluminio, dal 12 marzo, e forse dal 2 aprile i famosi dazi “reciproci” contro chiunque tassi o blocchi i prodotti americani. Quattro interminabili settimane di Trump bis hanno mostrato un paio di cose. La prima, che da principio aveva diffuso un cauto ottimismo tra mercati, aziende e governi, è che le sue amate tariffe sembrano più uno strumento di negoziato che un fine in sé. Ma la seconda è che questo terrorismo commerciale, colpisci e sgomenta, Trump lo userà a ripetizione. Benvenuti nell’era del caos, si vive aspettando l’ordine esecutivo del giorno. E per le aziende che devono investire, per un’Europa che già faticava a uscire dalla stagnazione, l’incertezza è anche peggio di un doloroso ma lineare protezionismo.
Dazi puntati contro alleati e avversari. Dazi a orologeria per Messico e Canada, sospesi per un mese dopo trattative lampo, poi chissà. Primi dazi contro la Cina, di fatto gli unici in vigore. Altri dazi per tutti su acciaio e alluminio, dal 12 marzo, e forse dal 2 aprile i famosi dazi “reciproci” contro chiunque tassi o blocchi i prodotti americani. Quattro interminabili settimane di Trump bis hanno mostrato un paio di cose. La prima, che da principio aveva diffuso un cauto ottimismo tra mercati, aziende e governi, è che le sue amate tariffe sembrano più uno strumento di negoziato che un fine in sé. Ma la seconda è che questo terrorismo commerciale, colpisci e sgomenta, Trump lo userà a ripetizione. Benvenuti nell’era del caos, si vive aspettando l’ordine esecutivo del giorno. E per le aziende che devono investire, per un’Europa che già faticava a uscire dalla stagnazione, l’incertezza è anche peggio di un doloroso ma lineare protezionismo.
Un’esplosione di incertezza
Perché l’incertezza è esplosa, basta guardare il relativo indice che compilano ogni settimana tre economisti americani, Baker, Bloom e Davis, analizzando i titoli dei giornali. Siamo già ben oltre i livelli del Trump 1, ma anche oltre quelli delle prime settimane di pandemia, quando non avevamo proprio idea di cosa stesse succedendo. Nelle conference call che accompagnano i bilanci delle aziende torna e ritorna la parola “tariffe”. E alcune quotate hanno perfino deciso di omettere le guidance, cioè gli obiettivi a medio termine, tale è l’alea che emana da Washington. Lo ha fatto la multinazionale degli alcolici inglese Diageo, gruppo degli Scotch e della Guinness. Lo ha fatto il colosso canadese dei motori per aerei Bombardier, nonostante buona parte dei suoi stabilimenti siano su suolo americano. E lo ha fatto l’italo-francese dei chip St, travolta anche dai problemi del settore. Meglio ammettere di fronte agli analisti di non poter far previsioni che scrivere numeri sulla sabbia in mezzo a un uragano. Del resto non navigano a vista anche i banchieri centrali? Con la nuova variabile impazzita alla Casa Bianca non è proprio il momento di forward guidance, di impegni a lungo termine sui tassi.
Le aziende americane prendono le misure
A ben vedere il caos inizia a pesare anche su aziende e consumatori americani, quelli a cui The Donald ha promesso una nuova epoca d’oro. Il Wall Street Journal, non certo un quotidiano antitrumpiano, ha scritto un pezzo in cui mette in fila il calo della fiducia delle imprese registrato a febbraio, l’andamento piatto di Wall Street e tante voci di imprenditori di Main Street – soprattutto medi e piccoli – storditi dalla marea di ordini esecutivi: le tariffe, con relativi extra costi per chi ha fornitori esteri, le deportazioni di immigrati, cioè di forza lavoro, i tagli alle spese federali, tutti interventi che li danneggiano. Non disperano ancora però. Si sa che i numeri della Borsa e quelli del Pil sono tra le poche cose che Trump non ignora. L’aspettativa è che presto o tardi la furia interventista si plachi e resti il bicchiere mezzo pieno della sua agenda pro-crescita, tutta deregolamentazione e tagli alle tasse.
Europa nel mirino
Discorso diverso per l’Europa, a cui invece verranno programmaticamente inflitte dosi di caos. Già qualche mese fa gli analisti di Goldman Sachs avvertivano che l’Unione avrebbe perso fino a un punto di Pil in caso di guerra commerciale, un colpo da recessione. Qualche giorno fa hanno confermato la stima, spiegando che «non sono necessariamente le tariffe in sé che contano, ma piuttosto l’incertezza che colpisce la crescita economica e le intenzioni di investimento». Il rally da “rimandato pericolo” che negli ultimi giorni ha portato alcune Borse europee ai massimi storici (Piazza Affari ha aggiornato quelli dal 2008), rischia di illudere. Secondo Goldman gli utili delle quotate Ue cresceranno quest’anno di un misero 3%, contro l’8% del consenso.
Chi vince e chi perde
Non tutti sono esposti allo stesso modo, vero. Le aziende farmaceutiche, già di suo settore difensivo, sono confortate dall’idea che Trump non vorrà far schizzare i prezzi dei medicinali per i suoi elettori. Tutti gli altri esportatori però, dall’acciaio, all’automotive, agli alimentari, sono destinati a vivere con la spada di Damocle sul capo, in un momento in cui la manifattura europea è in crisi strutturale e ha bisogno di investire miliardi nella transizione. Cercare altri mercati? Più facile a dirsi che a farsi, l’America è l’America. Ancora più difficile, lungo e costoso dotarsi di una capacità produttiva negli Stati Uniti per aggirare le tariffe, sebbene alcune aziende come Carraro (sistemi di trasmissione) o Aermec (condizionatori) stiano valutando l’ipotesi. Il rischio che aumenti ancora il deflusso di capitali verso gli Stati Uniti, attratti da minacce e promesse trumpiane, è concreto.
La Commissione prova a trattare
Anche un rapporto del Centro studi confindustriale sottolinea il peso dell’incertezza, dicendo che ogni aumento del 10% toglie mezzo punto di crescita al commercio globale. Al momento siamo ben oltre: «Moltissime imprese in tutto il mondo potrebbero frenare gli investimenti», ha detto l’ex presidente degli industriali e imprenditrice dell’acciaio Emma Marcegaglia. Ciò spiega perché la priorità della Commissione sia sedersi quanto prima al tavolo per evitare che i dazi scattino: cercherà di farlo agitando il bastone delle ritorsioni e allungando la carota di maggiori acquisti di prodotti Usa. Può bastare per ottenere da Trump una tregua stile Messico, ma per mettersi al riparo dal suo stillicidio di minacce commerciali servirebbe un accordo quadro. Difficilissimo. L’altro antidoto è fare i compiti a casa, politiche industriali che restituiscano un orizzonte alle aziende europee. Von der Leyen ha lanciato una “Bussola” per la competitività, parola azzeccata. Ma si tradurrà in pratica? Un’altra enorme incertezza.