✕

Costoso, inefficiente e sbilanciato: perché il welfare va cambiato. Panetta: “Troppe disparità”

Il Centro di Assistenza e Urgenza CAU di Bologna

 
Il rapporto della Fondazione per la sussidiarietà presentato alla Banca d’Italia. I privati spendono 138 miliardi di risorse aggiuntive per far fronte alle esigenze trascurate dalle istituzioni pubbliche. “ venuto il momento di rinnovare il patto sociale, puntando a un sistema che sia davvero universale e inclusivo”
3 minuti di lettura

ROMA – Con i suoi 615 miliardi di euro di spesa annua, il welfare italiano è tra i più costosi in Europa: l’incidenza sul Pil (30,5%) piazza addirittura il nostro paese al secondo posto della classifica del Vecchio Continente. A tanto spiegamento di risorse però non corrispondono né un adeguato livello di efficienza, né una equa distribuzione dei fondi, tanto che i privati sono costretti a far fronte a una parte importante delle esigenze legate alla salute, assistenza agli anziani, ai bambini e ai disabili con una spesa supplementare che nel 2024 ha raggiunto i 138 miliardi di euro. Sono dati dal Rapporto “Sussidiarietà e welfare territoriale”, presentato oggi dalla Fondazione per la sussidiarietà al Centro convegni Carlo Azeglio Ciampi della Banca d’Italia.

Affidato …

ROMA – Con i suoi 615 miliardi di euro di spesa annua, il welfare italiano è tra i più costosi in Europa: l’incidenza sul Pil (30,5%) piazza addirittura il nostro paese al secondo posto della classifica del Vecchio Continente. A tanto spiegamento di risorse però non corrispondono né un adeguato livello di efficienza, né una equa distribuzione dei fondi, tanto che i privati sono costretti a far fronte a una parte importante delle esigenze legate alla salute, assistenza agli anziani, ai bambini e ai disabili con una spesa supplementare che nel 2024 ha raggiunto i 138 miliardi di euro. Sono dati dal Rapporto “Sussidiarietà e welfare territoriale”, presentato oggi dalla Fondazione per la sussidiarietà al Centro convegni Carlo Azeglio Ciampi della Banca d’Italia.

Affidato ai Comuni, il welfare territoriale mostra fortissime disparità tra Nord e Sud e tra aree urbane e interne o periferiche: nelle Regioni del Sud Italia la spesa pro-capite è di circa 72 euro, la metà della media nazionale (142 euro). Ma guardando Regione per Regione, i divari sono ancora più marcati: si passa dai 37 euro della Calabria, dai 65 della Basilicata e dai 66 della Campania ai 429 euro del Trentino Alto Adige.

Considerati i vari aspetti dello stato sociale, inoltre, e cioè istruzione, sanità,pensioni, famiglia, protezione sociale, la spesa italiana è decisamente sbilanciata sulle prestazioni pensionistiche (che includono anche gli assegni di invalidità e quelli di reversibilità), che assorbono quasi la metà delle risorse, mentre alle politiche sociali – cioè famiglie, minori, disabilità e disoccupazione – va appena il 20%.

Le prestazioni sono frutto poi di un articolato sistema di servizi che appare sempre più calato dall’alto, non disegnato sulle effettive esigenze della popolazione, esigenze che tra l’altro stanno cambiando rapidamente. Da un lato, infatti, sottolinea il Rapporto, è aumentata la disuguaglianza, con il 5% delle famiglie che possiede il 46% della ricchezza, mentre il 10% della popolazione è in difficoltà. Particolarmente a rischio le famiglie con un disabile: oltre un quarto, il 28,4%, è a rischio di povertà o esclusione sociale. E c’è poi il rapido invecchiamento della popolazione, che non è ancora affrontato con una riforma adeguata.

Negli ultimi anni, emerge dall’indagine, oltre il 67% di chi ha richiesto assistenza ha incontrato difficoltà o impossibilità di accesso ai servizi del welfare territoriale, ma in alcuni territori si arriva fino all’80%. E infatti solo il 38% dei cittadini promuove le politiche italiane per la lotta alla povertà e al disagio sociale. “È venuto il momento di rinnovare il patto sociale che ci unisce, con la cultura della sussidiarietà – afferma Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione – che è ricerca del bene comune attraverso la messa a sistema del contributo di tutti. Più società e più Stato insieme”.

Nella gestione del welfare il privato è già molto presente, e non solo come offerta di servizi a pagamento alternativi a quelli pubblici, quando questi risultano insufficienti o poco efficienti, ma anche come struttura che offre aiuti a titolo gratuito. Il contributo delle istituzioni non profit è in crescita, ed è preponderante nel settore dell’assistenza sociale, con l’88,4% degli enti e l’85,7% degli addetti. Ma non è “integrato”: la Fondazione per la sussidiarietà propone, oltre che una ristrutturazione del sistema di welfare, che parta dalle esigenze e dai bisogni concreti, la “progettazione integrata dei servizi”, che metta al centro l’assistito, attraverso “implementazione di forme di monitoraggio centralizzato dei bisogni e della spesa”. Stop dunque al criterio della spesa storica.

Un’altra forma di assistenza da implementare e coordinare con quella pubblica è il welfare aziendale, che però, come quello territoriale, presenta fortissime disparità: le imprese di maggiori dimensioni manifestano una maggiore propensione all’adozione di misure di welfare, con tassi che aumentano in maniera proporzionale alle dimensioni,superando il 70% nelle aziende con oltre 250 dipendenti. Al contrario, invece, le piccole imprese presentano un deficit strutturale nella disponibilità di strumenti di welfare aziendale, con una percentuale di diffusione pari al 24,7% nel 2022 (il doppio, tuttavia, del 10,3% registrato nel 2016).

Panetta

Di fronte alla sfida per modernizzare il welfare italiano, bisogna tenere conto che "le risorse di bilancio per colmare le lacune del nostro sistema di protezione sociale sono limitate, in un contesto in cui gli effetti della globalizzazione probabilmente richiederebbero un maggiore impegno perequativo". Così il governatore della Banca d'Italia, Fabio Panetta, alla presentazione del rapporto sulla sussidiarietà.

"Il debito pubblico - osserva - è pari al 135 per cento del Pil, e la spesa pensionistica è destinata ad aumentare nel medio periodo a causa delle sfavorevoli dinamiche demografiche. A ciò si aggiunge la necessità di destinare più risorse rispetto al passato a difesa, transizione verde e digitale".

In Italia l'erogazione del welfare territoriale è affidata a una pluralità di soggetti, ricorda Panetta, che cita i Comuni e le Regioni. "Lo Stato, invece, ha il compito di definire i livelli essenziali delle prestazioni relative ai diritti civili e sociali e di garantirne il finanziamento. Tuttavia, nella pratica il welfare territoriale è sostenuto principalmente dai bilanci comunali. A livello aggregato i fondi statali, regionali e di altri enti pubblici coprono solo il 40% della spesa complessiva, e sono sostanzialmente uniformi sul territorio in termini pro capite".

Panetta aggiunge che "a causa delle differenze nella capacità fiscale e amministrativa, l'intervento dei Comuni risulta minore proprio nelle aree che ne avrebbero maggiormente bisogno. In media, la spesa socio-assistenziale pro capite nelle regioni del Centronord è quasi il doppio rispetto a quella del Sud (170 contro 90 euro, rispettivamente)". Il governatore ricorda che "tali disparità di spesa si traducono in diseguaglianze nell'accesso ai servizi. Nelle regioni meridionali i posti negli asili nido coprono appena il 7% dei bambini sotto i tre anni, contro il 19 nelle altre regioni; l'assistenza domiciliare agli anziani raggiunge solo otto ultrasessantacinquenni su mille, rispetto a diciannove nelle altre regioni".

Per Panetta i dati mettono in luce "la necessità di una riflessione approfondita sul modello istituzionale dell'offerta di servizi sociali. È fondamentale trovare un equilibrio tra due esigenze: da un lato il decentramento, che consente di rispondere in modo più preciso ai bisogni specifici dei territori e di adottare misure mirate; dall'altro lato, un solido coordinamento centrale, necessario per garantire un uso appropriato delle risorse e un livello uniforme dei servizi essenziali su tutto il territorio nazionale".

Leggi i commenti