ROMA – I mercati europei dell’energia non funzionano più? Le loro regole vanno riscritte? È un inizio di anno orribile per l’industria italiana, con i prezzi europei del gas che ballano attorno ai 50 euro al Megawattora, quattro volte più alti che negli Stati Uniti, e quelli nazionale dell’energia a 140 euro, tra il 40 e il 50% più della media Ue, scavando un divario di competitività anche con i vicini. Ma dietro ai numeri dell’emergenza, e agli interventi tampone che il governo sta studiando, c’è una crisi strutturale del campo di gioco, fotografata in modo chiaro Mario Draghi nel suo rapporto: i mercati dell’energia, disegnati quanto l’Europa marciava a gas (russo), nella nuova era della transizione e del disordine globale sono diventati un moltiplicatore di volatilità, speculazione e rendite di posizione. Contribuendo a produrre maxi prezzi per chi consuma, e ora spinge per una riforma, e maxi profitti per chi produce o commercia, e difende lo status quo.
…!-->
ROMA – I mercati europei dell’energia non funzionano più? Le loro regole vanno riscritte? È un inizio di anno orribile per l’industria italiana, con i prezzi europei del gas che ballano attorno ai 50 euro al Megawattora, quattro volte più alti che negli Stati Uniti, e quelli nazionale dell’energia a 140 euro, tra il 40 e il 50% più della media Ue, scavando un divario di competitività anche con i vicini. Ma dietro ai numeri dell’emergenza, e agli interventi tampone che il governo sta studiando, c’è una crisi strutturale del campo di gioco, fotografata in modo chiaro Mario Draghi nel suo rapporto: i mercati dell’energia, disegnati quanto l’Europa marciava a gas (russo), nella nuova era della transizione e del disordine globale sono diventati un moltiplicatore di volatilità, speculazione e rendite di posizione. Contribuendo a produrre maxi prezzi per chi consuma, e ora spinge per una riforma, e maxi profitti per chi produce o commercia, e difende lo status quo.
Tutto inizia dal gas
Dal gas bisogna partire, perché è lì l’innesco della crisi. Dal Ttf di Amsterdam, Borsa europea di riferimento, sempre più popolato da operatori finanziari e sempre meno legato ai fondamentali di offerta (oggi sufficiente) e domanda (debole). «Sul mercato del gas la situazione è scappata di mano», dice Massimo Beccarello, professore di Economia industriale e dell’ambiente all’Università Bicocca. Basta vedere cosa sta succedendo con il gas liquefatto americano, la ciambella di salvataggio (interessata) che gli Stati Uniti hanno lanciato all’Europa dopo il divorzio da Putin. Il suo costo, compresi trasporto e rigassificazione, è stato in questa prima parte del 2025 di 23,5 euro, il prezzo medio europeo al Ttf, a cui poi è stato venduto, di 50. «C’è una marginalità enorme per gli intermediari, anche europei e italiani, che lo importano, in media lo scorso anno dell’85%, all’inizio di questo addirittura del 113%», spiega Beccarello.
Acquisti comuni europei e freni anti speculazioni - compresi tetti al prezzo - sono alcune delle raccomandazioni di Draghi. Ma incontrano resistenze tecniche e politiche, nella solita divergenza di interessi tra Paesi europei. In Italia poi il gas costa un paio di euro in più, legati al trasporto: si ragiona su come azzerarli con il decreto Bollette. Ma per Biccarello quel differenziale evidenzia un’ulteriore stortura: «Il gas che entra dalla frontiera Nord, il più costoso e su cui paghiamo questa differenza, fa il prezzo per tutto il metano importato, anche se la sua quota sul totale è molto bassa e non sembrerebbe essere necessario in tutti i mesi dell’anno».
Produttori contro consumatori
Il caro elettricità, europeo e soprattutto italiano, è figlio del caro gas. Perché nel mercato dell’energia tutti i prezzi si allineano alla fonte più cara che tiene in equilibrio il sistema, e da noi è per il 70% del tempo il metano. Draghi ha sottolineato come il meccanismo riduca i benefici sul prezzo dell’espansione delle rinnovabili, oggi molto economiche, e suggerito di separare la loro remunerazione attraverso strumenti come i contratti diretti tra produttori e consumatori. Una svolta, rispetto ai timidi passi della Commissione, che ha subito provocato le critiche di Eurelectric, sigla dei produttori europei, a cui lo status quo garantisce ingenti profitti sul proprio parco rinnovabile. L’argomento è che separare i due mercati rallenterebbe gli investimenti verdi.
La battaglia di interessi e lobby attorno al cosiddetto “disaccoppiamento” infuria anche in Italia. Qualche giorno fa le aziende energivore, dal vetro alla chimica, lo hanno chiesto con forza: nessun produttore sigla contratti diretti con loro, se può vendere sul mercato ai super prezzi determinati dal gas. A stretto giro Elettricità Futura, associazione di cui fanno parte i rinnovabilisti puri ma soprattutto i big energetici nazionali come Enel, Edison e A2a, che producono sia da fossili che da rinnovabili, ha replicato ricordando che gli energivori già godono di ingenti sussidi (in verità molto inferiori a quelli di francesi e tedeschi). Confindustria, dove la convivenza tra produttori e consumatori è sempre stata tesa, ha trovato un punto di equilibrio rilanciando una strada mediana, che senza smontare l’attuale mercato allarghi la quota di rinnovabili indirizzata alle imprese, partendo dalla energy release appena varata dal governo.
Le concessioni idro
Ma allarghi quanto? L’esecutivo Meloni sembra ascoltare soprattutto la voce dei big dell’energia, partecipati e non, sempre molto vicini alla politica. Lo testimonia il destino un emendamento di maggioranza al decreto Emergenze che avrebbe permesso al Gse di stipulare contratti di lungo termine con le imprese, derubricato a ordine del giorno. E il tentativo di rimangiarsi con l’Europa l’impegno, inserito da Draghi nel Pnrr, di mettere a gara le concessioni idroelettriche, prima fonte rinnovabile del Paese che vale quasi il 20% dei consumi. A tutto beneficio degli attuali concessionari.