MILANO — «Venerdì eravamo impegnati in un consiglio con l’importante tema dei rinnovi contrattuali sul tavolo. Inevitabilmente, la preoccupazione per i dazi di Trump si è imposta tra le discussioni degli imprenditori». Federico Visentin, presidente di Federmeccanica, dà così la misura di quanto le imprese di questa filiera da 1,6 milioni di addetti, e 110 miliardi di valore aggiunto creati, siano sottosopra per le minacce commerciali della Casa Bianca. L’annuncio di dazi al 25% su alluminio e acciaio - che Trump vuole in vigore dal 12 marzo - è il primo passo, «ma quel che preoccupa ancora di più è la possibile mannaia di tariffe ‘reciproche’ agitate dal presidente Usa: siamo ‘sospesi’, in attesa di capire quel che succederà».
Un settore, quello della metalmeccanica, che già non vive una fase brillante, per usare un eufemismo, appesantito dalla conclamata crisi dell’automotive. Nell’analisi congiunturale di dicembre, aggiornata ai nove mesi dell’anno passato, la Federmeccanica rilev…
MILANO — «Venerdì eravamo impegnati in un consiglio con l’importante tema dei rinnovi contrattuali sul tavolo. Inevitabilmente, la preoccupazione per i dazi di Trump si è imposta tra le discussioni degli imprenditori». Federico Visentin, presidente di Federmeccanica, dà così la misura di quanto le imprese di questa filiera da 1,6 milioni di addetti, e 110 miliardi di valore aggiunto creati, siano sottosopra per le minacce commerciali della Casa Bianca. L’annuncio di dazi al 25% su alluminio e acciaio - che Trump vuole in vigore dal 12 marzo - è il primo passo, «ma quel che preoccupa ancora di più è la possibile mannaia di tariffe ‘reciproche’ agitate dal presidente Usa: siamo ‘sospesi’, in attesa di capire quel che succederà».
Un settore, quello della metalmeccanica, che già non vive una fase brillante, per usare un eufemismo, appesantito dalla conclamata crisi dell’automotive. Nell’analisi congiunturale di dicembre, aggiornata ai nove mesi dell’anno passato, la Federmeccanica rilevava come i volumi di produzione si siano riportati sui livelli del 2016. L’export ha perso il 3,7% sul 2023. I flussi verso gli Stati Uniti valgono 21,9 miliardi nei nove mesi, secondo mercato di destinazione con più del 10% delle spedizioni fuori dai confini tricolori. Ma già hanno vissuto un calo del 7,1 per cento.
Su questo quadro fragile, rischiano di calare un carico mortifero. «I dazi sull’alluminio potrebbero colpire non solo la materia prima in sé, ma anche i prodotti e macchinari che la contengono. Stiamo studiando ancora gli impatti, ma è un effetto che già abbiamo visto in passato», dice Visentin chiarendo come il danno rischia d’estendersi a macchia d’olio. Paradossalmente «quelli sull’acciaio potrebbero alzare la disponibilità di materia prima in Europa e quindi ridurre i costi di approvvigionamento – ragiona Visentin – Ma non c’è nulla da festeggiare. La congiuntura è talmente pesante che ogni inasprimento delle relazioni internazionali è un peso ulteriore». Le imprese non riescono a programmare. «I nostri stabilimenti non sono ‘a rotelle’. Anche chi potrebbe investire in nuova capacità produttiva, oggi fatica a pianificare». Lo sconcerto è massimo «anche perché qualsiasi politico razionale sa che i dazi fanno male ai propri cittadini, per i quali rappresentano un fattore di inflazione. Ma ormai abbiamo capito che l’approccio di Trump è quello di minacciare per poi ottenere qualcosa in cambio».
Ancor più preoccupa l’idea di imposizioni ‘reciproche’ dagli Usa. «L’automotive pagherebbe un conto salatissimo, con tariffe che dal 2,5% passerebbero al 9,82% medio: per l’industria europea - quantifica - vorrebbe dire pagare alla dogana 447 milioni, dai 90 attuali». Se poi dovesse scattare una tagliola lineare al 25% su automotive e metallurgia, ha calcolato Prometeia, per l’Italia il conto dei dazi salirebbe dagli 1,9 miliardi dell’anno scorso a 4. Insomma, per quanto ancora nebulosi i conti sono davvero importanti. Cosa aspettarsi allora dall’Europa? «Difettiamo di leadership forte e unità: i modi di Trump sono censurabili, ma dovendo avere a che fare con lui servirebbero negoziatori in grado di opporsi». Una speranza Visentin la vede «nel nuovo governo tedesco». Un rischio «dalla scelta di puntare tutto sulla spesa per la difesa. Certo, alcuni ambiti della filiera ne beneficerebbero ma rischiamo di drenare risorse. Il precedente dei tagli al fondo automotive non ci lascia certo tranquilli».